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venerdì 18 novembre 2016

EUTOPIA, IL NUOVO ALBUM DEI LITFIBA - Recensione

Eutòpia ("il bel luogo", in greco), l’album del ritorno e delle occasioni mancate. Così potremmo riassumere un lavoro in cui qualsiasi giudizio deve necessariamente prevedere una scissione tra componente musicale e testi.

Sulla componente musicale, poche cadute e molta energia. A parte “Oltre”, uno dei pezzi peggiori dell’intero album, in cui si vedono pochi o nessuno spiraglio (banale in tutto, con tanto di coretti che sarebbero stati accettabili solo nel coro dei pompieri di “Altrimenti ci arrabbiamo!”), questo album ha una potenza rilevante, grazie anche alla batteria di Martelli, uno che picchia duro e che non si risparmia. Ghigo appare in forma. Per questo non mi soffermerò più di tanto sugli aspetti musicali, che non si discostano da un 7 pieno (con acuti importanti su Eutòpia, un pezzo dalla struttura estremamente interessante, con sonorità che vanno dal rock al prog… una canzone veramente da 8, senza timore di smentite).

Per quanto riguarda i testi, invece, le cadute di stile ci sono e, purtroppo, lasciano poco spazio all’immaginazione. Cadute estremamente evidenti sulla indecente “Gorilla Go”, dove alla musica accettabile si accompagna una cosa (dobbiamo definirla “testo”?) che fa invidia al peggio che la storia dei Litfiba ricordi. Per fare un paragone, peggio de “L’Esercito delle Forchette” per “Mondi Sommersi”. Già cercarne di capire il senso era stata un’impresa (un’assonanza con Guerrilla? Una citazione cinematografica da poliziesco italiano anni Settanta? Una “macchietta di Piero” da consegnare in pasto ai critici? – e in quest’ultimo caso, sottolineo, sarebbe stata geniale), ma la spiegazione che ne ha data Piero, infine, è peggio ancora di tutto: l’ispirazione è nata da un esperimento sociologico che si è tenuto negli USA. Al massimo puoi dire “buona l’idea, ma realizzata in modo davvero pessimo”.

Le altre cadute sono, invece, cadute parziali. Cadute a tratti, che ti fanno storcere il naso, e che ti spingono a concludere spesso: “questa sarebbe stata una grande canzone, se…”. Ed è il caso di pezzi come “Intossicato” e “In nome di Dio”, sicuramente. Pezzi ampliamente sufficienti, ma a cui manca sempre quel qualcosa per essere “grandi pezzi”. In “Intossicato”, questo qualcosa è il ritornello. Ne “In nome di Dio” è il testo da “grande ammucchiata”, che rovina una canzone estremamente potente su cui si sarebbe dovuto fare meglio, decisamente.
Santi di Periferia” è un’altra occasione mancata. Pur avendo una struttura musicale decisamente buona, il risultato sembra, a tratti, una sigla di Cristina d’Avena. Ed è davvero un peccato, perché l’argomento che vi stava alla base avrebbe un peso importante, e anche certe componenti “alla Bennato” si sarebbero dovute sviluppare meglio, per trasformare un pezzo da sufficienza presa con le unghie in un buon pezzo.

Fortunatamente, le note dolenti di questo album possono dirsi esaurite qui.
Questo è un lavoro che ci regala anche tre perle, in cui, grazie al cielo, testo e musica sono davvero ben riusciti. Si tratta di tre pezzi che, per potenza espressiva, avrebbero potuto trovare spazio in un album come “Spirito”, divenendone i pezzi migliori, e condividendo senza timore questo primato con “No Frontiere” e “Animale di Zona”.

La prima di queste tre perle è “Maria Coraggio”, pezzo dedicato a Lea Garofalo, su cui non c’è nulla da dire, se non che arriva, arriva benissimo, ascolto dopo ascolto.

La seconda che si incontra scorrendo l’album è “Straniero”. Un capolavoro. Qui siamo veramente ai livelli dei migliori Litfiba di sempre. Una canzone che resterà nella storia di questa band. Esplosiva anche quando non esplode, testo decisamente sentito e mai forzato (le forzature nei testi, invece, sembrano la causa primaria di tante idiozie che si sentono in altre canzoni). Qualcosa di pressoché perfetto che irrompe con un’energia che non richiede “il finto rock che spacca”. Difficilmente avrebbero potuto fare meglio.

E, infine, Eutòpia, su cui già ho speso alcune parole. Uno dei pezzi più lunghi mai scritti dai Litfiba per un loro album (forse addirittura il più lungo in assoluto). Anche qui, testo sentito (e “si sente”, appunto) e quelle sonorità eclettiche, dal rock al prog, che la rendono un pezzo di cui i Litfiba potranno andar fieri anche fra trent’anni.

Un’ultima nota, prima di chiudere questa mia recensione. Questo è un album che va ascoltato e riascoltato. Certi aspetti indegni non verranno colmati, perché è impossibile, ma degli aspetti “border line” tenderanno a migliorare. Alla fine, ci accorgeremo di avere in mano un album da 7- , con tanti, troppi rimpianti, e alcune opere d'arte. Il livello complessivo (nel giudizio, non nello stile) è affine a “Mondi Sommersi”, per quanto lì l’unica vera, incolmabile caduta di stile fosse rappresentata da “L’Esercito delle Forchette”, mentre un pezzo come “In fondo alla boccia” galleggiava nella sua evidente ironia. Ma gli acuti di Eutòpia sono davvero acuti, talmente acuti da risollevare gli errori e le imperfezioni di un album che, con un po’ di sforzo in più, avrebbe potuto avvicinarsi tranquillamente all’8.


Potremmo metterlo, come giudizio complessivo, tra Spirito e Mondi Sommersi, ma con tanta, tanta rabbia per quel gradino che i Litfiba non hanno avuto la forza di salire. Resta il fatto, comunque, che si tratta del miglior album dalla reunion, molto superiore a Grande Nazione. Un aspetto che lascia ben sperare per il futuro di questa band, che sta giorno dopo giorno ritrovando se stessa e riacquistando il suo ruolo di primo piano nella giungla della musica italiana. 

tutti i diritti riservati - credito immagine: copertina album Eutopia

domenica 20 marzo 2016

Gianni Maroccolo e Vdb23 - La data di Vittorio Veneto

Ci addentriamo nell'intima cornice dello Spazio MAVV di Vittorio Veneto, un ambiente ricavato da una vecchia filanda. Il passato che incontra il presente, un po' come quanto stavamo per ascoltare. Nulla è andato perso.

Il concerto non inizia sotto i migliori auspici, problemi tecnici alle tastiere del marchese Aiazzi costringono Maroccolo a fermare tutto, dopo i primi dieci minuti scarsi di "Rinascere", e a ricominciare da capo. Problema risolto e il concerto può finalmente avere inizio. Senza più interruzioni, per due ore filate.

"Rinascere", appunto, funge da overture. Un turbine di emozioni si scaglia sul pubblico. L'ottima prestazione vocale di Chimenti fa il resto. Nel corso della serata c'è spazio per grandi atmosfere musicali, grandi classici del passato, omaggi e un viaggio difficile da dimenticare. C'è "Aria di Rivoluzione" di Franco Battiato. Ci sono "Peste" e "Versante Est" dei Litfiba, per non dimenticare un pezzo dal coinvolgimento quasi devastante (in accezione positiva, naturalmente): "La Battaglia", direttamente dall'Eneide di Krypton. C'è "Annarella", uno dei pezzi più belli e conosciuti dei CCCP.
C'è "Les Dernierès Sept Minutes de mon Pere", un pezzo commovente, in cui Gianni ricorda suo padre in un giorno speciale come il 19 marzo. E c'è spazio per la voce del compianto Claudio Rocchi, una vera colonna portante di questo tour, che Maroccolo non si stanca di ringraziare per il grande lavoro che hanno fatto insieme.
C'è anche posto per un omaggio a Keith Emerson, da poco scomparso, e a cui viene dedicata l'esecuzione di "Lucky Man", in una versione struggente e corale con tanto di assolo al moog, ricostruito da Aiazzi con quella fedeltà e rispetto per la versione originale che solo i grandi musicisti sono in grado di eseguire.
E c'è "Maria Walewska", un piccolo capolavoro misconosciuto dei Litfiba che chiude questo viaggio. Quelli che ho elencato qui, peraltro, sono solo alcuni dei pezzi andati in scena. Non ho interesse a riportare fedelmente la scaletta, né a riproporne l'ordine preciso. Anche perché non si ripropone mai identica, nel corso del tour. L'unica cosa che mi preme davvero segnalare è la forza emozionale che si è sprigionata dalle note di una serata che non ho timore di definire perfetta. Perfetta persino nell'apparente imperfezione dei disguidi tecnici di avvio concerto. Abbiamo avuto un "quasi bis" fuori programma. Non credo ci si possa lamentare.

Una perfezione che è corale, ma il primo merito va a chi ha voluto portare in scena questo viaggio e questo incontro: Gianni Maroccolo, un bassista sopraffino che sa sfoderare un groove a tratti potente e devastante, ma sa anche lasciare muto il suo basso quando la voce deve dire cose troppo importanti per essere sopraffatta da altri suoni. Il suo basso, "Attilio", come lo ha chiamato lui, fedele compagno di viaggio dal 1983, pare quasi pulsare di vita propria: sa diventare strumento lirico ed espressivo e canta anche lui, sul palco, impreziosito da vibrati e da delay che tolgono il fiato.
In alcuni passaggi è proprio il basso, da solo, a contrappuntare la voce con un riff che non si può non definire delicato, elegante ed espressivo. E le dita che gli danno vita sono quelle di Maroccolo. Una garanzia.

Ma non c'è soltanto lui, dicevamo. C'è Andrea Chimenti, che sfodera un'ottima prestazione vocale e accompagna alcuni pezzi alla chitarra. C'è Antonio Aiazzi, di cui già si segnalava la sublime esecuzione in "Lucky Man", ma che ha dato molto in tutto il concerto, sia alle tastiere che alla fisarmonica (e proprio la fisarmonica è lo strumento clou in Maria Walewska). C'è tanta elettronica, con un sintetizzatore modular, molti effetti e molto delay (nell'apprezzare gli aspetti tecnici di tutto questo ringrazio in particolare l'amico Valter Poles, che era tra il pubblico e che mi ha fornito delle interpretazioni di quanto stava avvenendo sul palco che sfuggivano alle mie competenze). Ma accanto all'elettronica, anche l'opposto, quando il suono magico ed orientaleggiante di un sitar (tra le mani di Beppe Brotto) risveglia nuovi sensi, fino a diventare "altro", mentre l'uso dell'archetto gli conferisce sonorità quasi da theremin, fino a trasformarsi nel verso dei gabbiani di quel mare che Gianni tanto ama e a cui tanto deve nella sua ispirazione e formazione.  Non manca neppure la batteria di Simone Filippi, che, specie ne "La Battaglia", fa tremare cuori e pareti.


Non credo ci sia altro da aggiungere, se non ribadire che è stato tutto semplicemente meraviglioso. Consiglio a tutti di prendere posto ai prossimi concerti o, meglio, ai "prossimi viaggi", perché c'è tanta di quella carne al fuoco che non saprei neanche come raccontarvela, a parole. Ci ho provato, ecco tutto. 

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