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mercoledì 10 marzo 2021

MÅNESKIN: LA GRANDE OCCASIONE

 

Premetto che tutto ciò che dirò qui non riguarderà minimamente aspetti tecnico-musicali. Come diceva un mio caro amico, molto più competente di me, se non hai studiato in Conservatorio e non ti sei diplomato in Composizione, lascia perdere la tecnica. E considera anche che, tecnicamente, tutta la musica leggera mondiale verrebbe travolta da un giudizio fortemente negativo, sul piano della tecnica compositiva. Si salverebbe, forse, il Prog, ammesso che il Prog sia "musica leggera".

Questa premessa è doverosa, e mi serve per avere la certezza di distinguermi dai grandi esperti musicali che ci sono in giro, per molti dei quali la cultura musicale può ridursi, fondamentalmente, a strimpellare uno strumento e andare a vedere qualche concerto. Qui non si parla di tecnica. Non sarei in grado di dire più di quattro fesserie basilari, sulle quali sarebbe inutile tessere un discorso.

Detto ciò, sottolineo fin da subito che spezzerò una lancia in favore dei Måneskin.

E lo farò su quello che è, a mio avviso, il terreno più rilevante: non quello tecnico, abbiamo già detto, e neppure quello emotivo, che sarebbe totalmente soggettivo. Un discorso basato, nei fatti, sul "mi piace" o sul "non mi piace", è un discorso circolare. E, in quanto tale, totalmente inutile. La soggettività del giudizio, in ultima istanza, diviene sorda.

Il discorso, invece, si basa su qualcosa che finisce col trascendere i Måneskin e si inserisce in una riflessione sulla musica in generale.

Vedere un gruppo che suona Rock (e questo è oggettivo, rispetto ai canoni del Rock) e che vince il Festival di Sanremo... un universo in cui il Rock, quando presente, non aveva mai avuto alcuna reale possibilità di vittoria, non nascondo che mi faccia piacere. Come, del pari, mi fa piacere che abbiano portato sul palco una canzone dei CCCP (prescindiamo da qualsiasi giudizio sull'esecuzione, poiché anch'esso risulterebbe troppo personale). In aggiunta, anche il fatto che un altro autore in gara, Max Gazzè, abbia portato i CSI, è qualcosa di veramente positivo, secondo il parere di chi scrive.

Ad ogni modo... La vittoria dei Måneskin permette ad un genere che, agli occhi di alcuni (evidentemente, assai poco informati) risultava morto, di recuperare (ulteriore) linfa vitale. Non perché Zitti e Buoni debba risultare il meglio della produzione Rock nostrana (e non credo fosse neanche l'obiettivo di chi l'ha portata all'Ariston), ma semplicemente perché questa vittoria può potenzialmente innescare dei meccanismi di conoscenza musicale che, nell'era dei social e dei talent, sembravano (questi sì) sepolti.

Come funzionava qualche anno fa? Diciamo prima dell'esplosione di Internet, dunque prima del 2000, fondamentalmente? La scena musicale viveva di intrecci, di catene. Dal successo di una band o di un artista, poteva dipendere un'onda d'urto positiva che travolgeva tutti, o molti, degli artisti che facevano quello stesso genere, o, quantomeno, che fiorivano in quello stesso ambiente.

Facciamo un esempio concreto - attingendo dalla scena Rock nostrana, così che si capisca che cosa intendo: i Litfiba, alla fine degli anni 90 raggiungono l'apice del successo commerciale. Il loro pubblico esplode con Mondi Sommersi e Infinito (il loro album, quest'ultimo, più lontano dal Rock della loro storia). Chi si avvicina per la prima volta a quel tipo di sound, e mi riferisco, specificamente, agli adolescenti, raramente conosce la produzione precedente. L'esplosione commerciale, spinge molti ragazzi ad approfondire quel gruppo. E così vanno indietro, scoprono, per esempio, il Rock duro di Terremoto, e poi vanno ancora indietro. Ricordiamo che siamo ancora nell'epoca in cui se ti interessa un autore o un gruppo, devi comprarti il disco o sperare che qualcuno dei tuoi amici ce l'abbia, per farti fare una cassetta pirata... Fatto sta, che la conoscenza si approfondisce, e scopri i Litfiba anni 80. I Litfiba anni 80 ti aprono un intero universo, a cominciare dai Diaframma. Conosci la storia dei Litfiba e, parallelamente, seguendo le orme di chi di quel gruppo ha fatto parte, ti avventuri anche nei CSI, che alla fine degli anni 90 sono ancora attivi. Ma, quasi automaticamente, vai a ritroso anche nella loro storia, e trovi i CCCP. Continui a seguire i fili del "discorso", scopri "Stazioni Lunari". Il progetto ti piace e ti avvicini, attraverso i concerti, ad altri artisti. Alcuni già li conoscevi, altri li conosci per la prima volta.
Nel frattempo, hai ampliato i tuoi orizzonti oltre l'Italia, e hai incontrato la New Wave internazionale, il Punk, la musica Dark... Ti accorgi ogni giorno di più di quanto immensa sia la galassia musicale, e un giorno ti trovi a seguire l'ultimo concerto dei Tuxedomoon in formazione originale.

Potrei fare un altro esempio: avresti mai conosciuto la musica dei Pylon senza il successo dei R.E.M.? Statisticamente, direi di no.

Oggi siamo in un'epoca diversa, un'epoca in cui l'uso e consumo va di pari passo con un sostanziale appiattimento musicale. Non perché manchino alternative, ma perché quelle alternative sono schiacciate dai percorsi obbligati. Il talent show è diventato una quasi necessità per emergere. Non siamo più in un'epoca in cui ci si poteva permettere di inventarsi un concerto nel magazzino dello zio, invitando i propri compagni di liceo o di università, e sperare in un passaparola. Aspettando che qualcuno venisse notato, gli venisse proposto un contratto, e poi si trascinasse dietro un po' di successo e di visibilità anche per gli altri.

Paradossalmente, l'epoca in cui chiunque avrebbe una visibilità potenzialmente planetaria, è anche l'epoca in cui la visibilità fuori dai "canali ad ampia portata" si attesta sullo zero. E da lì fa molta fatica a schiodarsi.

In questa vittoria inaspettata, invece, vedo un ritorno al passato con i mezzi del presente. Poi, forse, sarò troppo ottimista, ma qualche sentore c'è. I ragazzi di oggi hanno molti più mezzi per conoscere di quanti non ne abbia avuti chi vi scrive, quando era adolescente. E qualche sentore di "cambiamento", io lo vedo nei numeri. "Amandoti" dei CCCP ha aumentato le visualizzazioni su Youtube (limitatamente al video che ho visto io, ce ne sono anche altri), di oltre 50mila. Non ho fatto questa verifica su Spotify, ma già penso che Youtube sia indicativo: poco più di 600mila visualizzazioni in quasi 11 anni, oltre 50mila nuove visualizzazioni in una manciata di giorni (mentre scrivo, sta viaggiando sulle 5mila al giorno).

Per non parlare di quello che è accaduto agli Anthony Laszlo, questo per motivi collaterali e (forse) non voluti: da poco più di 10mila visualizzazioni, oggi ne hanno raggiunte oltre 300mila...

Ci rendiamo conto dell'onda d'urto potenziale che attraverso questa band di ventenni sta travolgendo, o può travolgere, un intero genere? In un momento in cui, cerchiamo di essere seri, moltissime persone in questo Paese neanche erano a conoscenza dell'esistenza di una scena Rock - in tutte le sue declinazioni - che parla italiano?

Si mettano l'anima in pace i cosiddetti puristi: questo momento può portare alla rinascita di un genere, alla voglia per gli adolescenti di scoprirlo e, perché no, di farsi comprare una chitarra elettrica.

Non perché i Måneskin debbano essere il meglio in circolazione, questo non credo si pretenda da loro. Ma hanno la giusta visibilità, e per un certo tipo di musica, questa è una (nuova) immensa occasione.

A questi ragazzi io auguro soltanto una cosa; una cosa che, probabilmente, è l'opposto di quello che ci si aspetta in un'epoca in cui pare si nasca artisti già preconfezionati (da altri): sperimentate. Battete più strade, muovetevi con i vostri passi. Siate voi stessi, non solo a parole. Avete una opportunità che va oltre la vostra musica. Uscite dalla logica talent che vi ha forgiati, e andate oltre. Se riuscirete in questa missione, sarete un gigantesco faro per la musica italiana (e, a costo di essere impopolare rispetto a certi ambienti, credo che ne abbiate ampiamente le potenzialità). In caso contrario, rischierete di essere come tante altre meteore da talent fagocitate dal successo, e io mi sarò semplicemente sbagliato.


mercoledì 20 settembre 2017

BOTANICA dei Deproducers: tra inno alla vita e denuncia sociale

Per percepire la propria fragile natura, la propria piccolezza, non serve necessariamente guardare all'universo e alle stelle.
Anche questa nostra Terra ci offre infatti, attraverso il regno vegetale, la più grande e misconosciuta formula di vastità: nel numero, nelle dimensioni, negli anni di vita.
Ci sono alberi, come il Pinus Longaeva, che abbracciano con le loro radici il nostro pianeta da 4mila anni e oltre. Che hanno visto passare gran parte della storia dell'umanità sotto le loro chiome.
Ci sono alberi immensi, come le Sequoie Giganti, che possono arrivare a 100 metri di altezza. E, poi, ci sono piante che resistono ai climi più difficili, attraverso una evoluzione lunga milioni di anni.
Ci sono piante che hanno imparato, per sopravvivenza, a sfruttare gli animali, e persino a selezionarli.

Tutto questo è Botanica, lo spettacolo dei Deproducers (Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo, Massimiliano Casacci, Riccardo Sinigallia) che hanno concluso la loro tournée estiva a Pordenone, in occasione dell'edizione 2017 di Pordenonelegge.
Un viaggio attraverso capitoli poco conosciuti o totalmente sconosciuti ai più sulla vita delle piante, come le loro relazioni, tra sé o con l'ambiente esterno. Il loro muoversi, il loro "giocare", le loro competizioni e le loro sfide.
Un mondo affascinante, apparentemente senza limiti.
Ma che conosce, purtroppo, il limite distruttivo dell'uomo, ed ecco che Botanica è anche una immensa denuncia sociale: le piante sono la base della vita animale, non esiste alcuna possibilità per l'essere umano e per tutto ciò che è animale, di sopravvivere senza piante. Sembrerebbe scontato, un concetto ripetuto sino a divenire retorica, ma in un mondo in cui, in nome del profitto, si consuma ogni anno una superficie di foresta pari a quella dell'Inghilterra, ecco che non esiste nulla di scontato o di retorico.

La nostra vita è legata indissolubilmente a questo variegato mondo. Così, dove le note incontrano immagini, e le parole del professor Stefano Mancuso fungono da necessario contorno ed approfondimento, speriamo abbia inizio un reale cammino di consapevolezza individuale e sociale.


Tutti i diritti riservati
credito immagine: Allday.ru 
L'immagine appartiene al suo autore, l'artista Agim Sulaj


venerdì 18 novembre 2016

EUTOPIA, IL NUOVO ALBUM DEI LITFIBA - Recensione

Eutòpia ("il bel luogo", in greco), l’album del ritorno e delle occasioni mancate. Così potremmo riassumere un lavoro in cui qualsiasi giudizio deve necessariamente prevedere una scissione tra componente musicale e testi.

Sulla componente musicale, poche cadute e molta energia. A parte “Oltre”, uno dei pezzi peggiori dell’intero album, in cui si vedono pochi o nessuno spiraglio (banale in tutto, con tanto di coretti che sarebbero stati accettabili solo nel coro dei pompieri di “Altrimenti ci arrabbiamo!”), questo album ha una potenza rilevante, grazie anche alla batteria di Martelli, uno che picchia duro e che non si risparmia. Ghigo appare in forma. Per questo non mi soffermerò più di tanto sugli aspetti musicali, che non si discostano da un 7 pieno (con acuti importanti su Eutòpia, un pezzo dalla struttura estremamente interessante, con sonorità che vanno dal rock al prog… una canzone veramente da 8, senza timore di smentite).

Per quanto riguarda i testi, invece, le cadute di stile ci sono e, purtroppo, lasciano poco spazio all’immaginazione. Cadute estremamente evidenti sulla indecente “Gorilla Go”, dove alla musica accettabile si accompagna una cosa (dobbiamo definirla “testo”?) che fa invidia al peggio che la storia dei Litfiba ricordi. Per fare un paragone, peggio de “L’Esercito delle Forchette” per “Mondi Sommersi”. Già cercarne di capire il senso era stata un’impresa (un’assonanza con Guerrilla? Una citazione cinematografica da poliziesco italiano anni Settanta? Una “macchietta di Piero” da consegnare in pasto ai critici? – e in quest’ultimo caso, sottolineo, sarebbe stata geniale), ma la spiegazione che ne ha data Piero, infine, è peggio ancora di tutto: l’ispirazione è nata da un esperimento sociologico che si è tenuto negli USA. Al massimo puoi dire “buona l’idea, ma realizzata in modo davvero pessimo”.

Le altre cadute sono, invece, cadute parziali. Cadute a tratti, che ti fanno storcere il naso, e che ti spingono a concludere spesso: “questa sarebbe stata una grande canzone, se…”. Ed è il caso di pezzi come “Intossicato” e “In nome di Dio”, sicuramente. Pezzi ampliamente sufficienti, ma a cui manca sempre quel qualcosa per essere “grandi pezzi”. In “Intossicato”, questo qualcosa è il ritornello. Ne “In nome di Dio” è il testo da “grande ammucchiata”, che rovina una canzone estremamente potente su cui si sarebbe dovuto fare meglio, decisamente.
“Santi di Periferia” è un’altra occasione mancata. Pur avendo una struttura musicale decisamente buona, il risultato sembra, a tratti, una sigla di Cristina d’Avena. Ed è davvero un peccato, perché l’argomento che vi stava alla base avrebbe un peso importante, e anche certe componenti “alla Bennato” si sarebbero dovute sviluppare meglio, per trasformare un pezzo da sufficienza presa con le unghie in un buon pezzo.

Fortunatamente, le note dolenti di questo album possono dirsi esaurite qui.
Questo è un lavoro che ci regala anche tre perle, in cui, grazie al cielo, testo e musica sono davvero ben riusciti. Si tratta di tre pezzi che, per potenza espressiva, avrebbero potuto trovare spazio in un album come “Spirito”, divenendone i pezzi migliori, e condividendo senza timore questo primato con “No Frontiere” e “Animale di Zona”.

La prima di queste tre perle è “Maria Coraggio”, pezzo dedicato a Lea Garofalo, su cui non c’è nulla da dire, se non che arriva, arriva benissimo, ascolto dopo ascolto.

La seconda che si incontra scorrendo l’album è “Straniero”. Un capolavoro. Qui siamo veramente ai livelli dei migliori Litfiba di sempre. Una canzone che resterà nella storia di questa band. Esplosiva anche quando non esplode, testo decisamente sentito e mai forzato (le forzature nei testi, invece, sembrano la causa primaria di tante idiozie che si sentono in altre canzoni). Qualcosa di pressoché perfetto che irrompe con un’energia che non richiede “il finto rock che spacca”. Difficilmente avrebbero potuto fare meglio.

E, infine, Eutòpia, su cui già ho speso alcune parole. Uno dei pezzi più lunghi mai scritti dai Litfiba per un loro album (forse addirittura il più lungo in assoluto). Anche qui, testo sentito (e “si sente”, appunto) e quelle sonorità eclettiche, dal rock al prog, che la rendono un pezzo di cui i Litfiba potranno andar fieri anche fra trent’anni.

Un’ultima nota, prima di chiudere questa mia recensione. Questo è un album che va ascoltato e riascoltato. Certi aspetti indegni non verranno colmati, perché è impossibile, ma degli aspetti “border line” tenderanno a migliorare. Alla fine, ci accorgeremo di avere in mano un album da 7- , con tanti, troppi rimpianti, e alcune opere d'arte. Il livello complessivo (nel giudizio, non nello stile) è affine a “Mondi Sommersi”, per quanto lì l’unica vera, incolmabile caduta di stile fosse rappresentata da “L’Esercito delle Forchette”, mentre un pezzo come “In fondo alla boccia” galleggiava nella sua evidente ironia. Ma gli acuti di Eutòpia sono davvero acuti, talmente acuti da risollevare gli errori e le imperfezioni di un album che, con un po’ di sforzo in più, avrebbe potuto avvicinarsi tranquillamente all’8.


Potremmo metterlo, come giudizio complessivo, tra Spirito e Mondi Sommersi, ma con tanta, tanta rabbia per quel gradino che i Litfiba non hanno avuto la forza di salire. Resta il fatto, comunque, che si tratta del miglior album dalla reunion, molto superiore a Grande Nazione. Un aspetto che lascia ben sperare per il futuro di questa band, che sta giorno dopo giorno ritrovando se stessa e riacquistando il suo ruolo di primo piano nella giungla della musica italiana. 

tutti i diritti riservati - credito immagine: copertina album Eutopia

lunedì 4 luglio 2016

Dialogo con LENE sul suo nuovo album RING

Oggi abbiamo il piacere di fare due chiacchiere con Elena Ruscitto, in arte Lene, cantante e musicista milanese, reduce dall'uscita del suo nuovo album, Ring. 
Diplomatasi in pianoforte jazz presso l'Accademia Internazionale della Musica di Milano, ha conosciuto una carriera estremamente interessante ed anche piuttosto eclettica, esibendosi nei principali locali milanesi (e non solo), dando sfoggio di un lungo repertorio jazz, blues, soul, r 'n' b.

A queste esibizioni musicali "classiche" ha fatto eco, in modo parallelo, la passione per il pop, che più di ogni altro genere ha stimolato la sua vena compositiva. Ecco perché parliamo di artista eclettica.

Nel 2008 registra un album dal titolo "Something New", assieme al suo gruppo di allora, il trio Helen R 'n' B, che partecipa nello stesso anno al concorso Hollywood Music Lab, vincendolo.
Nel 2009 partecipa alla seconda edizione di X-Factor, in gruppo con le Sisters of Soul, trio che nasce casualmente proprio per quell'occasione. 

Dopo l'esperienza talent, che come spesso accade fatica a promuovere il talento, collabora con il clarinettista Paolo Tomelleri (con cui si esibirà suonando swing in diversi locali e teatri, tra cui il Teatro del Verme).

Fonda, in seguito, la Lene Soul Band, che si esibirà in importanti manifestazioni quali il Porretta Soul Festival.

E con questo arriviamo ai giorni nostri e al suo nuovo album, "Ring", frutto della collaborazione con Theo Querel e Raffaella Riva (quest'ultima è stata autrice, tra gli altri, di diversi pezzi di Gianna Nannini). Il disco ha delle sonorità difficilmente collocabili (pur restando nel panorama del pop): c'è chi lo definisce adult pop, chi ne ha invece sottolineato le affinità con il pop cinematico di Lana Del Rey o l'elettropop di Greg Kurstin e Sia.

I testi sono in italiano e toccano tematiche profonde, indagando l'interiorità attraverso lo specchio di una simbologia estremamente personale, che ricorre lungo tutto il disco.


Quanto senti la tua carriera recente influenzata dall'esperienza X-Factor, alla luce di questo tuo primo album? Quali erano le tue aspettative e quali, eventualmente, sono state disattese? Guardando la tua storia, sembra che altri meccanismi, la musica live, la voglia di sperimentare, abbiano giocato un ruolo più determinante rispetto al talent. In cosa senti questo album figlio della tua esperienza televisiva e in cosa invece lo senti il frutto di tutto ciò che rappresenta la tua carriera "da musicista live"?

XFactor è stata solo un’esperienza che mi ha fatto crescere e fortificato in quanto essere umano. Dico questo perché più che un’esperienza a livello musicale (di musica ce n’è poca li dentro!) è stata un modo per conoscermi meglio come persona. A livello umano infatti mi è servita tantissimo. Diciamo che sono uscita diversa rispetto a come ero prima.
Di aspettative ne avevo: il successo sicuramente, l’inizio di una lunga carriera musicale. Più che altro mi aspettavo che proprio XFactor mi avrebbe aperto la strada per costruire questa lunga carriera. Ero molto giovane...
In realtà non è stato così. Per diversi motivi:
anzitutto, chi fa un talent oggi deve avere una forte consapevolezza di sé stesso ed una sicurezza d’acciaio. Io non le avevo, o meglio, non erano ancora formate in me;
inoltre, per sfruttare a proprio vantaggio questi talent, bisogna avere un progetto in atto. Noi [Sisters of Soul, n.d.r.] non lo avevamo. Ci eravamo appena conosciute ed eravamo state “sbattute” di colpo in quel mondo nuovo.
Però ecco, tutte le illusioni adolescenziali che avevo sul mondo della musica (soprattutto italiana), XFactor me le ha completamente distrutte! Per questo mi è servito sicuramente! 
Questo album non lo sento figlio di una carriera televisiva, ma di tutto il percorso che ho fatto da quando ho iniziato a suonare fino ad ora. Nel percorso certamente c’è anche l’esperienza XFactor, ma è una briciola in mezzo a tutte le altre esperienze che ho fatto, soprattutto live, e a tutti i musicisti con cui ho avuto la fortuna di suonare e collaborare!

Come è nato quest'album? Ascoltandolo, la sonorità pop è molto presente. Questa contrasta inevitabilmente con le atmosfere più "classiche" del jazz, soul e r&b a cui siamo abituati. Si tratta di una scelta casuale, hai deciso di "voltare pagina" o ci sono altre motivazioni alla base di tutto ciò?

L’album è nato dall'incontro che ho avuto l’anno scorso con due autori, Theo Querel e Raffaella Riva. Con loro è nato un feeling compositivo pazzesco da subito, un feeling talmente forte che stiamo già scrivendo il secondo disco!
Volevamo fare un disco di musica italiana certamente, ma con sonorità più simili al pop internazionale. E così è stato. 
Il termine “ring”, titolo all'album, ha diversi significati: dal ring come luogo in cui si lotta (puoi capirne il motivo), al ring come anello, come qualcosa di circolare ma sempre in divenire.
Questo disco racchiude un percorso, una crescita. È il mio primo album, quindi ci ho messo dentro sia brani scritti anni fa, durante la mia adolescenza, sia brani molto più recenti scritti assieme a questi due autori eccezionali. 
Per quanto riguarda le sonorità, a me non piace molto etichettare la musica / parlare di generi. Ho fatto un disco scrivendo ciò che più mi piaceva, con arrangiamenti moderni (questo perché non credo abbia molto senso andare indietro!) e di mio gusto.
Non è che ho deciso di voltare pagina. Per me la musica è un tutt’uno, è una forma d’espressione libera, per quanto mi riguarda. Continuerò a cantare Billie Holiday ed Amy Winehouse come ho sempre fatto e canterò anche le canzoni che scrivo...

Quali consideri le tue "ispirazioni musicali"? La tua tendenziale ecletticità lascerebbe intendere un panorama piuttosto vasto, e non ti chiedo pertanto di farmi un lungo elenco. Ma quali cantanti e musicisti senti che ti hanno davvero cambiato la vita?

Ok. I Beatles prima di tutto. Geni assoluti. Se non ci fossero stati loro oggi probabilmente non esisterebbe quello che chiamano pop.
Amy Winehouse. Più che altro per la sua maniera di esprimersi e di interpretare, e di raccontare la sua vita travagliata.
Lana Del Rey. La sua musica è tremendamente in linea con ciò che si respira oggi nell'aria. Ciò che mi colpisce di lei, oltre al suo timbro, è la produzione dei suoi dischi. Moderna, efficace, straziante e piena.
Sia. Per la sua capacità di scrittura.
Poi ci sarebbe tutta la musica inglese, dai Genesis, ai Tears for Fears, ai Blur, Oasis, Coldplay (questa per me è la musica che ha accompagnato, in un modo o nell’altro, tutta la mia vita, dall’infanzia fino ad adesso).
In generale non mi sono mai soffermata su un “genere”, ma a ciò che più arriva alla mia sensibilità...



Lene è uno dei tanti esempi che dimostrano che nella musica, come nell'arte in generale, non esistono scorciatoie, e quei grandi baracconi costruiti che definiamo "talent show" non solo difficilmente promuovono i talenti artistici, ma tendono più a sfruttarli che non a restituire quanto gli artisti (o presunti tali) cercano di mettere in campo. Si tratta di una questione di format, di ritmi televisivi, che non sono mai compatibili con la ricerca di se stessi e della propria espressione artistica.

Lo studio, la passione, i concerti live, queste cose, invece, seppur richiedano tempi più lunghi, permettono di esprimersi secondo le proprie corde. E "Ring" è tutto questo, l'espressione di un'artista che ha costruito (e che ha trovato) se stessa. E che sicuramente continuerà su questa strada. 


"Ring"

Band composta da:
Lene (Elena Ruscitto) - Voce
e "i Porners"
Jacopo Mazza - Tastiere e Cori
Dario Jacuzzi - Basso
Paco Martucci - Chitarra
Riccardo Breda - Batteria




(c) tutti i diritti riservati
credito immagini: su autorizzazione dell'autore



venerdì 29 aprile 2016

Tornano gli Overunit Machine con il nuovo album Aldaraja

Una delle cose più difficili è recensire un gruppo musicale di cui si conosce bene la musica e la storia. Non sono parole a caso, le mie; il rischio concreto è quello di sovrapporre il gruppo per ciò che è, con l'idea che ci si è costruiti di esso, nel corso degli anni.

Aldaraja è uno di quegli album che non lasciano indifferenti. Il mio primo ostacolo, lo dico seriamente, è stato proprio ascoltare qualcosa di profondamente diverso dagli Overunit Machine come li ricordavo. Al primo ascolto ho fatto un sobbalzo dalla sedia, e mi sono chiesto "Cos'è sta roba?". Le sonorità Tool sono praticamente sparite, c'è bisogno urgente di un cambio di orecchio, oltre che di mentalità.

E il secondo ascolto è già diverso. Mi rendo conto che l'album è profondamente orecchiabile, tanto che le canzoni erano già rimaste dentro al primo ascolto. E tutto ciò nonostante alcuni passaggi decisamente sofisticati, sotto il profilo tecnico.

Si sente prepotentemente l'esperienza di Logan Mader in fase di post-produzione. Si percepisce nitidamente che gli Overunit Machine sono pronti per un nuovo ciclo, nuove prospettive e nuove sonorità.
Se è vero che "(this) circle will never close", citando l'eponimo Aldaraja, tutto appare quest'album, meno che un "peccato di circolarità". Questo gruppo non riesce ad essere uguale a se stesso. Per alcuni potrebbe essere un male, per altri un bene. Io credo che il rinnovamento, superato l'impatto iniziale, sia sempre un buon modo per incontrare nuovi orizzonti e sperimentare nuove formule.
Non mi va di paragonare gli album precedenti a questo, dire che cosa sia o fosse meglio. Quello è lavoro da "critici blasonati". Posso dire soltanto che le sonorità del prima erano molto in linea con le mie corde, qui non è bastato un ascolto immediato.
Ma, come dicono gli Overunit in "Evolve and Rise", "destroy yourself, evolve and rise again": penso che basti questo verso per riassumere la storia di questo gruppo e di questo album, e qualsiasi altra parola rischierebbe di risultare superflua.

Solo una mia ultima piccola annotazione: spettacolare l'intro neogregoriana in "Fade Away", in latino per una volta e non in inglese.

Chiusa la parentesi disco in senso stretto, che vi consiglio di procurarvi perché merita, due parole sui singoli estrapolati dall'album ("Unholy Messiah" e "Second Chance"), che costituiscono oggi due videoclip. In particolare, su "Unholy Messiah", che vede la partecipazione straordinaria di uno degli artisti più controversi dell'Italia contemporanea: Saturno Buttò, nelle vesti di un attore, per una volta, e non intento a rappresentare la realtà.


Date un'occhiata a questi videoclip, assaggerete così i nuovi Overunit Machine e, sono certo, vi preparerete ad apprezzarli nella loro essenza... 


Note:
Album prodotto da DysFunction Productions
Preproduzione e arrangiamenti di Giuseppe Bassi e Eddy Cavazza
Postproduzione di Logan Mader 





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domenica 20 marzo 2016

Gianni Maroccolo e Vdb23 - La data di Vittorio Veneto

Ci addentriamo nell'intima cornice dello Spazio MAVV di Vittorio Veneto, un ambiente ricavato da una vecchia filanda. Il passato che incontra il presente, un po' come quanto stavamo per ascoltare. Nulla è andato perso.

Il concerto non inizia sotto i migliori auspici, problemi tecnici alle tastiere del marchese Aiazzi costringono Maroccolo a fermare tutto, dopo i primi dieci minuti scarsi di "Rinascere", e a ricominciare da capo. Problema risolto e il concerto può finalmente avere inizio. Senza più interruzioni, per due ore filate.

"Rinascere", appunto, funge da overture. Un turbine di emozioni si scaglia sul pubblico. L'ottima prestazione vocale di Chimenti fa il resto. Nel corso della serata c'è spazio per grandi atmosfere musicali, grandi classici del passato, omaggi e un viaggio difficile da dimenticare. C'è "Aria di Rivoluzione" di Franco Battiato. Ci sono "Peste" e "Versante Est" dei Litfiba, per non dimenticare un pezzo dal coinvolgimento quasi devastante (in accezione positiva, naturalmente): "La Battaglia", direttamente dall'Eneide di Krypton. C'è "Annarella", uno dei pezzi più belli e conosciuti dei CCCP.
C'è "Les Dernierès Sept Minutes de mon Pere", un pezzo commovente, in cui Gianni ricorda suo padre in un giorno speciale come il 19 marzo. E c'è spazio per la voce del compianto Claudio Rocchi, una vera colonna portante di questo tour, che Maroccolo non si stanca di ringraziare per il grande lavoro che hanno fatto insieme.
C'è anche posto per un omaggio a Keith Emerson, da poco scomparso, e a cui viene dedicata l'esecuzione di "Lucky Man", in una versione struggente e corale con tanto di assolo al moog, ricostruito da Aiazzi con quella fedeltà e rispetto per la versione originale che solo i grandi musicisti sono in grado di eseguire.
E c'è "Maria Walewska", un piccolo capolavoro misconosciuto dei Litfiba che chiude questo viaggio. Quelli che ho elencato qui, peraltro, sono solo alcuni dei pezzi andati in scena. Non ho interesse a riportare fedelmente la scaletta, né a riproporne l'ordine preciso. Anche perché non si ripropone mai identica, nel corso del tour. L'unica cosa che mi preme davvero segnalare è la forza emozionale che si è sprigionata dalle note di una serata che non ho timore di definire perfetta. Perfetta persino nell'apparente imperfezione dei disguidi tecnici di avvio concerto. Abbiamo avuto un "quasi bis" fuori programma. Non credo ci si possa lamentare.

Una perfezione che è corale, ma il primo merito va a chi ha voluto portare in scena questo viaggio e questo incontro: Gianni Maroccolo, un bassista sopraffino che sa sfoderare un groove a tratti potente e devastante, ma sa anche lasciare muto il suo basso quando la voce deve dire cose troppo importanti per essere sopraffatta da altri suoni. Il suo basso, "Attilio", come lo ha chiamato lui, fedele compagno di viaggio dal 1983, pare quasi pulsare di vita propria: sa diventare strumento lirico ed espressivo e canta anche lui, sul palco, impreziosito da vibrati e da delay che tolgono il fiato.
In alcuni passaggi è proprio il basso, da solo, a contrappuntare la voce con un riff che non si può non definire delicato, elegante ed espressivo. E le dita che gli danno vita sono quelle di Maroccolo. Una garanzia.

Ma non c'è soltanto lui, dicevamo. C'è Andrea Chimenti, che sfodera un'ottima prestazione vocale e accompagna alcuni pezzi alla chitarra. C'è Antonio Aiazzi, di cui già si segnalava la sublime esecuzione in "Lucky Man", ma che ha dato molto in tutto il concerto, sia alle tastiere che alla fisarmonica (e proprio la fisarmonica è lo strumento clou in Maria Walewska). C'è tanta elettronica, con un sintetizzatore modular, molti effetti e molto delay (nell'apprezzare gli aspetti tecnici di tutto questo ringrazio in particolare l'amico Valter Poles, che era tra il pubblico e che mi ha fornito delle interpretazioni di quanto stava avvenendo sul palco che sfuggivano alle mie competenze). Ma accanto all'elettronica, anche l'opposto, quando il suono magico ed orientaleggiante di un sitar (tra le mani di Beppe Brotto) risveglia nuovi sensi, fino a diventare "altro", mentre l'uso dell'archetto gli conferisce sonorità quasi da theremin, fino a trasformarsi nel verso dei gabbiani di quel mare che Gianni tanto ama e a cui tanto deve nella sua ispirazione e formazione.  Non manca neppure la batteria di Simone Filippi, che, specie ne "La Battaglia", fa tremare cuori e pareti.


Non credo ci sia altro da aggiungere, se non ribadire che è stato tutto semplicemente meraviglioso. Consiglio a tutti di prendere posto ai prossimi concerti o, meglio, ai "prossimi viaggi", perché c'è tanta di quella carne al fuoco che non saprei neanche come raccontarvela, a parole. Ci ho provato, ecco tutto. 

PER LEGGERE LA NOSTRA INTERVISTA A GIANNI MAROCCOLO CLICCA QUI



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martedì 8 marzo 2016

INTERVISTA A GIANNI MAROCCOLO



È una delle pietre miliari della musica italiana. Il suo basso ha scaldato i Litfiba, i CCCP, i CSI, i PGR, i Beau Geste. Ha lanciato i Marlene Kuntz. Ha lasciato il segno come pochi nel panorama musicale italiano degli ultimi 30 anni. Stiamo parlando di Gianni Maroccolo, impegnato oggi nella tournee “Vdb23 – Nulla è andato perso”, un viaggio emozionale in continua evoluzione, che sta toccando varie città italiane.
Oggi abbiamo l'onore di poterlo intervistare...

Il tuo presente appare carico di passato. Non un passato nostalgico, ma un "passato attivo". Il tuo riavvicinarti ai Litfiba e ai CSI, gli ultimi concerti e anche questo tour [che, ricordiamo ai nostri lettori, toccherà Vittorio Veneto sabato 19 marzo] che prende il nome dall'ultimo disco che hai scritto con Claudio Rocchi e che si è avvalso della collaborazione di molti grandi artisti che hanno segnato la tua storia personale.
Qual è il peso del passato nel futuro di un artista? E qual è il peso dell'aspettativa? Come ti poni, come artista, nel rapporto tra sguardo al passato e aspettativa del futuro?
"Può sembrare una banalità, ma credo che il nostro passato determini, nel bene e nel male, il nostro presente. Siamo "oggi" perché siamo stati "ieri". 
Personalmente non vivo di ricordi né di rimpianti. Mi volto spesso indietro per comprendere meglio i miei errori, per evitare di ripeterli, per provare a migliorarmi come persona, ma fondamentalmente per comprendere meglio il mio presente e quello che mi circonda. In linea di massima questo vale sia per l'uomo che per il musicista; anche perché, nel mio caso, è esattamente la stessa identica cosa. Dopodiché sono consapevole come musicista di aver prodotto in questi anni qualcosa di importante; credo di essere stato fortunato, ma lungi da me vivere sugli allori di ciò che è stato e che comunque non tornerà. Direi che aumentano le responsabilità e soprattutto lo stimolo a provare ad alzare sempre un po' l'asticella ogniqualvolta affronto un nuovo progetto.
"Nulla è andato perso" mette a fuoco in pieno il mio approccio alla musica, alla vita. Narra dell'arte dell'incontro, ricerca la condivisione emozionale... Se qualche anno fa mi avessero detto che avrei messo un mio concerto in scena mi sarei messo a ridere.
E invece sta accadendo grazie ad Andrea Chimenti, Beppe Brotto, Antonio Aiazzi, Simone Filippi, a cui devo davvero molto."


Quando ti ascolto ho l'impressione di essere un'isola che attende i doni di un mare dall'orizzonte infinito, a volte tormentato, a volte calmo.
Nella tua storia di vita esiste un rapporto con il mare, con l'elemento acqua. 
Puoi parlarci di questo rapporto e quanto, nel Gianni di oggi, lo senti ancora vivo?
"Il mare, l'acqua, le profondità sono parte di me. Il destino ha voluto cambiare le carte in tavola... Studiavo per diventare Capitano di Lungo Corso e attendevo di finire il Nautico per potermi imbarcare e girare il mondo. Ha preso il sopravvento, senza che io abbia fatto nulla perché ciò accadesse, l'altra mia grande passione: la musica. Ed è accaduto per puro caso. O forse no, perché forse "nulla avviene mai a caso". 
Nel mare, nel moto perpetuo delle onde, nelle maree, nella maestosità, nei venti, nel profumo dell'acqua... c'è molto di me e del mio modo di fare musica. Acau fu dedicato interamente a tutto questo."

Che impressione hai del panorama musicale italiano odierno? Vedi degli spiragli interessanti, dei gruppi da tenere d'occhio, o credi invece che certe logiche commerciali e certe rappresentazioni effimere, specie televisive, abbiano definitivamente sacrificato una pretesa di qualità ad altro?
"Credo che siamo in un periodo di profonda mutazione generale. Stiamo traghettando da un'epoca ad un'altra che ancora non riusciamo a mettere a fuoco. Un periodo estremamente doloroso e complesso per tutta l'umanità, dove a farne le spese sono, come sempre, i popoli più bisognosi. Nel suo piccolo, la musica, vive le stesse contraddizioni e difficoltà. Ma non mi sento di dire che "era meglio prima". Ogni periodo vive di elementi affini al contesto temporale perché ogni cambiamento radicale necessita di tempo per manifestarsi. Le logiche commerciali, i media, il mercato, le multinazionali, anche in passato non hanno mai considerato più di tanto la musica di qualità o comunque tutti quei tentativi di musica "diversa". Non mi stupivo ieri e non mi stupisco oggi, ma penso che dipenda un po' da tutti; il mercato ci propina sì e no il 10% della musica che viene prodotta e suonata nel mondo... beh andiamo a scoprire quel 90% !!! Scopriremo che la musica di qualità, la sperimentazione, lo spessore, si possono trovare eccome. Evitiamo l'eccessivo pessimismo... le avanguardie a breve usciranno dalle loro cantine e ci sarà da divertirsi. Se devo fare qualche nome beh... Iosonouncane - Pasquale Demis Posadinu - Andrea Andrillo."

Molti appassionati (mi ci metto anch'io) dicono che tu, come nessun altro, hai saputo "donare personalità" al basso. Uno strumento che in genere pare quasi restare in secondo piano nei concerti, se suonato da te ha acquisito una nuova veste in tutti i gruppi che hanno fatto parte della tua storia. C'è qualcosa in cui ti senti di assomigliare al tuo basso? Qual è l'aspetto della tua personalità che senti di riversare maggiormente nelle sue corde?
"Il mio basso è affidabile, non tradisce mai. Credo di essere simile a lui nella vita."

Infatti Gianni, non tradisci mai...

Le prossime date del tour di "Vdb23 Nulla è andato perso" sono:
11 marzo, Associazione Culturale Ohibò, Milano
12,13 marzo, Circolo Ribalta, Vignola (Modena)
19 marzo, Spazio MAVV, Vittorio Veneto (Treviso)

 tutti i diritti riservati - credito immagini: 1) giannimaroccolo.com, sito ufficiale Gianni Maroccolo; 2) copertina album Vdb23 Nulla è andato perso - la proprietà delle immagini appartiene ai rispettivi autori
              

sabato 11 gennaio 2014

Quindici anni fa si spegneva Fabrizio De Andrè

Sono trascorsi quindici anni dalla morte di Fabrizio De Andrè, vera e propria icona della musica italiana, cantautore e poeta, per quanto lui non amasse quest'ultima etichetta, tra i più amati della storia.
Era la notte dell'11 gennaio 1999, quando in una fredda Milano si spegneva questo grande interprete della società e del sentimento, strappato alla vita da un cancro ai polmoni.

Verrebbe da chiedersi cosa sia rimasto di lui, della sua eredità, a tre lustri di distanza da quel giorno. Verrebbe da rispondersi, forse banalmente, tutto.
Tutto perché Faber è vivo, vive sono le sue canzoni, vivo è il suo ricordo, ancora risuonano i suoi capolavori, le sue ballate e i suoi testi struggenti.
Non passa, non può passare il tono talora allegro, più sovente malinconico, che pervade la musica di questo maestro.

Così, non resta che omaggiarne il ricordo, ancora, non oggi in quanto anniversario, ma ogni giorno, in quanto ogni nota del cantautore genovese merita di essere omaggiata, riascoltata, riscoperta. Sempre.

mercoledì 1 gennaio 2014

Il mandolino e l'italianità perduta

Il naufragio dell'italianità del mandolino è la malsana conseguenza del luogo comune: dallo strumento simbolo dell'Italia per antonomasia, esso ha finito per vedere il suo nome legato a vicende a dir poco negative, sino addirittura a vedersi spodestato del suo ruolo e relegato a simbolo della mafia.
Questo versatile ed ottimo strumento musicale a corda ha perso così la sua stessa ragion d'essere, costretto, come tanti compatrioti, ad emigrare altrove, dove le sue potenzialità fossero più apprezzate.
Così come avviene, solo per citarne alcuni, in Germania, in Giappone e, soprattutto, negli Stati Uniti, dove il mandolino è considerato per ciò che è, cioè un fedele amico del musicista professionista come del dilettante, in grado di far assaporare tra le sue corde il gusto di un Vivaldi, come di una canzone popolare, di una ballata rock come di un ruvido blues. Perché questo è il mandolino, strumento in grado di cantare (perché il mandolino non si suona, si canta) una musica colta come una musica decisamente più country (non per nulla, negli States le sue corde abbracciano prevalentemente il genere bluegrass).

Il fastidio ed il senso snobbistico che nutre l'Italia verso questo suo "figlio" è decisamente immotivato, per quanto certo la macchietta dell'italiano sempre affiancato al suo mandolino abbia contribuito, ad un certo punto, a farci storcere il naso e a lasciare lo strumento alla polvere, decaduto in un oblio incolpevole.

Anche la diffusione della pratica mandolinistica in Italia è qualcosa di pressoché inesistente. E tutto ciò, nonostante esistano dei veri amanti dello strumento che ancora cercano di farne apprezzare le potenzialità (molti dei quali confluiscono nella FMI, Federazione Mandolinistica Italiana). Ma è alla pratica da autodidatta che mi riferisco, in particolare. Quella che oltreoceano può contare su numerosi punti di riferimento, sia attraverso centinaia di pubblicazioni specifiche (per il 99% in lingua inglese; tra esse, una delle più complete per il principiante e l'intermedio appartiene alla fortunata serie "for Dummies", si intitola "Mandolin for Dummies" ed è scritta da Don Julin), sia attraverso la risorsa internet, che spazia da più o meno interessanti video su Youtube, sino a portali dedicati alla passione per l'otto corde, quali Mandolin Cafè. 
Per notare come ormai il mandolino sia uno strumento ben poco italiano, basti considerare che il materiale in lingua italiana per avvicinarsi alla pratica rappresenta una partizione misera della minima parte del totale dei metodi.
Qualcosa abbiamo anche noi, è vero, ma è ben poca cosa se paragonato alle risorse in lingua inglese, non solo più numerose, ma anche più complete. Spulciando tra i tanti metodi funzionali per il principiante, ci rendiamo conto addirittura che non solo la lingua inglese, ma anche la lingua francese, offrono più dei prodotti in lingua italiana.

Ecco che allora sarebbe il caso di dire che il mandolino non appartiene più alla nostra cultura. Non così tanto, almeno, da poter rappresentare uno dei simboli della nostra musica.
Lo è stato nel passato, ma oggi, un po' per ignoranza, un po' per tutti quei luoghi comuni di cui già si è detto, è solo un piacevole tremolo tra le righe del "tutto il resto". E chi suona il mandolino è una mosca bianca, costretto troppo spesso a far passare in sordina questa sua passione, per quanto pochi strumenti siano in grado di dare ciò che dà il mandolino.

RISORSE UTILI PER IL MANDOLINISTA
Federazione Mandolinistica Italiana
Mandolin Cafè
Mandolin for Dummies



lunedì 8 aprile 2013

Litfiba Trilogia Tour: Padova fa le veci del Triveneto e non delude



E se qualcuno ti domandasse: “che cos’è la perfezione, in campo musicale?” potresti dire che non esiste nulla di perfetto.
Ma potresti anche rispondere che, forse, qualcosa che alla perfezione si avvicina, esiste.

Sabato sera i Litfiba, formazione originale anni Ottanta (Pelù – Renzulli – Aiazzi – Maroccolo), con la new entry Luca Martelli alla batteria, erano a Padova per il loro già leggendario “Trilogia Tour” (1983-89) – tutte le date italiane sold out.
Avvicinarsi a questo tipo di evento è già, di per sé, come entrare nel tempio della musica, in un luogo sacro in cui sai che non stai per assistere ad un semplice concerto, ma ad un pezzo di storia della grande musica italiana che, finalmente, ricompone i suoi pezzi e ti investe di emozioni.
Emozioni inenarrabili, difficile anche offrire una descrizione a parole. Appena li vedi entrare, appena senti il primo attacco, già ti rendi conto di essere al cospetto di qualcosa di unico.
E ce n’era per tutti. La grandezza di questo gruppo, che nonostante il passare degli anni sa essere ancora così dannatamente attuale, era tutta lì, illuminata dagli sguardi di oltre quattromilacinquecento spettatori incantati.
Energia ed emozione, non credo esista miglior binomio per rendere onore a ciò cui si è assistito al PalaGeox del capoluogo euganeo.

Tra il disperatamente energico e veemente sound di pezzi come Cane o Resta, e l’onirica atmosfera di una Ballata o di un Re del Silenzio, o ancora tra l’emozione pura e commovente di Louisiana e le brillanti note di pezzi dei “Paleolitfiba” come Guerra, ce n’era veramente per tutti.
Ce n’era per pogare, ce n’era per sognare, ce n’era per piangere di emozione.
E allora, tornando alla domanda iniziale, se, dopo la sera scorsa, mi domandassero “esiste la perfezione nella musica?”, non potrei far altro che rispondere: “forse la perfezione no, ma ciò che si è visto a Padova ci si avvicinava molto”.
Se volete un piccolo assaggio, comprate il CD “Trilogia 1983-1989” che racchiude l’avvio di questo tour magico (con registrazione delle date di Milano del 30 e 31 gennaio). Ma si tratterebbe proprio di un semplice assaggio, perché ascoltarli dal vivo è tutto un altro pianeta…


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