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domenica 25 gennaio 2026

Intelligenza Artificiale, Marketing e Appiattimento Creativo


Si apre oggi la serie speciale di articoli intitolata "Intelligenza Artificiale, Marketing e Appiattimento Creativo", che tiene conto dell'evoluzione-involuzione degli ultimi 5-6 anni in materia creativa.

Esistono due grandi "segmenti cronologici" legati all'appiattimento creativo: il primo, già esistente nel passato, riguarda tutti quei fenomeni ai limiti del plagio dettati da esigenze di produzione (marketing, risorse finanziarie); il secondo, tipico del presente che stiamo vivendo e che verosimilmente ci accompagnerà in futuro, riguarda le nuove tecnologie, e in particolare l'intelligenza artificiale.

Oggi parleremo specificamente del primo punto, come introduzione al problema della contemporaneità: 

Marketing e commerciabilità come esigenze di produzione

Il marketing, in senso lato, (pro)muove la produzione artistica. Concetto banale quanto reale ed innegabile. 

Quante volte ci capita di leggere un libro (soprattutto un romanzo), di guardare un film o una serie, di ascoltare una canzone, e di percepire quel senso di "già visto - già sentito"?

Pensiamo ad un caso, assolutamente non isolato, che riguarda un fenomeno Netflix: il rapporto tra Stranger Things e Dark. 

Siamo negli anni 2016-2017 (la prima puntata di Stranger Things risale al luglio 2016, la prima di Dark a dicembre 2017). 

In quel particolare periodo storico, l'intelligenza artificiale non ha ancora conosciuto lo sviluppo travolgente che incontrerà a partire dalla pandemia del 2020, restando ancora un processo tecnologico relegato a pochi addetti ai lavori (e non idoneo a creare sceneggiature complesse). Inutile, dunque, imputare una qualche responsabilità a questo elemento specifico in quegli anni.

La sensazione di "già visto" che permea Dark rispetto a Stranger Things è ai limiti del plagio (in senso estetico, non legale), ma da una lettura strettamente "economico-finanziaria" la cosa non dovrebbe stupire.

Se, da un lato, gli elementi comuni sono troppi per risultare casuali, d'altro canto è comprensibile come Dark rielabori un modello narrativo già ampiamente metabolizzato dagli spettatori di Stranger Things: un successo planetario "traina" altri lavori, altre serie, influenzando pesantemente la creatività.

Questo "schema" è funzionale al marketing (ricordiamo che, quando uscì Dark, fu interesse di Netflix paragonarlo a Stranger Things nella sua campagna di lancio), permettendo sicuramente di agguantare un ampio numero di persone già appassionate al fenomeno precedente, seppur assumendosi qualche rischio.

Andando a leggere il rapporto tra queste due serie (che sono emblematiche per il loro successo e per l'essere state prodotte dalla medesima piattaforma), si possono rinvenire degli elementi che lasciano supporre una riscrittura, se non altro parziale, della sceneggiatura di Dark in ottica Stranger Things: sin dal principio, sembra che il soggetto di Dark, diverso nelle intenzioni sul piano narrativo ed estetico rispetto a Stranger Things, sia stato farcito di elementi riconoscibili al pubblico del fenomeno planetario, tanto da risultare sovrapponibile in più punti: la sparizione di un bambino, il ruolo di una centrale elettrica, la presenza di autorità governative o paragovernative torbide, il ruolo degli adolescenti nella ricerca, la presenza del personaggio di un poliziotto con sviluppo narrativo simile in entrambe le serie, la presenza di luoghi-non luoghi con punti di passaggio tra due dimensioni contrassegnati da leggi fisiche distorte, il "ruolo" degli anni Ottanta, e si potrebbe agevolmente andare avanti, ma nonostante siano trascorsi dieci anni dalla prima serie di Stranger Things e nove da Dark, preferiamo non cadere nello spoiler - magari qualcuno non le avrà ancora viste e vorrà rimediare).

Pare quasi che Dark sia stato pesantemente riscritto per garantire un continuum di pubblico in un momento in cui il pubblico desiderava esattamente un certo tipo di prodotto. 

Il risultato? Non ci interessa, questo articolo non è una critica a Stranger Things o a Dark, e nemmeno una comparazione puntuale. 

Si tratta di un "pretesto" per passare ad un piano molto più generale: le esigenze di natura finanziaria e di marketing dominano il rapporto creativo che si instaura tra produzione artistica e pubblico. 

Scoperta dell'acqua calda? Probabilmente sì, ma questa base - che troviamo in tutte le forme di produzione artistica (avremmo potuto parlare di letteratura o di musica, ma ci siamo voluti affidare alla forma artistica che le racchiude tutte) aiuta a capire perché l'intelligenza artificiale non vada a stravolgere uno schema, ma lo affini, lo rinnovi in chiave tecnologica. 

L'appiattimento creativo che imputiamo, negli ultimi cinque anni circa, all'esistenza e alla diffusione massiva dell'IA, ha in verità radici molto più profonde, che non possono essere tralasciate né trascurate. 
E che, talvolta, nella narrazione dei giorni nostri, tendiamo a dimenticare.

Immagine: AI


domenica 2 ottobre 2016

Come deve essere la poesia del secolo XXI?

Come deve essere la poesia del secolo XXI? Una domanda stupida come poche, ma ogni tanto si sente parlare anche di questo.

Già "come DEVE" è un concetto contrario a qualsiasi logica poetica, ammesso ne esista una. Ma ciò è ancor più vero in un'epoca che può attingere da un patrimonio stilistico passato che non conosce eguali nella storia della letteratura. Quelle che un tempo erano innovazioni e sperimentazioni, ora sono consolidate. Ecco che, dunque, è la coscienza, il gusto e la formazione di ciascun poeta a dover decidere come la poesia "debba" essere.

La deriva del "semplice", che taluni propugnano come naturale evoluzione del linguaggio poetico - sulla base di una non meglio precisata capacità di "raggiungere il più alto numero di persone possibili", è in realtà una sciocca illusione. Anzitutto perché la linea tra la "semplicità" e la "banalità" è assai labile, e se è vero che una poesia semplice può divenire, in certi contesti, un valore aggiunto, è anche vero che non esiste nulla di peggio di una poesia banale, sempre che di poesia si possa in questo caso parlare. Poi, per quanto detto prima: non esiste una strada maestra, specie in un'epoca in cui le strade maestre sono già state stracciate e reinventate più volte.

Se la strada maestra da calcare, nell'epoca odierna, deve essere - come auspicano alcuni - all'insegna di una fantomatica semplicità, meglio restare a ribattere quei sentieri che si stanno coprendo di erbacce, come il Simbolismo e quella sua arte poetica criptica che contiene un segreto da svelare e che nessuno detiene, ad esempio. Meglio le difficoltà tortuose per lo scrittore e per il lettore. Meglio tante altre cose. Meglio il reale impegno civile e sociale.


Se invece, come ritiene chi scrive, e come non sembra negabile, la poesia ha raggiunto una capillarizzazione stilistica, inutile chiudere i rubinetti. Godiamoci la fortuna di poter guardare alle mille sfaccettature della poesia passata e di poter essere ciò che preferiamo. Semplici o criptici, su un piano o su cento piani. Questo lusso, in altri tempi, non sarebbe stato possibile. 


(c) tutti i diritti riservati - credito immagine: pubblico dominio

mercoledì 15 giugno 2016

IL FESTIVAL CULTURALE: CROCE E DELIZIA DA SPENDERSI MA NON SPANDERSI

IL BENE E IL MALE - Opportunità e frustrazioni del "salotto esponenziale"

Quando penso al festival culturale, letterario in particolare, ho in mente quelle manifestazioni che permettono agli autori di avere un terreno di confronto e ai lettori un gigantesco indice da cui attingere. Fortunatamente, capita anche che le due figure si confondano, e che l'autore sia lettore e il lettore autore. Questo modo di concepire la cultura, che sta ormai sbocciando ovunque, pur avendo trovato in due grandi formule i suoi precursori più illustri (Il Salone del Libro di Torino, che viaggia ormai verso le trenta edizioni, e il Festival di Mantova, che sta per compiere un ventennio), ha, come tutte le cose "in grande", grandi potenzialità e grandi rischi.

Le potenzialità credo siano sotto gli occhi di tutti: presentare il proprio libro al caffè della stazione, per quanto permetta ancora di mantenere una certa vena romantica, porta comunque ad avere un pubblico che, se va bene, raggiunge le venti persone. Senza grandi possibilità di incremento.
La libreria, anch'essa, tradizionale ed irrinunciabile, fa numeri al più di poco superiori.
Il grande festival, la grande manifestazione, invece, travasa su di sé un pubblico potenziale di migliaia di unità. Potenziale, sia chiaro, ma è capitato a chiunque, credo, in un tempo morto, di andare a seguire quel tizio sconosciuto o di approfondire qualcosa allo stand di quella piccola casa editrice mai sentita nominare.

I numeri potenziali, dicevo, sono allettanti. Ora, pur tuttavia, andrei a valutare, sempre col beneficio dell'opinabilità della mia visione (a differenza di molti altri io non ho la presunzione di avere le risposte a tutti i problemi della vita) quelli che, di tutto questo, costituiscono gli aspetti negativi.
Anzitutto, può accadere che nel marasma della entità dell'offerta, si focalizzi l'attenzione più sul mezzo che non sul contenuto. Ci siamo abituati, nel corso dei secoli, a vedere la letteratura, e la poesia in particolare, come un calderone da cui attingere, in cui si privilegiava maggiormente ora la forma, ora il contenuto. La poesia ha conosciuto grandi evoluzioni, arrivando sino ad impadronirsi dell'ordine spaziale con il calligramma, e sino ad una neocommistione con altre arti, recuperando il ruolo della musica e dell'arte visiva, anche adottando le ultime tecnologie.

Questa evoluzione ha arricchito sicuramente le potenzialità, interpretando il "mezzo" ancora come "mezzo artistico". Recentemente, tuttavia, proprio attraverso quell'inarrestabile fiorire di nuovi festival, al solo "mezzo artistico" si è affiancato il grande "mezzo di diffusione". Che, si badi, non è innovativo, è solo esponenziale.

La vera problematica del mezzo di diffusione contemporaneo è data da un eccesso di apparenza. Non so come la veda chi sta leggendo, ma personalmente mi capita di assistere allo stridere di tanti "esserini" che si specchiano in una circolarità autoreferenziale, che genera autocompiacimento. L'impressione, quando assisto a questa messa in scena, perché di questo si tratta, è che tanti sordi tendano ad urlare la propria versione dei fatti. Tutti lì, tutti stipati. Confusi e, alla fine, dimenticati.
Non lo so, personalmente, quale peso culturale potrà avere mai tutto questo quando ci si rigirerà indietro fra cinquant'anni.

UNA PRIGIONIA INVISIBILE CHE FRENA I "POTENZIALI MAESTRI" DEL SECONDO NOVECENTO

Io, personalmente, vedo la necessità di una forte cesura generazionale, ma questo è il mio parere. Come sta accadendo nel contesto politico e sociale, almeno all'apparenza, anche la cultura dovrebbe impegnarsi a dare un taglio ad un certo passato; non a tutto il passato, si badi, ma a quel passato che maggiormente stride.

Senza voler generalizzare, a volte ripenso alla necessità del "salto", del "recupero". Guardandomi indietro, vedo una grande pagina di poesia scritta nel secolo XX, che da Caproni arriva a Zanzotto, passando per Pasolini e Luzi, solo per citarne alcuni, ed una fase intermedia, che corrisponde sostanzialmente all'ultimo ventennio o trentennio del secolo scorso, in cui è impossibile identificare un "maestro". Chiedete a chi è nato negli anni Settanta, Ottanta e ormai anche Novanta di indicare un "maestro" nella generazione "di mezzo", quella nata l'indomani del secondo dopoguerra. Io (e dico sempre "io" perché odio la presunzione ed il dogmatismo intellettuale) sono disposto a chiamare "maestro" uno Zanzotto, che peraltro ho avuto la fortuna di conoscere abbastanza bene da apprezzarne anche le qualità umane e di umiltà, un Luzi, un Caproni... Ma poi? Poi vedo poetica interessante, con cui è giusto e doveroso confrontarsi, ma nessun reale punto di riferimento. Persone che si compiacciono del proprio ruolo culturale intrapreso e raggiunto grazie alla forza della politica, ne vedo tante. Persone che hanno la presunzione di conoscere perfettamente il panorama letterario perché "tanto se esiste deve passare attraverso di me" ne vedo tante. Fango e acqua putrida ne vedo tanti. Vedo anche poeti che davvero apprezzo per il loro modo di scrivere, un Cappello, per esempio, volendo restare su un terreno che conosco meglio, anche un Giacomini o un Vit, per tenersi sulla scia di Pasolini, o un Cecchinel, volendo andare sulla scia di Zanzotto. Tutti poeti validi, piacevoli, dotati di una lirica cristallina ed anche emozionante, ma per nessuno di questi riesco ad utilizzare l'etichetta di "maestro" dei predecessori. E mi dispiace, sarò io troppo esigente o prevenuto (ma quest'ultima opzione non credo proprio).
Davvero un peccato, perché i grandi che ho citato prima avevano i loro maestri nella generazione precedente: Ungaretti, Carducci, D'Annunzio...

Non voglio dire quindi che la poesia contemporanea abbia vissuto "il vuoto", perché sarebbe una considerazione disonesta e assolutamente non corrispondente alla realtà. Ma ho paura che quel che sta avvenendo oggi sia fortemente condizionato da una "cricca para-letteraria" che di culturale non ha un bel niente. E che non necessariamente è esterna alle dinamiche culturali.
La sensazione che ho è che ci sia qualcosa o qualcuno, una specie di "eminenza grigia non necessariamente personalizzabile", che negli ultimi decenni si sia preoccupata più di costruire dei muri, dei contenitori, sfruttando anche qualche nome conosciuto, per mantenere una sorta di "cupola" in cui o decidi di stare dentro, o decidi di stare fuori. E il modo migliore per cementificare questa "struttura" è esattamente creare dei grandi contenitori culturali o presunti tali. In cui, piaccia o non piaccia, alla fine sono l'economia e la politica a fare la parte dei leoni; eccolo, a mio avviso, il vero problema del "grande contenitore culturale": le cose fatte in grande non si reggono senza politica ed economia, ed una cultura che guarda alla politica e all'economia, volenti o nolenti, non è una cultura libera.
Temo che molti "potenziali maestri" del secondo Novecento, pur conosciuti, siano prigionieri di questo problema. Mi riferisco a quelli che ho citato sopra, ma potrei continuare tranquillamente l'elenco. Ci sono, ma non è abbastanza. Dietro c'è sempre dell'altro che stona.

Ribellarsi a tutto questo (non ai festival o alle manifestazioni in sé, ma a quello che rischiano talvolta di trascinarsi dietro) è un dovere morale, per quanto non possa pagare sul breve termine. E in questo mi rivolgo in particolare agli infraquarantenni: nessuno ha l'esclusiva sulla cultura, non è il caso di lasciarsi ingabbiare nel nome di un po' di effimera notorietà per cui dover sempre dire grazie ad altri...

Se il peso-forza della cultura è stato profondamente eliso nel proprio equilibrio da una forte componente politico-economica (che trova le proprie radici, forse, nel Sessantotto), e se il frutto di tutto questo è che l'autorevolezza di una generazione di poeti che dovrebbe oggi venir chiamata "generazione maestra" dalla generazione successiva, si trova invece ad esser stata minata nel proprio ruolo, a causa di quel "peso estraneo" che schiaccia, è necessario fare un cambio di passo. Quel tanto che basta per ridare centralità alla cultura "pura", e relegare la politica e l'economia ad entità marginali del fenomeno. 

Chiuderei questa mia noiosa disquisizione con una citazione di Giorgio Gaber: "La cultura per le masse è un'idiozia, la fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconia" [La razza in estinzione - La mia generazione ha perso].


Non voglio che mi si taccia di peccare di elitismo, dopo questa citazione in questo contesto, ma ci tenevo a dire sinceramente che mi fa davvero paura la "demagogia culturale". 


tutti i diritti riservati
credito immagine: "Quel che resta", installazione di Ignazio Fresu - undo.net

domenica 29 maggio 2016

Il Castello di Sammezzano, gioiello in declino

Essere il Paese con il maggior patrimonio artistico a livello mondiale richiede coscienza, prima, e responsabilità, poi.
Non può esistere responsabilità senza coscienza, e purtroppo accade spesso che, nell'immensità di ciò che ci circonda, manchino entrambe le cose. Il nostro patrimonio è intriso di criticità, in lungo e in largo attraverso la penisola. Beni abbandonati a loro stessi, lasciati in balia del tempo e di chissà quante altre cose. E così gli Scavi di Pompei, così la Reggia di Caserta, così la Zisa di Palermo, così il Castello di Miramare a Trieste, e potremmo andare avanti per ore. Un gigantesco patrimonio, invidiato da tutto il mondo, spedito all'indirizzo dell'oblio colpevole da parte di chi di dovere.
Su alcuni dei casi eclatanti citati sopra, qualcosa si è mosso e si sta muovendo, fortunatamente.
Ma, come detto, la lista è lunga. E oggi, da questa lista, attingeremo parlando del Castello di Sammezzano. Un meraviglioso esempio ottocentesco di architettura moresca, sito nel cuore della Toscana, in comune di Reggello, ad una trentina di chilometri da Firenze.
Un luogo sfortunatamente ancora poco conosciuto, ma che può sfoggiare una rara bellezza, un trionfo cromatico negli interni che lascia a bocca aperta. Il tutto immerso nel parco con il maggior numero di sequoie in Europa. Un gioiello, una chicca, una vera ode al colore e all'eclettismo.
Anche il Castello di Sammezzano, inutile dirlo, rientra tra quelle molteplici opere d'arte che l'abbandono rischia di condurre verso un inaccettabile declino.
La coscienza è condizione necessaria alla responsabilità, dicevamo. Ecco perché è necessario prendere coscienza di questo gioiello, e recuperare il senso di responsabilità verso i tesori che la nostra patria custodisce, e che tendono a sfuggirci non oltre uno sguardo "abitudinario".
Ci vorrebbero diverse decine di milioni di euro per salvare il Castello di Sammezzano. Si parla di venti milioni solo per acquistarlo, ammesso ve ne sia la possibilità (l'ultima asta è stata, ed è notizia di soli pochi giorni fa, sospesa). Tanti, pochi, dipende dai punti di vista. Tanti sicuramente per la stragrande maggioranza della popolazione considerata come singoli, ma decisamente non tanti, se si pensa in termini di somma di individui. Basterebbe che il 3 per cento della popolazione italiana rinunciasse ai soldi di una pizza e di una bibita (10 euro) e l'obiettivo verrebbe praticamente raggiunto. Se pensiamo che siamo oltre 60milioni, basterebbe rinunciare ad un caffè, e ci sarebbero i soldi per tre Castelli di Sammezzano. 

L'Italia ha delle responsabilità verso se stessa e verso il mondo. Non dimentichiamolo. Salviamo il Castello di Sammezzano e tutti gli altri tesori sparsi per il Paese. 

Per qualsiasi ulteriore informazione: Sito Save Sammezzano

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credito immagine: Sailko - Wikipedia

martedì 2 settembre 2014

La rinascita italiana è impossibile senza valorizzazione del patrimonio culturale

Arte e cultura, un binomio inscindibile e troppo spesso sottovalutato dalla politica di questo Paese.
Italia nella morsa della crisi, Italia nella morsa della disoccupazione, Italia nella morsa di qualcosa di negativo, continuamente.
Verrebbe da chiedersi perché si tergiversi sempre sull'importanza degli aspetti artistico-culturali in quella che è, a livello mondiale, la Nazione che vanta il più grande patrimonio in tal senso.

Continuiamo a discutere su elemosine da 80 euro o interventi per nulla risolutivi, quando la nostra miniera d'oro è semplicemente nell'inestimabile lascito dei nostri avi.

La partita dell'economia mondiale non ha un unico campo da gioco, ogni Nazione dovrebbe sentirsi libera di scegliere lo "sport" in cui farsi valere.
Ora, restando su paragoni sportivi, se sapeste di essere imbattibili nella corsa e vi proponessero di gareggiare contro gli altri atleti in uno sport a scelta (tra cui anche la corsa), voi quale scegliereste?
La risposta è scontata.

L'Italia ha un patrimonio artistico che non ha eguali. Su questo campo possiamo dire di essere imbattibili.
Allora non rimane che gareggiare su questo campo, investire sempre maggiori risorse in questa direzione.
Potremmo essere il più grande museo del pianeta.
E tutto questo partendo da migliori collegamenti, migliore organizzazione delle risorse, sinergia, lotta senza quartiere e con pene esemplari a chi deturpa il nostro territorio (o commette scorrettezze e crimini nei confronti dei turisti - si vedano le frequentissime truffe).

L'indotto generato, a parte i posti di lavoro direttamente creati nel settore dei beni culturali, investirebbe immediatamente il settore commerciale (ricettività, ristorazione, ma non solo), artigianato e agricoltura.
La disoccupazione diverrebbe un lontano ricordo, e tutto il Paese potrebbe rifiorire.
I turisti porterebbero fiumi di denaro nelle nostre tasche e lo Stato potrebbe contare, di conseguenza, su un maggior gettito tributario, con miglioramento ulteriore dei servizi.

Il mondo ha voglia di Italia, ma l'Italia non risponde.

Si può sapere che cosa stiamo aspettando?

credito immagine: intermarketandmore.finanza.com - tutti i diritti riservati

martedì 14 gennaio 2014

L'arma a doppio taglio della critica italiota



Difficile trovare un paese più tagliato per la critica. L’Italia, luogo che, è risaputo, è abitato da un esercito di tuttologi, riesce meglio di altri ad assorbirne i deliri.
Sia chiaro, il problema della critica non è criticare, e neppure esprimere un’opinione, quanto piuttosto pontificare come dogmatica la propria opinione.
Proverò qui a comportarmi da critico, ma contro i critici o presunti tali.
Si tratta di un gioco, di una piccola palestra contro la feccia intellettualoide italiota.

Partirei dalla critica cinematografica, uno dei campi in cui il critichintellettualoide dà il meglio di sé. Sarà che un film dura mediamente tra un’ora e mezza e due ore, e quindi è più facile da “assimilare” rispetto ad un libro, che richiede impegno maggiore (e che per questo, talvolta, si evita a priori di leggere, ma non ci si risparmia comunque di criticare).
Basta farsi un giro su Internet per trovare in azione il nostro caro esercito di critici cinematografici, esperti e, soprattutto, fautori della famosa teoria “iosapreifaredimeglio”. 

Ribadisco, il problema non è avere un’opinione ed esprimerla, perché questo è un diritto sacrosanto. I problemi iniziano quando la critica diviene lo sterile spunto per un’opera pantadenigratoria, in cui tutto è male, ogni cosa fa schifo, specie se esce da un contesto diverso dall’underground, dal sottoindipendente, dal parasvangapalle.
Ci tengo a precisare che io non sono contro i critici in toto, non sono neppure contro i critici che esprimono un’opinione diversa dalla mia. I critici, in fondo, sono un male necessario che, con la loro opera di natura parassitica permettono di riempire pagine di giornali, che io personalmente sono ben lieto di leggere, visto che non ho nulla da fare. Così facendo pubblicizzano opere di chi è invece abituato a metterci la faccia nel lavoro, e magari riescono ad incuriosire me e la massa come me. Nietzsche diceva che in fondo i critici sono come gli insetti, vogliono il sangue, non il dolore. E mi pare una definizione calzante.

Ma non posso esimermi dal provare odio nei confronti di quelli che definirei "critici dogmatici". In sostanza, coloro che sanno sempre e che non hanno dubbi mai. Semplice immondizia che naviga nella cultura perché "è bello dirlo", abituata ad evitare qualunque tipo di espressione gradevole, quale "a mio avviso", "a mio parere", "dal mio punto di vista", "secondo me", "penso che", "reputo che", "ritengo che", "in base alla mia opinione", etc.
Coloro che preferiscono il perentorio a locuzioni di questo tenore, già risultano indisponenti e ridicoli per definizione.

Poi, ovviamente, neppure questo basta a fare di un criticante un critico degno di rispetto: la professione del critico è qualcosa di più profondo, di più complesso. Anzitutto richiede una consolidata cultura, non semplicemente accademica, ma di vita.

Non è facile essere credibili, se poco o niente si è fatto, se non parassitismo sulla schiena altrui. Per fare un esempio concreto, leggere delle pagine di critica letteraria scritte da Andrea Zanzotto suonerà evidentemente più autorevole rispetto alla lettura di una critica scritta da quel tal giornalista che scrive per quel tal giornale e che, se non ricordo male, ha scritto un solo libro nella sua vita, smontato dalla critica, per cui ora è interesse di quel certo giornalista-critico vomitare il suo astio nei confronti di tutto ciò che possa valere qualcosa.
Avrei voluto parlare di critica cinematografica, senza volerlo sono arrivato alla critica letteraria. Ma in fondo la critica è sempre critica, c’è quel filo che lega i detrattori di ogni arte e che ben si può adattare a musica, cinema ed arti letterarie. Senza lasciare indietro pittura e fotografia.

Da un occhio esterno, quando si ha a che fare con i dispensatori di verità, si ha sempre l’impressione di trovarsi dinanzi più a personaggi frustrati per essere rimasti relegati alla loro etichetta di accademici snob che amano crearsi un’aura di cultura intorno al sentito dire nei polverosi ambienti dei salotti “culturali”, che non a dei veri e propri critici in grado di fare il loro mestiere.
In Italia, il modo migliore per essere considerati positivamente da queste strane creature di tipo umanoide pare essere l’aver ormai trapassato la propria esistenza, perché sotto un metro di terra improvvisamente si diviene interessanti, forse perché innocui ed insensibili alle vagonate di merda (cosa che trasformerebbe automaticamente la critica negativa in qualcosa di inidoneo a giungere allo scopo primario), oppure restare nell’ombra. Perché solo nell’ombra si vale qualcosa. Altrimenti, automaticamente, si diviene commerciali, prodotto per masse, insomma qualcosa da disprezzare. Bello finché nessuno ti considera, ma improvvisamente da stroncare appena qualcuno si accorge di te.
Perché? Perché l’Italia vive, più che altrove (questa scuola esiste comunque in ogni dove) di stroncatura del tutto?
Forse perché qui non abbiamo dei grandi critici. Ne abbiamo tanti, tantissimi, certo, ma pochi valgono qualcosa.

Non è certo un buon critico quello che pretende di lodare soltanto, per partito preso, registi indo-pakistani trapiantati a San Benedetto del Tronto che hanno appena prodotto un documentario sulla lunghezza del cazzo dei pinguini delle Galapagos, che è riuscito a portare in sala due persone inclusi il regista e il montatore.
Con questo non voglio dire che un simile documentario non possa essere apprezzabile, magari è un capolavoro, ma non fossilizziamoci continuamente sull’invidia per la riuscita altrui, che senza indugio pare obbligarci a smontare, a denigrare il successo. Quella non è critica, è frustrazione.
Quale credibilità potrà avere mai il critico frustrato? Quel tale che avrebbe voluto diventare uno scrittore di successo ma che, non potendo, distrugge gli altri? O quel tizio che si crede un grande esperto di musica perché lavora in un negozio di dischi e sa esprimere la sua, perentoria e dogmatica, opinione (ma non ditegli che si tratta di un'opinione, poiché l’opinione è per definizione opinabile e dunque subiettiva) prima ancora di ascoltarli? Quale autorevolezza può avere un giornalista salottaro? La risposta è semplice, nessuna.
Giochiamo un po’ con loro, applichiamo il loro stesso metodo alla nullità delle loro esternazioni. Cominciamo a considerarli credibili, eventualmente, solo dopo morti.
Caro critico, ma chi ti credi di essere, De Sanctis? Croce? Non mi pare che tu sia uno di questi. Sei Fortini? No, non mi pare. E allora, lasciatelo dire. Non vali un cazzo.

P.S. La trivialità è parte integrante ed irrinunciabile del ragionamento. Chiedo scusa al pubblico più fine, ma anche questa è ostentazione di italianità.

credito immagine: dailystorm.it