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martedì 28 giugno 2016

Addio a Bud Spencer

Se n'è andato a 86 anni Bud Spencer, alias Carlo Pedersoli. 
Spendere molte parole su di lui appare superfluo, per questo non resta che ricordarlo come quel "gigante buono" che a suon di pugni riappianava le ingiustizie, sempre schierato dalla parte dei deboli e degli oppressi, fossero contadini o minatori sfruttati, indigeni, immigrati, animali... 

In coppia (nata per un "caso fortuito") con Terence Hill (Mario Girotti), che lo ha ricordato sulla sua pagina Facebook con un "Addio amico mio", è stato un caposaldo dell'esperienza cinematografica italiana, fortemente amato dal pubblico. Ha lavorato anche con grandi registi quali Mario Monicelli.
 
Un po' della nostra infanzia è volata via con lui...

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credito immagine: Michel Buchmann - michelbuchmann.de

venerdì 6 maggio 2016

Quarant'anni fa il terremoto del Friuli

Erano le 21,00 del 6 maggio 1976 quando la terra in Friuli tremò, portando morte e distruzione. Fu una delle più gravi calamità del XX secolo in Italia.

Per omaggiare le vittime, e anche un popolo coraggioso che più di ogni altro ha saputo reagire alla tragedia, seguiamo le orme di uno dei più grandi registi italiani, Pupi Avati.

Durante la scossa di quel 6 maggio, il regista era intento nelle riprese del film "La casa dalle finestre che ridono". Nonostante vi fossero circa 250 km a separare l'epicentro dal luogo delle riprese (alta pianura emiliana) il movimento della macchina da presa fu ottimamente percepibile.

Il regista, successivamente, decise di non tagliare del tutto la scena in fase di montaggio, ma lasciò alcuni istanti in cui è evidente il tremore.

Così, Pupi Avati ha testimoniato ed eternizzato in un famoso capitolo del nostro cinema l'avvio di quegli attimi terribili, per il Friuli e per l'Italia intera.

Quasi mille persone perirono, gran parte dell'alto e del medio Friuli furono devastate. La pedemontana friulana, in particolare, pagò il prezzo di vite più alto.

Eppure, da quella immane tragedia, il Friuli ha saputo rinascere, rimanendo purtroppo un esempio unico nella storia d'Italia. In soli dieci anni la ricostruzione poté dirsi completata.



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sabato 20 settembre 2014

SPECIALE PORDENONELEGGE 2014 - Il regista Krzysztof Zanussi al Convento di San Francesco

Il rapporto tra cinema e teatro e tra cinema e letteratura. Così può riassumersi l'incontro che ha visto protagonisti il regista polacco Krzysztof  Zanussi e lo scrittore e sceneggiatore Rocco Familiari.
Il regista Leone d'Oro 1984 con L'anno del sole quieto ha dialogato con Rocco Familiari delle differenze sostanziali tra il linguaggio cinematografico e quello letterario, ma al contempo della necessità del linguaggio letterario per la creazione di quello cinematografico.
Tra i due personaggi esiste ormai un lungo sodalizio, che è emerso in vari aneddoti svelati nel corso dell'incontro.
Non è mancato un riferimento al teatro, visto che Rocco Familiari nasce come drammaturgo. In questo senso, vi è stato spazio anche per indicare una breve analisi tra il linguaggio sincronico teatrale e quello diacronico cinematografico.
Il cinema, che racconta un momento passato, cristallizzato, e che viene composto dal regista a suon di brevi passi, ad una visione contestuale decisamente confusi, e il teatro, così immerso nell'hic et nunc, in un dialogo impossibile.
E poi c'è, ovviamente, la letteratura. "Il nodo di Tyrone", ultimo libro di Familiari, edito da Marsilio, ha fatto da sfondo al dibattito. Di esso si sono letti alcuni passaggi significativi nel corso dell'incontro.

Zanussi e Familiari hanno avuto modo di confrontarsi con il ruolo della letteratura non solo rispetto al cinema, ma anche rispetto alla loro stessa personale esperienza di lettori.

credito immagine: Wikipedia

venerdì 10 gennaio 2014

Nuove nomination per "La Grande Bellezza" di Sorrentino



Questa non è una recensione, anche perché cadrebbe con una tempistica decisamente fuori tempo massimo.
Non mi soffermerò dunque sul film in sé, che non necessita più di presentazioni (e che molti avranno ormai avuto modo e fortuna di vedere).
Quanto più interessa, ora, è la serie di candidature, strameritate, che fioccano da ogni dove.
Solo nell’ultima settimana sono arrivate quella in Spagna al premio Goya (come miglior film europeo) e quella inglese ai BAFTA per miglior film non in lingua inglese (che si aggiunge alle altre candidature britanniche, ai London Critic Circle Film Awards e ai BIFA). E, nel frattempo, negli USA viene sfondata la “soglia psicologica” del milione di dollari di incasso.

“La Grande Bellezza” è il miglior film del regista partenopeo Sorrentino, che già aveva toccato alti livelli con lavori come “Le Conseguenze dell’Amore” e “This Must be the Place”. Ora, mentre instancabile si cimenta con un nuovo film (“In the Future”, con Michael Caine), che dovrebbe uscire nel 2015, ecco la pioggia di nomination (che si aggiungono alle molte altre e ai premi già vinti).
Uno spaccato disincantato della decadenza quotidiana del nostro Paese, ma soprattutto un film che è una serie interminabile di spunti di riflessione, di immagini talora di felliniana memoria, di silenzi e di dialoghi perentori, di considerazioni universali sulla vita e particolari sulla società, sotto il segno del miglior Sorrentino, quello che abbiamo ormai imparato a conoscere e ad amare.
Il tutto unito ad una interpretazione magistrale di Toni Servillo, ma anche di Carlo Verdone e di Sabrina Ferilli, tutti già vincitori del Nastro d’Argento (come miglior attore protagonista e come migliori attori non protagonisti).
Chi scrive non è un critico cinematografico e si guarda bene dall’esserlo. Chi scrive lascia parlare i suoi sentimenti e le tante, tantissime riflessioni che da questo capolavoro, è il caso di dirlo, scaturiscono.
Per questo, vedere che finalmente il cinema italiano ritrova prepotentemente e meritatamente quell’attenzione internazionale a lungo negatagli, non può non donare un senso di orgoglio.
Sperando che i riconoscimenti internazionali si concretizzino, ed aspettando di sapere se “La Grande Bellezza” potrà rappresentare degnamente il nostro cinema anche alla Notte degli Oscar (l’annuncio delle nomination si avrà giovedì 16 gennaio), l’Italia si gode, finalmente, il ritorno nel ruolo che le spetta nel mondo del cinema. Grazie a Paolo Sorrentino.

immagine: locandina cinematografica
credito: comingsoon.it

giovedì 24 febbraio 2011

25 anni di Dylan Dog: da Cartoomics al nuovo film

Era il 1986 quando, dalla mente di Tiziano Sclavi, si concretizzò l’immagine di Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo. Sono passati 25 anni, e il mondo del fumetto (e non solo) è pronto a rendergli omaggio.
Un quarto di secolo portato benissimo, una serie di storie avvincenti che hanno reso Dylan Dog il fumetto Bonelli più importante della sua generazione, con storie che sono divenute dei veri e propri cult. Inutile fare grandi presentazioni, l’unica cosa da dire è che Dylan Dog è il fumetto horror-surreale più importante del panorama italiano, ed uno dei più importanti del panorama europeo.

I festeggiamenti in suo onore ci portano direttamente a Milano, città della Sergio Bonelli Editore, dove si terrà, come ormai consuetudine, la rassegna Cartoomics. E il venticinquesimo di Dylan Dog, direttamente od indirettamente, la farà da padrone, introducendo nella rassegna un “preambolo a tema”, dall’8 all’ 11 marzo, sul mondo dell’horror ed il rapporto tra fumetto e cinema, con tutta una serie di manifestazioni, proiezioni, seminari e dibattiti, molti dei quali di alto livello. Il giorno 10 marzo sarà una giornata dedicata interamente a Dylan Dog. Ci saranno una serie di ospiti di eccezione, tra cui disegnatori e sceneggiatori dell’indagatore dell’incubo.
La rassegna si terrà a Milano. Il preambolo, denominato “Cartoomics Spin Off: Horror & Motion”, come anticipato, si terrà dall’8 all’11 marzo, presso la sede del Centro Congressi della Provincia di Milano in via Corridoni 16. La fiera del fumetto Cartoomics si terrà invece in FieraMilanoCity dall’11 al 13 marzo.

Ma non è finita qui. I venticinque anni di Dylan Dog diventano lo spunto anche per ricavare un nuovo film sul personaggio a fumetti.
Uscirà infatti nelle sale il 16 marzo “Dylan Dog: Dead of Night”, regia di Kevin Munroe.

Tanta carne al fuoco, insomma, per gli amanti di Dylan Dog…

per il programma di Cartoomics Milano, clicca qui

tutti i diritti riservati - riproduzione anche parziale vietata
credito immagine: tratta da fumettiweb.it - proprietà di Sergio Bonelli Editore 2006

martedì 22 febbraio 2011

Corsi di scrittura creativa: spesso truffe cammuffate

Diffidare di chi pretende di insegnare a scrivere. Partiamo da un presupposto, che forse farà storcere il naso a più di qualcuno, e cioè che NON ESISTONO SCUOLE PER IMPARARE A SCRIVERE “BENE”.
I corsi di scrittura creativa, nella maggior parte dei casi, se non proprio truffe sono comunque delle prese in giro colossali, che vanno a danno del poveraccio di turno, che crede con un semplice corso, di poter divenire un romanziere di successo.
La migliore, e sola, scuola di scrittura è la lettura. Lettura attenta, lettura consapevole, dei grandi classici che ci precedono e che tanto hanno dato al nostro tempo. Soffermatevi sulle parole, sugli stili, sulle descrizioni, e troverete la migliore tra le accademie. Non occorrono catalogazioni, schemi ed altre idiozie simili, serve semplicemente attenzione a ciò che si ha intorno.
Una volta capito questo, potrete iniziare a cogliere quanto vi circonda; sedetevi su una panchina, osservate, lasciate lavorare la fantasia. Lo scrittore è, prima di tutto, una persona piena di fantasia, che sa sfruttarla anche quando deve descrivere la più dura realtà. Lo scrittore non conosce dei veri e propri schemi, ma vive di ciò che lo circonda, di ciò che è, di ciò che sarà e di ciò che dovrebbe essere.
Anche la “tecnica” per redigere un “buon romanzo”, di cui tanti si riempiono la bocca (e le tasche)… Non esiste! Non c’è! Come si può insegnare qualcosa che semplicemente non c’è? Ogni scrittore adotta una tecnica diversa, c’è chi prepara uno scheletro e poi sviluppa il progetto, e infine lo rifinisce, c’è chi si lascia andare a briglia sciolta fino a scrivere un po’ di pagine e poi cerca di incastrarle in un racconto che gli viene in mente nel mentre, c’è chi va ordinatamente capitolo per capitolo senza però avere in mente la vicenda nel suo insieme finché non ha concluso l’opera, c’è chi scrive tanti foglietti sparsi e poi cerca di armonizzarli in base a come “sente” la storia una volta creato un filo, indefinibile come progetto in quanto totalmente disordinato…
Credete che qualcuno abbia insegnato a Verga, Svevo, Buzzati o Pirandello “come si scrive”?
Non lasciatevi abbindolare, il problema dello scrivere è tutt’altro che tecnico, tanto più che la tecnica, alla fine, diviene un qualcosa di strettamente personale, legata al proprio carattere, alle proprie idee, a ciò che si vorrebbe fare quando si scrive. Relegare uno scritto alla tecnica significherebbe operare una forzatura a priori che, nella maggior parte dei casi, non porterebbe a nulla.
Bisogna ricordarsi una cosa: tutto ciò che si ha intorno è, in un modo o nell’altro, esprimibile a parole. In un tale contesto di immagini e sentimenti, credete ci sia bisogno del “consiglio” di qualcuno che vi insegna a scrivere? Risparmiate i vostri soldi, è tutto intorno a voi e, soprattutto, GRATIS.
L’idea, quella è il vero problema, l’idea originale, l’idea che possa attirare l’attenzione del lettore o, più semplicemente, permettervi di costruirci una vicenda intorno. Ma quella, nessuno ve la darà mai in una scatola chiusa. Pensate davvero che un’idea presumibilmente vincente vi possa venir svelata da terzi?
Per concludere, un unico caso di scrittura che, per la sua complessità e per il suo, questa volta sì, tecnicismo, richiede un’infarinatura teorica alla base: si parla, come molti avranno capito, della sceneggiatura. Qui il discorso è diverso, la sceneggiatura (specie se cinematografica), segue dei canoni universalmente riconosciuti, ed anche un a capo, un maiuscolo piuttosto che un minuscolo, possono cambiare le carte in tavola. Ma qui, si sa, non si scrive per il pubblico, si scrive per un produttore ed, eventualmente, per un regista, per degli attori, sicché la ricerca andrà indirizzata entro uno schema prettamente “cinematografico”. Lo sceneggiatore, utilizzando la sua tecnica, suggerisce, in certi casi in modo esplicito, in altri decisamente più velato, un cambio di scena piuttosto che un cambio di inquadratura, una location piuttosto che un’altra, addirittura l’espressività del viso di un attore. Il tutto, è bene dirlo, quasi sempre senza avere la possibilità di scrivere tutto ciò che ha in mente e senza poter guidare il regista esplicitamente dove vuole. Questa, sì, è una scrittura tecnica, una scrittura che va schematizzata ed imparata… Ma solo perché i destinatari sono dei tecnici…
Quanto dovete sapere per cominciare a scrivere è già tutto in queste poche righe. Chi ha il cilindro magico… beh, lasciatelo col suo coniglio…
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