La poesia dal punto di vista del traduttore: qualcosa di cui raramente si sente parlare, ma che apre più orizzonti di quanti si possano immaginare.
L'incontro alla Libreria della Poesia di Pordenone ha fornito alcuni interessanti spunti in tal senso: la presenza di due personaggi che hanno tradotto il poeta russo Osip Mandel'stam, cioè Gianfranco Lauretano e Paolo Ruffilli, ha aperto due diverse visioni.
Ma partiamo dal principio: ha senso tradurre la poesia? A questa domanda, chi scrive risponderebbe semplicemente "no". La poesia in quanto tale esula dal mero significato, come ben si sa, e non è possibile tradurre fedelmente le parole dell'autore in una lingua diversa da quella da lui utilizzata.
Ciò premesso, leggere in lingua originale tutte le poesie di tutti i poeti richiederebbe non solo la conoscenza di ciascuna lingua, ma anche la sua padronanza.
Ecco che dunque si arriva al compromesso della traduzione.
Tra aspetti biografici della travagliata vita del poeta russo, ci si è appunto sforzati di fornire una soluzione al problema di fondo.
Da un lato, l'approccio di Gianfranco Lauretano, decisamente più fedele e più corretto: tradurre la poesia significa guardare a ciò che c'è dietro e dentro, e dunque necessariamente fare i conti con l'autore, la sua vita, le sue idee. Contestualizzare, appunto. Contestualizzarlo rispetto a sé, ma anche rispetto a ciò che lo circonda: alla cultura russa del primo Novecento, in questo caso.
D'altro canto, l'approccio di Paolo Ruffilli. Un approccio decisamente presuntuoso: voler "ripetere" la musicalità della lingua russa nella traduzione italiana. Cercare di riprodurne fedelmente il ritmo. Un'idea che tentenna alle orecchie e alla mente, decisamente snaturante e priva di fondamento. Anche solo pensare di poter riproporre "il ritmo musicale" di una lingua in un'altra lingua, appare più come patetico abominio che come reale cimentarsi in qualcosa di utile all'universalità dei lettori.
Bisogna dirlo, è proprio una caduta nell'autoreferenziale, e forse persino nel narcisismo, che svuota il testo del vero autore per farne altro.
E poco importa se il risultato possa "suonare" in italiano. Qui si parla di tradurre un autore, non di trasporci sopra se stessi, in nome dell'impossibile convergenza "musicale" tra russo ed italiano. La trasposizione del sé è un'operazione riservata ai lettori, eventualmente, e a quelli più accorti in particolare. Non serve anticipare i tempi.
Si è poi entrati nel merito del grande dibattito tra acmeismo e simbolismo, seppur per sommi capi, come evidentemente richiesto dai tempi (ci sarebbero voluti altrimenti, come minimo, due interi incontri solo su ciascuno di essi).
Poi, lo "stupore-non stupore", che potrebbe stupire ancora di più: "vi è una conoscenza di Dante molto approfondita, come di Petrarca, nell'autore... che peraltro lo sapeva recitare in italiano..."
Questa affermazione sembrava stupisse chi parlava. Ma non è altro che la riprova, in seno ad un popolo il cui apprezzamento per la poesia è molto profondo, che la poesia vada recitata in lingua originale per essere chiara. Almeno "a fronte". Non per nulla uno dei momenti migliori dell'incontro è stato proprio nel raffronto tra italiano e russo che Gianfranco Lauretano ha posto in essere. Un'unica poesia, purtroppo, letta nel marasma del resto. Ma il vero momento arricchente dell'incontro.
Infine, la nota sulla pietra. Partendo, naturalmente, dalla raccolta "La Pietra", nelle sue varie edizioni (la prima delle quali del 1913), una digressione interessante sul sostanziale procedere contermine, agli occhi di Mandel'stam, di architettura e poesia (con un riferimento ad un aneddoto sul poeta al cospetto di Notre Dame).
Il poeta che "prima è pietra, dopo è legno".
Qui, invece, una certa banalità sul rapporto tra pietra e legno, un velato riferimento ad una poesia (che sarebbe stato forse il caso di recitare durante l'incontro) che, anche per non far torto a nessuno, riporto tradotta da Remo Faccani, per come la conoscevo io:
Una fiamma disperde
la mia arida vita,
e accantono la pietra:
ora il legno mi ispira.
E' rozzo ed è leggero:
da un tronco escono fuori
e midollo di quercia
e remi di pescatore.
Sotto, a configgere pali!
Svelate a colpi, o mazze,
un ligneo paradiso
di oggetti imponderabili.
La versione si trova nella raccolta "Ottanta Poesie" di Osip Mandel'stam, edita da Einaudi nel 2009.
credito immagine: Dmitry Bulgakov, monumento a Mandel'stam in Voronez - CC
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domenica 21 settembre 2014
SPECIALE PORDENONELEGGE 2014 - Tradurre Mandel'stam: incontro con Lauretano e Ruffilli
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sabato 20 settembre 2014
SPECIALE PORDENONELEGGE 2014 - Il regista Krzysztof Zanussi al Convento di San Francesco
Il rapporto tra cinema e teatro e
tra cinema e letteratura. Così può riassumersi l'incontro che ha visto
protagonisti il regista polacco Krzysztof Zanussi
e lo scrittore e sceneggiatore Rocco Familiari.
Il regista Leone d'Oro 1984 con L'anno del sole quieto ha dialogato con
Rocco Familiari delle differenze sostanziali tra il linguaggio cinematografico
e quello letterario, ma al contempo della necessità del linguaggio letterario
per la creazione di quello cinematografico.
Tra i due personaggi esiste ormai
un lungo sodalizio, che è emerso in vari aneddoti svelati nel corso
dell'incontro.
Non è mancato un riferimento al
teatro, visto che Rocco Familiari nasce come drammaturgo. In questo senso, vi è
stato spazio anche per indicare una breve analisi tra il linguaggio sincronico
teatrale e quello diacronico cinematografico.
Il cinema, che racconta un
momento passato, cristallizzato, e che viene composto dal regista a suon di
brevi passi, ad una visione contestuale decisamente confusi, e il teatro, così
immerso nell'hic et nunc, in un
dialogo impossibile.
E poi c'è, ovviamente, la
letteratura. "Il nodo di Tyrone", ultimo libro di Familiari, edito da
Marsilio, ha fatto da sfondo al dibattito. Di esso si sono letti alcuni
passaggi significativi nel corso dell'incontro.
Zanussi e Familiari hanno avuto
modo di confrontarsi con il ruolo della letteratura non solo rispetto al
cinema, ma anche rispetto alla loro stessa personale esperienza di lettori.
credito immagine: Wikipedia
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SPECIALE PORDENONELEGGE 2014 - La filosofia di nuovo al centro nel dibattito con Massimo Cacciari
Labirinto filosofico di cui il
centro è l'inizio e il punto di arrivo. Così, circa un'ora e mezza di lectio
magistralis del filosofo professor Cacciari, al Teatro Verdi di Pordenone, che
qui presenta il suo ultimo libro, "Labirinto filosofico", edito da
Adelphi.
Un viaggio che ha toccato diverse
tematiche, dalla metafisica all'ermeneutica, intrecciando Hegel con Kant,
Platone, Aristotele, Socrate, Nietzsche.
L'hegelismo e il kantismo, prima
di tutto. L'idea stessa di ricerca filosofica, di rapporto tra scienza e
filosofia, del loro dialogare, dei loro contrasti. E poi, l'impulso alla
categorizzazione, l'interrogativo, il non interrogativo, la conoscenza
dell'indicibile, i limiti del linguaggio e dei suoi abissi di ambiguità e di
vaghezza. Il mezzo che è prigione e la prigione che è mezzo.
Un lungo peregrinare attraverso
varie tappe della filosofia occidentale, partendo da un discorso puramente
ontologico, sull'Essere e sull'Ente, sui loro rapporti ma soprattutto
sull'identità dell'Ente e sui limiti del
logos nel coglierlo, nel
determinarlo.
Non manca neppure lo spazio per
una piccola polemica contro l'approccio "storico" della filosofia,
soprattutto nelle scuole, che Cacciari definisce una "marcetta
filosofica". La scuola, sottolinea lui, dovrebbe partire dai testi dei
filosofi e solo da lì ricostruire il pensiero di ciascuno.
Ha moderato il giornalista
Armando Torno, del Corriere della Sera.
credito immagine: foto di Roberto Vicario - CC BY SA
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