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martedì 21 marzo 2017

Giornata Mondiale della Poesia 2017

LA VERA POESIA
Anche se il suo valore non è stato compreso,
la parola di un poeta vero
versa nelle orecchie una corrente di miele:
anche se non è ancora giunta la sua fragranza, certo
cattura lo sguardo una ghirlanda di gelsomini.

(Subandhu, poeta indiano del VII secolo)


La primavera sboccia come la poesia. Ed anche quest'anno, in occasione della giornata mondiale della poesia, centinaia di eventi, in Italia e nel mondo, renderanno omaggio ad una delle forme più pure ed antiche di espressione dell'umanità.

Sentimenti, emozioni, preoccupazioni, osservazione del circostante come dell'infinito, passione, vita quotidiana, socialità, interiorità, satira,... Un linguaggio tanto totalizzante quanto universale.

E in questo, certo, le siamo tutti tributari. 


(c) traduzione di Giuliano Boccali - credito immagine: David Wagner

mercoledì 1 marzo 2017

ORDINE E MUTILAZIONE di Elena Zuccaccia

Mi ritrovo tra le mani questo libretto (inteso come "piccolo nel formato"), Ordine e Mutilazione, di Elena Zuccaccia (Edizioni Pietre Vive) e subito alcuni aspetti mi colpiscono.

Anzitutto, il "pessimismo ironico" e la nostalgia con uno sguardo al futuro. Stilisticamente parlando, un connubio di cinismo ed ironia permea l'intera silloge, mentre i versi indagano atmosfere complesse, come il rapporto tra "sentimento" e "non-sentimento", dove per quest'ultimo intendo al contempo un sentimento che non c'è più, un sentimento che non c'è mai stato e un sentimento sconosciuto. Talvolta, la linea di demarcazione tra queste "essenze contermini" è assai labile.

L'aspetto introspettivo, che all'occhio di chi scrive è sempre presente in poesia - anche nella cosiddetta "poesia civile", per intenderci - è evidente, ma tale evidenza si innesta ad un circostante tendenzialmente binario; in certe fasi, sembra persino un circostante "a tre".

L'opera è squisitamente "concettuale"; va letta, per questo, tutta d'un fiato, senza che ciò ne pregiudichi, tuttavia, la scorrevolezza. Neppure i momenti di circolarità, i ritorni e i riferimenti "al prima" appesantiscono la lettura. Sembra, piuttosto, che tali momenti "fluttuino" come un ago che tesse una trama sapiente. La "fluttuazione", peraltro, è una tematica presente al punto da offrire il titolo di uno dei capitoli e della "poesia di epilogo".
Questo "fluttuare" viene enfatizzato ancor di più da un uso della punteggiatura non convenzionale: quelli che, normalmente, appaiono come "stacchi", più o meno incisivi, qui sono invece reali "sospensioni". Sospensioni nel "non esserci".

Prima di chiudere questa brevissima e personale "impressione di lettura", vorrei porre l'attenzione su quella che appare, ai miei occhi, come una delle immagini più poetiche dell'intera silloge: il parallelismo tra la parola "amore" (o, meglio, tra la pronuncia della parola "amore") e le quattro dita delle zampe posteriori di un gatto. Perché i gatti hanno questa peculiarità: l'avere nelle zampe posteriori un dito in meno rispetto alle anteriori. E associare questa insolita immagine di "mancanza" alla pronuncia di una parola o, come forse è meglio dire, alla mutezza di una parola, ad una parola mancante, è davvero un aspetto di grande forza poetica.

Arricchiscono l'opera delle illustrazioni di Pierpaolo Miccolis


tutti i diritti riservati - credito immagine: edizioni pietre vive


venerdì 24 febbraio 2017

ARUSPICE NELLE VISCERE di Henry Ariemma

"Aruspice nelle Viscere" di Henry Ariemma (edito da Giuliano Ladolfi Editore) è uno di quei libri che si leggono volentieri, ma che, come tutti i libri di poesia, ti riempiono un vuoto restituendotene immediatamente un altro.

Ciò che è introspezione dell'autore si solleva oltre, sfidando le domande esistenziali più pure. Una tendenza al divino, forse, e in questo è "aruspice", cacciatore di realtà, di profondità, di essenza, tesa verso il futuro.

Trovo che la prefazione al libro, scritta da Giulio Greco, non richieda particolari integrazioni.

Come chi mi segue assiduamente saprà, io non sono un critico, e non mi addentrerò pertanto in ciò che altri già hanno fatto prima di me, e forse meglio di quanto potrei mai fare io.

Ma c'è un percorso, questo sì, che vorrei indagare. Questa silloge di Ariemma ha alcuni aspetti che, a mio avviso, guidano il lettore entro un filo logico, non so se voluto o meno, ma che traspare con forza:
alberi, rami, fiori, radici, corteccia. Questi concetti si reiterano in quasi tutti i componimenti, e non possono restare nell'indifferenza di una mera casualità.  

Che ruolo può avere "l'albero", con le sue varie appendici, in un'opera di questo tipo? Rileggendo alcune volte, fatico davvero a considerarlo un elemento del tutto casuale.

L'albero è ciò che più di ogni altra cosa unisce terra e cielo, saldo alle radici, ma che svetta alla chioma. L'albero è certezza di un tempo e di un luogo. Un elemento tendenzialmente rassicurante, nel suo ciclico fiorire e spogliarsi. Romanticamente, il legame tra il terreno e il divino. Un po' come gli aruspici, nella tradizione antica: un tramite.

Perché dico questo, e perché a mio avviso tutto ciò non può essere casuale?
Perché è qui il fulcro di tutto, se contestualizziamo l'opera all'oggi: che cosa ci manca? Cos'è che la nostra epoca non trova?
Non trova questa rassicurante certezza. Se le domande sono rimaste le stesse, le risposte si perdono. E come un aruspice, è ruolo del poeta restituire risposte che già il tempo ci ha consegnato, e che in un'epoca di falsi miti fatichiamo a decifrare.

Ruolo del poeta, certo, ma anche ruolo di ognuno di noi. Affinché questa fase sia solo una fase ciclica, e si possa, presto, tornare umanamente a fiorire.

La speranza è un ricominciare,/nutre di lamento il sogno di una notte/per nuovo giorno fatto di polvere/al volere del cuore./E il cammino con lo specchio/luminoso, mira lontana per il cieco/cucire cielo a suolo della terra/è domani a pretendere col fare/magie il messaggio che dice sì. ("Come la fede" - Aruspice nelle Viscere)


Chiudono l'opera alcuni haiku e alcuni aforismi. 


tutti i diritti riservati - credito immagine: editore

lunedì 3 ottobre 2016

CARMINOSCOPIO Parte Prima


Per quanto questo blog non sia nato con alcun intento autoreferenziale, mi permetto, trattandosi di collaborazione tra più persone, di diffondere due parole sull'ultimo progetto che ha visto la luce in casa razionirica. 

"Carminoscopio" è un progetto di poesia elettronica nato dalla collaborazione tra Lorenzo La Monica Dorigo (autore dei testi), Valter Poles (autore delle musiche, già docente presso il conservatorio di Udine e l'Università di Trieste) e Giulio Serafini (autore della parte visuale, con un consolidato curriculum da disegnatore ed animatore).
Questo primo "segmento", Dissolvenza in vita, è un lavoro dai tratti angoscianti, che trae il proprio spunto artistico dalla società contemporanea. Nelle intenzioni, si tratta di attingere ad una "società liquida, mutevole, in un perenne dissestarsi che coinvolge l'individuo, sia in relazione intimistica che proiettata verso l'esterno".

La mancanza di valori, o la loro rapida mutazione che non ha dato il tempo di cristallizzarne di nuovi, e forse neppure di individuarne con certezza, diviene il fondamento della percezione di vuoto e di carenza di equilibrio tra un passato e un futuro. 

Le immagini, accompagnate da una musica e da una voce narrante cariche di tormento, tendono ad amplificare il significato del testo. 

Il progetto prevede già la stesura di altri "segmenti", che pur senza alcuna soluzione di continuità, vanno a costituire un unicum

Non ci sono, ovviamente, intenti sperimentali. Questo tipo di linguaggio è già stato percorso, a vario titolo, negli ultimi 30 anni. Pur tuttavia, si tratta di una sperimentazione per quanto riguarda la nostra personale esperienza. Una "prima volta" con cui speriamo di riuscire a trasmettere qualcosa. 

(c) tutti i diritti riservati

domenica 2 ottobre 2016

Come deve essere la poesia del secolo XXI?

Come deve essere la poesia del secolo XXI? Una domanda stupida come poche, ma ogni tanto si sente parlare anche di questo.

Già "come DEVE" è un concetto contrario a qualsiasi logica poetica, ammesso ne esista una. Ma ciò è ancor più vero in un'epoca che può attingere da un patrimonio stilistico passato che non conosce eguali nella storia della letteratura. Quelle che un tempo erano innovazioni e sperimentazioni, ora sono consolidate. Ecco che, dunque, è la coscienza, il gusto e la formazione di ciascun poeta a dover decidere come la poesia "debba" essere.

La deriva del "semplice", che taluni propugnano come naturale evoluzione del linguaggio poetico - sulla base di una non meglio precisata capacità di "raggiungere il più alto numero di persone possibili", è in realtà una sciocca illusione. Anzitutto perché la linea tra la "semplicità" e la "banalità" è assai labile, e se è vero che una poesia semplice può divenire, in certi contesti, un valore aggiunto, è anche vero che non esiste nulla di peggio di una poesia banale, sempre che di poesia si possa in questo caso parlare. Poi, per quanto detto prima: non esiste una strada maestra, specie in un'epoca in cui le strade maestre sono già state stracciate e reinventate più volte.

Se la strada maestra da calcare, nell'epoca odierna, deve essere - come auspicano alcuni - all'insegna di una fantomatica semplicità, meglio restare a ribattere quei sentieri che si stanno coprendo di erbacce, come il Simbolismo e quella sua arte poetica criptica che contiene un segreto da svelare e che nessuno detiene, ad esempio. Meglio le difficoltà tortuose per lo scrittore e per il lettore. Meglio tante altre cose. Meglio il reale impegno civile e sociale.


Se invece, come ritiene chi scrive, e come non sembra negabile, la poesia ha raggiunto una capillarizzazione stilistica, inutile chiudere i rubinetti. Godiamoci la fortuna di poter guardare alle mille sfaccettature della poesia passata e di poter essere ciò che preferiamo. Semplici o criptici, su un piano o su cento piani. Questo lusso, in altri tempi, non sarebbe stato possibile. 


(c) tutti i diritti riservati - credito immagine: pubblico dominio

venerdì 30 settembre 2016

Poesia e altri linguaggi (parte I)

Uno degli aspetti più interessanti della poesia è la sua indiscussa capacità di commistione con altre arti. Il linguaggio poetico, la sua manifestazione più profonda e viva, non basta a se stesso, non vive della sola freddezza della parola su carta o su altro supporto. Vive di connubio. Recitazione, come minimo, e dunque “teatro” in un senso assai lato. Canto, talvolta, come fu nell’antichità.

Musica, immagine, parola. Nel Novecento, il cinema, e nel tardo secolo l’informatica, hanno permesso di scoprire nuovi mondi, di cavalcare praterie inesplorate, talvolta sperimentazioni, talvolta modernizzazioni dell’esistente. Così è stato, su tutti, Gianni Toti, inventore della poetronica, movimento espressivo che negli anni Ottanta ha fatto sposare la poesia con le nuovissime tecnologie che andavano affacciandosi. Un italiano misconosciuto, purtroppo, che pur tuttavia è stato un reale pioniere a livello mondiale.


La duttilità della poesia è un percorso che, se ha ormai sostanzialmente esaurito forma e contenuto, non è comunque cessato nella rivisitazione del mezzo. Il mezzo è ancora un terreno da battere, come lo sono le sfumature delle altre arti, che unite alla poesia possono donare qualcosa da cui attingere: un pozzo originario, come lo era la poesia antica, che però gioca della novità dei mezzi. Del futuro.

Gianni Toti, tratto da SqueeZangeZaùm  

Fontana - Lucini - Capocitti, Tiro al Bersaglio (tratto da "Revolverate")



tutti i diritti riservati

martedì 5 luglio 2016

La francese italianità di Yves Bonnefoy (1923-2016)

Si è spento alcuni giorni fa, all'età di 93 anni, Yves Bonnefoy, il più grande poeta francese contemporaneo.

Appena appresa la notizia dalle agenzie avrei voluto affrettare un articolo per trovarmi anch'io "sul pezzo". Ma non faccio giornalismo e non faccio neanche critica, per cui lo "stare sul pezzo" era l'ultimo dei miei problemi. Credo peraltro, e non è una frase fatta, che un grande artista come lui si sia già costruito meritatamente l'immortalità.

Filosofo di formazione, poeta nella vita, appassionato conoscitore dell'arte. Anche meta-poeta, per molti aspetti non trascurabili. Una breve, giovanile parentesi surrealista, per poi virare verso l'esistenzialismo, per chi cerca un'etichetta nelle arti. E anche traduttore, di Keats, di Shakespeare, anzitutto, ma si cimentò anche con Petrarca, seppur in modo non sistematico.

Più volte candidato al Nobel per la letteratura, è stato anche un attento critico d'arte, letteralmente fulminato dall'arte rinascimentale italiana sin dalla giovane età.

Non è questa la sede per parlare della sua opera immensa, né chi scrive ne ha le competenze. L'unica cosa che preme sottolineare, ricorrente nella sua vita come nella sua opera, è questo continuo riferimento alla morte che pare contrastare con la potenza vitale dell'arte. Se dovessi definire Bonnefoy per quel che ne ho letto, direi semplicemente questo: un uomo che appare sospeso tra la lirica della morte e l'eternità della bellezza.

E poi, un poeta francese con una non trascurabile italianità nelle vene. Un amore sincero per tutti quei luoghi da lui conosciuti, da Firenze a Roma, da Venezia a Genova, passando per Urbino e per Ravenna. E, soprattutto, per la grande arte espressa nella loro maestosità, ma anche nel loro valore simbolico.

E anche quei riferimenti a Dante, a Leopardi, a Petrarca, a Leon Battista Alberti, al Palladio, a Piero della Francesca, solo per citarne alcuni. L'Italia assume un posto di rilievo nella vita e nell'opera di questo grande poeta.  E l'Italia ha contraccambiato questo amore, visto che Yves Bonnefoy era il più conosciuto tra i poeti francesi contemporanei. Qui in Friuli Venezia Giulia venne riconosciuto recentemente anche con l'assegnazione del Premio Nonino.

"Se voulait-il un torche/qu'il eût jetée dans la mer?/Il alla loin dans les flaques/d'entre là-bas et le ciel,/puis il se retourna vers nous,/mais le vent l'avait désécrit/bien que sa main fût crispée/ sur le mondes de la fumée (...)". Così si apre la sua lirica "Un poète". Non la riporto integralmente, ma è una delle mie preferite. E mi capitò di interrogarmi, forse in modo insensato, senza pretendere una risposta esaustiva, sui legami tra questa lirica e "Facesti come quei che va di notte...", titolo originale in italiano (tanto per sottolineare ulteriormente quel po' di italianità d'adozione - espressa in una citazione del Sommo Dante), in cui un'altra torcia appare al primo verso.
L'unica cosa certa è che le torce dei grandi poeti non si spengono, neanche quando questa vita volge al termine.


(c) tutti i diritti riservati
credito immagine: Joumana Addad, 2004 (CC)


martedì 21 giugno 2016

Idioma a Nord-Est

L'esperienza poetica di quest'area d'Italia (ambito veneto - friulano) vede una innegabile tendenza al "bilinguismo". Molti dei poeti che hanno vissuto in queste terre si sono confrontati sia con la lingua nazionale, sia con gli idiomi locali.

Pasolini, prima di tutto, che è stato uno dei precursori della valorizzazione (e della identificazione stessa) del friulano, scrisse nella parlata casarsese e diede vita a quella che rimane la più importante iniziativa letteraria della storia del Friuli: l'Academiuta di Lenga Furlana, che tanto peso riveste tuttora nella conservazione del friulano di Casarsa. Basti pensare all'ultimo poeta ad essa direttamente legato, Ovidio Colussi, ma anche a quella lunga scia di poeti che ad essa, pur restandovi esterni, si sono comunque ispirati. E potremmo citare Giacomini, Cappello, Vit e altri che si esprimono in friulano e che di questa Academiuta sono sicuramente tributari.
Poi c'è stato il friulano "totalmente estraneo" alle dinamiche, anche indirette, di Pasolini e della sua Academiuta: ad esempio, uno su tutti, quello di Tavan, che nella parlata di Andreis ha regalato uno struggente esempio di "poesia sociale".
E, dalla Livenza al Piave, le esperienze venete, in primis quella del maestro Zanzotto, senza ombra di dubbio uno dei poeti più grandi del Novecento italiano, che ha dato impulso ad altri poeti riconosciuti a livello nazionale, tra cui Cecchinel. Oltre il Piave ecco Calzavara, altro poeta che si è fortemente confrontato con l'idioma locale e, tornando nell'area friulana, e anzi più specificamente giuliana, il maestro Biagio Marin e il suo veneto de mar nella parlata di Grado. Si può trovare persino, ma questa è più che altro una forzatura linguistico-letteraria, un tentativo di riproporre l'estinta parlata tergestina (l'antico dialetto romanzo della città di Trieste) da parte di Crico.

Quale possa essere il ruolo del dialetto nella poesia moderna, e quale sia il peso che questo assume in una certa area del Nord-Est dove, è bene ricordarlo, la forza della poesia dialettale è anche quantitativa e non solo qualitativa, è un quesito a cui si possono dare risposte molteplici.

Quella, ad avviso di chi scrive, più convincente, non riguarda un'identità ma un'identificazione. L'uso delle parlate locali assume, in una terra come questa, una sorta di rivincita sociale di ciò che si è cercato più volte di cancellare. Questo è ancora più vero, probabilmente e nello specifico, per il friulano, che sottoposto ad una emarginazione "di classe" da parte degli stessi friulani (che la spinta borghese aveva portato a preferire il veneziano di terraferma), è poi rinato nelle periferie, lontano dai centri nevralgici del commercio regionale, ormai venetizzati (sorte che toccò alla stessa Udine), come, appunto, la Casarsa di Pasolini.
La valorizzazione successiva, che l'ha consacrata come "lingua", ha fatto il resto.
E poco importa se questa etichetta sia più politica che non squisitamente linguistica, oggi il friulano è lingua e basta, con tutto quel che ne consegue, a livello di conservazione e di valorizzazione. Purtroppo, non tutto è oro quel che luccica, perché il riconoscimento raggiunto ha richiesto comunque una certa "standardizzazione" ed una distinzione, conseguentemente, tra un fantomatico "friulano standard", individuato nella parlata dell'area sandanielese, sufficientemente estranea ai fenomeni di venetizzazione di pianura come alle contaminazioni germaniche e slave delle aree linguistiche contermini all'Austria ed alla Slovenia, e le varie "parlate locali", che in realtà non sono altro che l'espressione più reale del friulano, senz'altra definizione.
Qualsiasi standardizzazione che segue (o che precede) al riconoscimento di lingua è, agli occhi di chi scrive, una forzatura che andrebbe evitata. Se "lingua" significa avere un friulano di serie A (ufficiale???) e tanti friulani di serie B, meglio essere "dialetto".

Le dinamiche venete sono invece differenti, il veneto non ha conosciuto un vero e proprio riconoscimento a lingua, pur essendo stata la lingua, questa sì ufficiale, di uno dei più grandi Stati preunitari. Lingua ufficiale, certo, ma non sufficientemente standardizzata, neanche nel suo modo di scrivere (che è, a quanto pare, in fase di standardizzazione). Come dire, il veneto non è lingua perché non è stato ancora in grado di individuare il suo acmè letterario. Qualcuno lo individua nel veneziano di terraferma (per l'alto numero di parlanti), qualcuno nel padovano per il ruolo culturalmente dominante di questa città (sede, ricordiamo, della prima università del Triveneto e di una delle più antiche d'Italia), altri puristi persino nella parlata dell'isola di Burano "la più pura e meno contaminata". Una specie di San Daniele del Friuli rapportata al Veneto, con l'unica differenza che San Daniele del Friuli, oltre alla presunta purezza, è anche sede di una biblioteca storica che non ha paragoni in Friuli - ed ecco tornare la centralità culturale.

Qualunque sia la scelta, e a prescindere dalle etichette lingua-dialetto (si può usare tranquillamente "idioma" per mettere d'accordo tutti), l'affermazione innegabile è che la parlata locale assume nell'esperienza poetica di queste terre un ruolo che può ben dirsi, come altrove meno massicciamente accade, complementare alla lingua nazionale italiana.


(c) tutti i diritti riservati

mercoledì 15 giugno 2016

IL FESTIVAL CULTURALE: CROCE E DELIZIA DA SPENDERSI MA NON SPANDERSI

IL BENE E IL MALE - Opportunità e frustrazioni del "salotto esponenziale"

Quando penso al festival culturale, letterario in particolare, ho in mente quelle manifestazioni che permettono agli autori di avere un terreno di confronto e ai lettori un gigantesco indice da cui attingere. Fortunatamente, capita anche che le due figure si confondano, e che l'autore sia lettore e il lettore autore. Questo modo di concepire la cultura, che sta ormai sbocciando ovunque, pur avendo trovato in due grandi formule i suoi precursori più illustri (Il Salone del Libro di Torino, che viaggia ormai verso le trenta edizioni, e il Festival di Mantova, che sta per compiere un ventennio), ha, come tutte le cose "in grande", grandi potenzialità e grandi rischi.

Le potenzialità credo siano sotto gli occhi di tutti: presentare il proprio libro al caffè della stazione, per quanto permetta ancora di mantenere una certa vena romantica, porta comunque ad avere un pubblico che, se va bene, raggiunge le venti persone. Senza grandi possibilità di incremento.
La libreria, anch'essa, tradizionale ed irrinunciabile, fa numeri al più di poco superiori.
Il grande festival, la grande manifestazione, invece, travasa su di sé un pubblico potenziale di migliaia di unità. Potenziale, sia chiaro, ma è capitato a chiunque, credo, in un tempo morto, di andare a seguire quel tizio sconosciuto o di approfondire qualcosa allo stand di quella piccola casa editrice mai sentita nominare.

I numeri potenziali, dicevo, sono allettanti. Ora, pur tuttavia, andrei a valutare, sempre col beneficio dell'opinabilità della mia visione (a differenza di molti altri io non ho la presunzione di avere le risposte a tutti i problemi della vita) quelli che, di tutto questo, costituiscono gli aspetti negativi.
Anzitutto, può accadere che nel marasma della entità dell'offerta, si focalizzi l'attenzione più sul mezzo che non sul contenuto. Ci siamo abituati, nel corso dei secoli, a vedere la letteratura, e la poesia in particolare, come un calderone da cui attingere, in cui si privilegiava maggiormente ora la forma, ora il contenuto. La poesia ha conosciuto grandi evoluzioni, arrivando sino ad impadronirsi dell'ordine spaziale con il calligramma, e sino ad una neocommistione con altre arti, recuperando il ruolo della musica e dell'arte visiva, anche adottando le ultime tecnologie.

Questa evoluzione ha arricchito sicuramente le potenzialità, interpretando il "mezzo" ancora come "mezzo artistico". Recentemente, tuttavia, proprio attraverso quell'inarrestabile fiorire di nuovi festival, al solo "mezzo artistico" si è affiancato il grande "mezzo di diffusione". Che, si badi, non è innovativo, è solo esponenziale.

La vera problematica del mezzo di diffusione contemporaneo è data da un eccesso di apparenza. Non so come la veda chi sta leggendo, ma personalmente mi capita di assistere allo stridere di tanti "esserini" che si specchiano in una circolarità autoreferenziale, che genera autocompiacimento. L'impressione, quando assisto a questa messa in scena, perché di questo si tratta, è che tanti sordi tendano ad urlare la propria versione dei fatti. Tutti lì, tutti stipati. Confusi e, alla fine, dimenticati.
Non lo so, personalmente, quale peso culturale potrà avere mai tutto questo quando ci si rigirerà indietro fra cinquant'anni.

UNA PRIGIONIA INVISIBILE CHE FRENA I "POTENZIALI MAESTRI" DEL SECONDO NOVECENTO

Io, personalmente, vedo la necessità di una forte cesura generazionale, ma questo è il mio parere. Come sta accadendo nel contesto politico e sociale, almeno all'apparenza, anche la cultura dovrebbe impegnarsi a dare un taglio ad un certo passato; non a tutto il passato, si badi, ma a quel passato che maggiormente stride.

Senza voler generalizzare, a volte ripenso alla necessità del "salto", del "recupero". Guardandomi indietro, vedo una grande pagina di poesia scritta nel secolo XX, che da Caproni arriva a Zanzotto, passando per Pasolini e Luzi, solo per citarne alcuni, ed una fase intermedia, che corrisponde sostanzialmente all'ultimo ventennio o trentennio del secolo scorso, in cui è impossibile identificare un "maestro". Chiedete a chi è nato negli anni Settanta, Ottanta e ormai anche Novanta di indicare un "maestro" nella generazione "di mezzo", quella nata l'indomani del secondo dopoguerra. Io (e dico sempre "io" perché odio la presunzione ed il dogmatismo intellettuale) sono disposto a chiamare "maestro" uno Zanzotto, che peraltro ho avuto la fortuna di conoscere abbastanza bene da apprezzarne anche le qualità umane e di umiltà, un Luzi, un Caproni... Ma poi? Poi vedo poetica interessante, con cui è giusto e doveroso confrontarsi, ma nessun reale punto di riferimento. Persone che si compiacciono del proprio ruolo culturale intrapreso e raggiunto grazie alla forza della politica, ne vedo tante. Persone che hanno la presunzione di conoscere perfettamente il panorama letterario perché "tanto se esiste deve passare attraverso di me" ne vedo tante. Fango e acqua putrida ne vedo tanti. Vedo anche poeti che davvero apprezzo per il loro modo di scrivere, un Cappello, per esempio, volendo restare su un terreno che conosco meglio, anche un Giacomini o un Vit, per tenersi sulla scia di Pasolini, o un Cecchinel, volendo andare sulla scia di Zanzotto. Tutti poeti validi, piacevoli, dotati di una lirica cristallina ed anche emozionante, ma per nessuno di questi riesco ad utilizzare l'etichetta di "maestro" dei predecessori. E mi dispiace, sarò io troppo esigente o prevenuto (ma quest'ultima opzione non credo proprio).
Davvero un peccato, perché i grandi che ho citato prima avevano i loro maestri nella generazione precedente: Ungaretti, Carducci, D'Annunzio...

Non voglio dire quindi che la poesia contemporanea abbia vissuto "il vuoto", perché sarebbe una considerazione disonesta e assolutamente non corrispondente alla realtà. Ma ho paura che quel che sta avvenendo oggi sia fortemente condizionato da una "cricca para-letteraria" che di culturale non ha un bel niente. E che non necessariamente è esterna alle dinamiche culturali.
La sensazione che ho è che ci sia qualcosa o qualcuno, una specie di "eminenza grigia non necessariamente personalizzabile", che negli ultimi decenni si sia preoccupata più di costruire dei muri, dei contenitori, sfruttando anche qualche nome conosciuto, per mantenere una sorta di "cupola" in cui o decidi di stare dentro, o decidi di stare fuori. E il modo migliore per cementificare questa "struttura" è esattamente creare dei grandi contenitori culturali o presunti tali. In cui, piaccia o non piaccia, alla fine sono l'economia e la politica a fare la parte dei leoni; eccolo, a mio avviso, il vero problema del "grande contenitore culturale": le cose fatte in grande non si reggono senza politica ed economia, ed una cultura che guarda alla politica e all'economia, volenti o nolenti, non è una cultura libera.
Temo che molti "potenziali maestri" del secondo Novecento, pur conosciuti, siano prigionieri di questo problema. Mi riferisco a quelli che ho citato sopra, ma potrei continuare tranquillamente l'elenco. Ci sono, ma non è abbastanza. Dietro c'è sempre dell'altro che stona.

Ribellarsi a tutto questo (non ai festival o alle manifestazioni in sé, ma a quello che rischiano talvolta di trascinarsi dietro) è un dovere morale, per quanto non possa pagare sul breve termine. E in questo mi rivolgo in particolare agli infraquarantenni: nessuno ha l'esclusiva sulla cultura, non è il caso di lasciarsi ingabbiare nel nome di un po' di effimera notorietà per cui dover sempre dire grazie ad altri...

Se il peso-forza della cultura è stato profondamente eliso nel proprio equilibrio da una forte componente politico-economica (che trova le proprie radici, forse, nel Sessantotto), e se il frutto di tutto questo è che l'autorevolezza di una generazione di poeti che dovrebbe oggi venir chiamata "generazione maestra" dalla generazione successiva, si trova invece ad esser stata minata nel proprio ruolo, a causa di quel "peso estraneo" che schiaccia, è necessario fare un cambio di passo. Quel tanto che basta per ridare centralità alla cultura "pura", e relegare la politica e l'economia ad entità marginali del fenomeno. 

Chiuderei questa mia noiosa disquisizione con una citazione di Giorgio Gaber: "La cultura per le masse è un'idiozia, la fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconia" [La razza in estinzione - La mia generazione ha perso].


Non voglio che mi si taccia di peccare di elitismo, dopo questa citazione in questo contesto, ma ci tenevo a dire sinceramente che mi fa davvero paura la "demagogia culturale". 


tutti i diritti riservati
credito immagine: "Quel che resta", installazione di Ignazio Fresu - undo.net

sabato 26 marzo 2016

Giorgio Caproni - L'inquietudine in versi. Il nuovo libro di Alessandro Baldacci

Uscirà il 31 marzo il nuovo libro di Alessandro Baldacci, un percorso che rievoca la vita di uno dei più grandi poeti del Novecento, secondo molti vero e proprio punto di incontro tra la prima e la seconda metà del XX secolo: Giorgio Caproni
In questo lavoro, l'autore spazierà dagli esordi di Caproni, sotto il segno della sintesi inquieta fra tradizione e modernità, fino alla maniera "estrema" della sua stagione tarda. Al centro della riflessione di quest'opera, il ruolo decisivo che la Resistenza ha avuto nella vita del poeta, trasmessa poi, inevitabilmente, nei suoi versi.
Per Caproni la frattura tra poeta e società è un "divorzio malefico" contro cui reagire, e la lingua di cui tesse i versi è "concreta e terrestre".

La figura di Caproni è centrale nel panorama letterario odierno, la sua "missione poetica" deve necessariamente trovare concreta attuazione nella lettura. E Baldacci, docente di Italianistica presso l'Università di Varsavia, fa proprio questo: ci guida nella lettura di uno dei più geniali poeti italiani del Novecento, che, nonostante l'arte poetica tendesse già a venir marginalizzata nel contesto culturale a lui coevo, egli continuava ad investire in essa come strumento di verità ed etica.  

Il testo di Alessandro Baldacci è edito da Franco Cesati Editore.


Lo stesso autore ha già pubblicato Amelia Rosselli (Laterza 2007), Andrea Zanzotto. La passione della poesia (Liguori, 2010), Controparole. Appunti per un’etica della letteratura (Atelier, 2010) Le vertigini dell’io. Ipotesi su Beckett, Bachmann e Manganelli (Ipermedium, 2011), La necessità del tragico(Transeuropa, 2014). È stato fra i curatori dell’antologia Parola plurale. Sessantaquattro poeti fra due secoli (Sossella, 2005).


credito immagine: Franco Cesati Editore

venerdì 25 marzo 2016

I novantasette anni di Lawrence Ferlinghetti, poeta della beat generation

Novantasette anni fa (24 marzo 1919) nasceva a New York "un certo" Lawrence Ferlinghetti. Uno dei maggiori poeti americani del secondo Novecento, consacrato all'arte poetica attraverso la sua opera più conosciuta, "A Coney  Island of the Mind", pubblicata per la prima volta nel 1958.

La sua poesia è "spiccia", creativa, anarchica, ironica. Non mancano i neologismi, i giochi di parole. Può considerarsi uno dei maggiori esponenti della beat generation. Il suo approccio è assolutamente non accademico, pur essendo la sua formazione letteraria plasmata proprio in ambiente accademico (tanto per rendere l'idea, ha conseguito un dottorato in Poesia alla Sorbona di Parigi, dopo essersi laureato in giornalismo nell'Università della Carolina del Nord).

Divenuto un punto di riferimento della comunità controculturale di San Francisco negli anni Cinquanta, il suo contributo alla poesia non si limita alla sola scrittura, ma si concreta anche nell'edizione. Ferlinghetti è, infatti, anche un editore: la sua casa editrice, "City Lights", proporrà un'intera collana dedicata alla poesia.

Ma non basta: la storia di Ferlinghetti non si lega indissolubilmente alla sola poesia, "scritta o scoperta": è un vero e proprio intellettuale a tutto tondo. Si affaccia alla narrativa, che trova la sua prima pagina nel romanzo "Her", uscito nel 1960; si dà in prestito alla sceneggiatura di teatro sperimentale, sempre nel corso degli anni Sessanta. Contribuisce alla traduzione di Pasolini dall'italiano all'inglese.  E, oltre a tutto ciò, si reinventa pittore.

Ecologista, pacifista, anarchico. Poliedrico. Immancabile per chi voglia conoscere un intellettuale americano che abbraccia anche l'Europa, soprattutto la Francia e l'Italia.
Meno conosciuto rispetto a Bukowski dal grande pubblico italiano, ma assolutamente senza una reale ragione. Se vi dicessi che Ferlinghetti ha pubblicato Bukowski? Se vi dicessi che parte del suo stile può ricordarlo?
Ma definire Ferlinghetti un Bukowski un pelo più raffinato sarebbe estremamente riduttivo. Il paragone serve solo a consigliarvi di schiodarvi dalla sedia e andare in libreria. O se proprio non avete voglia di uscire, entrate in una libreria online e date un'occhiata a che cosa offre digitando "Lawrence Ferlinghetti". Se davvero non sapete da dove iniziare, partite dalla già citata opera "A Coney Island of the Mind" (edita in italiano dalla casa editrice Minimum Fax).
Avrete così un quadro completo della prima produzione dell'autore.


Mentre il mondo intero augura buon compleanno a questo artista, io vi propongo, prima di andarvi a procurare e leggere qualche sua opera, di spendere qualche minuto per ascoltarlo parlare della sua città, San Francisco. 



tutti i diritti riservati - credito immagine: voxtheory from Las Vegas (Wikipedia)

lunedì 14 marzo 2016

Massimo Parolini e "La Via Cava"

Massimo Parolini è un professore di lettere, laureato in filosofia all'Università Ca' Foscari di Venezia. Nato a Castelfranco Veneto (Treviso) nel 1967, dopo essere stato addetto stampa presso il Centro Universitario Teatrale di Venezia, ha collaborato come giornalista con diversi quotidiani trentini.
"La Via Cava", edita da LietoColle, casa editrice lombarda che si è ritagliata un posto di rilievo nella pubblicazione di testi poetici, è la seconda silloge dell'autore, "un breve tratto dell'anima che scorre verso la propria oasi".

È l'autore stesso, nella sua nota, a fornirci una chiave di lettura che permetta di comprendere il titolo dell'opera e ne funga da linea guida: "Cavo è il grembo che ci ha custodito dal concepimento alla nascita. Cava la culla che l'ha sostituito nei primi mesi di vita. Cava è la mano che stringo in segno di relazione, cava la mano che accarezza, che accoglie l'acqua che disseta e ci sostiene, cavo il pozzo da cui attingere l'acqua, il secchio che la raccoglie, il mestolo la coppa il bicchiere [...]. Cavo è il riparo che ospita l'uomo [...]. Cavo è l'organismo che ospita i nostri organi vitali [...]. Cava la terra che accoglie il seme e contiene le radici della pianta [...], cavo l'etcetera che contiene un elenco di nomi di forme cave possibili..."
Cavità, dunque, esprime un senso al contempo di assoluto e primordiale, e così dovrebbe essere, infatti, la poesia in genere: assoluta e primordiale.

Il viaggio attraverso i versi di Parolini offre numerosi spunti di riflessione, mentre il significato si arricchisce di forma, scandita da calligrammi che a più riprese recuperano il senso di quella via cava che si respira a partire dal titolo.
La concatenazione dei versi, che non appare mai casuale, rende difficile la citazione, che rischierebbe di vedersi svuotata nell'incompletezza. Ma azzardiamo un unico verso che, ad avviso di chi scrive, è significativo: "padre, nel sonno/riavvolge il nastro/molle alla memoria/-nude maschere d'ombra-/l'ingrato riflesso dei fatti/l'ora che ritorna/a dis_farsi/presente".
Si sarebbero potuti scegliere molti altri versi, ma la forza evocata da questa immagine appare stilisticamente emblematica del percorso seguito in quest'opera.
Percorso, peraltro, in cui si innestano omaggi a fondamentali personaggi dell'arte e della cultura, da Giotto a Van Gogh passando per Caravaggio, fino ad uno dei più grandi poeti del secolo scorso, Mario Luzi.

Inutile cimentarsi in una sinossi, ammesso abbia senso riassumere un'opera poetica. Basti qui concludere con l'unica cosa che realmente conta: ci troviamo dinanzi ad una nuova tessera nel mosaico della poesia contemporanea, che merita decisamente la lettura. 

Per acquistare il libro o per leggerne un estratto clicca qui.

tutti i diritti riservati - credito immagine: copertina "La Via Cava" LietoColle, lietocolle.com 

lunedì 7 marzo 2016

8 MARZO IN POESIA

Il senso dell'8 marzo è in un gesto, o forse nelle parole. Si parla di donne morte in una fabbrica americana, ma pare non vi siano legami effettivi, se non quello di un fatto realmente accaduto, tra i tanti, completamente svincolato dall'8 marzo.
Quale ne sia l'origine, forse nei meandri della Rivoluzione Russa, forse in altro, il personale omaggio che ne traggo è nelle parole scandite da quella che fu la prima poetessa nota ad aver scritto dei versi, ovvero Saffo.
Per "poetessa nota" intendo "poetessa famosa, nota alla generalità delle persone", non certo "prima poetessa della storia", poiché questo titolo spetta, ad oggi, ad una sacerdotessa e poetessa sumerica, Enkheduanna.


< Le stelle intorno alla venusta luna
occultano di nuovo il rilucente aspetto
quando piena al culmine rifulge
sulla terra [...] >

< ἄστερες μὲν ἀμφὶ κάλαν σελάνναν
ἂψ ἀπυκρύπτοισι φάεννον εἶδος
ὄπποτα πλήθοισα μάλιστα λάμπηι
γᾶν [...] >

Forse più eloquente di mille mimose in una giornata come la Festa della Donna è la parola eternizzata da una donna. 


tutti i diritti riservati - traduzione dal greco di Lorenzo La Monica Dorigo - credito immagine: Eugene Zelenko (Wikipedia)

domenica 21 settembre 2014

SPECIALE PORDENONELEGGE 2014 - Tradurre Mandel'stam: incontro con Lauretano e Ruffilli

La poesia dal punto di vista del traduttore: qualcosa di cui raramente si sente parlare, ma che apre più orizzonti di quanti si possano immaginare.
L'incontro alla Libreria della Poesia di Pordenone ha fornito alcuni interessanti spunti in tal senso: la presenza di due personaggi che hanno tradotto il poeta russo Osip Mandel'stam, cioè Gianfranco Lauretano e Paolo Ruffilli, ha aperto due diverse visioni.
Ma partiamo dal principio: ha senso tradurre la poesia? A questa domanda, chi scrive risponderebbe semplicemente "no". La poesia in quanto tale esula dal mero significato, come ben si sa, e non è possibile tradurre fedelmente le parole dell'autore in una lingua diversa da quella da lui utilizzata.
Ciò premesso, leggere in lingua originale tutte le poesie di tutti i poeti richiederebbe non solo la conoscenza di ciascuna lingua, ma anche la sua padronanza.
Ecco che dunque si arriva al compromesso della traduzione.
Tra aspetti biografici della travagliata vita del poeta russo, ci si è appunto sforzati di fornire una soluzione al problema di fondo.

Da un lato, l'approccio di Gianfranco Lauretano, decisamente più fedele e più corretto: tradurre la poesia significa guardare a ciò che c'è dietro e dentro, e dunque necessariamente fare i conti con l'autore, la sua vita, le sue idee. Contestualizzare, appunto. Contestualizzarlo rispetto a sé, ma anche rispetto a ciò che lo circonda: alla cultura russa del primo Novecento, in questo caso.

D'altro canto, l'approccio di Paolo Ruffilli. Un approccio decisamente presuntuoso: voler "ripetere" la musicalità della lingua russa nella traduzione italiana. Cercare di riprodurne fedelmente il ritmo. Un'idea che tentenna alle orecchie e alla mente, decisamente snaturante e priva di fondamento. Anche solo pensare di poter riproporre "il ritmo musicale" di una lingua in un'altra lingua, appare più come patetico abominio che come reale cimentarsi in qualcosa di utile all'universalità dei lettori.
Bisogna dirlo, è proprio una caduta nell'autoreferenziale, e forse persino nel narcisismo, che svuota il testo del vero autore per farne altro.
E poco importa se il risultato possa "suonare" in italiano. Qui si parla di tradurre un autore, non di trasporci sopra se stessi, in nome dell'impossibile convergenza "musicale" tra russo ed italiano. La trasposizione del sé è un'operazione riservata ai lettori, eventualmente, e a quelli più accorti in particolare. Non serve anticipare i tempi.

Si è poi entrati nel merito del grande dibattito tra acmeismo e simbolismo, seppur per sommi capi, come evidentemente richiesto dai tempi (ci sarebbero voluti altrimenti, come minimo, due interi incontri solo su ciascuno di essi).

Poi, lo "stupore-non stupore", che potrebbe stupire ancora di più: "vi è una conoscenza di Dante molto approfondita, come di Petrarca, nell'autore... che peraltro lo sapeva recitare in italiano..."
Questa affermazione sembrava stupisse chi parlava. Ma non è altro che la riprova, in seno ad un popolo il cui apprezzamento per la poesia è molto profondo, che la poesia vada recitata in lingua originale per essere chiara. Almeno "a fronte". Non per nulla uno dei momenti migliori dell'incontro è stato proprio nel raffronto tra italiano e russo che Gianfranco Lauretano ha posto in essere. Un'unica poesia, purtroppo, letta nel marasma del resto. Ma il vero momento arricchente dell'incontro.

Infine, la nota sulla pietra. Partendo, naturalmente, dalla raccolta "La Pietra", nelle sue varie edizioni (la prima delle quali del 1913), una digressione interessante sul sostanziale procedere contermine, agli occhi di Mandel'stam, di architettura e poesia (con un riferimento ad un aneddoto sul poeta al cospetto di Notre Dame).
Il poeta che "prima è pietra, dopo è legno".
Qui, invece, una certa banalità sul rapporto tra pietra e legno, un velato riferimento ad una poesia (che sarebbe stato forse il caso di recitare durante l'incontro) che, anche per non far torto a nessuno, riporto tradotta da Remo Faccani, per come la conoscevo io:

Una fiamma disperde
la mia arida vita,
e accantono la pietra:
ora il legno mi ispira.

E' rozzo ed è leggero:
da un tronco escono fuori
e midollo di quercia
e remi di pescatore.

Sotto, a configgere pali!
Svelate a colpi, o mazze, 
un ligneo paradiso
di oggetti imponderabili.

La versione si trova nella raccolta "Ottanta Poesie" di Osip Mandel'stam, edita da Einaudi nel 2009.

credito immagine: Dmitry Bulgakov, monumento a Mandel'stam in Voronez - CC




giovedì 10 luglio 2014

Consistenza atmosferica di un inizio d'estate piovoso

Forse andiamo un po' fuori tema, parlando del tempo. Inteso come tempo atmosferico.
Non è un blog meteorologico, pertanto apparirebbe difficile comprendere una virata in tal senso. Che senso?
Il senso della pioggia che, nonostante luglio sia ormai nel pieno (o debba essere nel pieno) della sua forza devastante di calore e di irradiazione solare, continua a dominare questo angolo di mondo.
Quasi a donare uno specchio per le anime, per un'epoca di sostanziale grigiore, non soltanto economico.

Tarde lluviosa en gris cansado,
y sigue el caminar.
Los árboles marchitos.
Mi cuarto, solitario.
Y los retratos viejos
y el libro sin cortar.

Così recita l'incipit di una poesia di Federico Garcia Lorca: Tarde lluivosa (Sera Piovosa).

Viene in mente, come tante altre cose, come tante altre poesie o canzoni che intrecciano il tema della pioggia. Un tema smisurato, come la sua essenza. Un eterno rincorrersi di parole, di suoni, a tentare di racchiudere la forza quasi mistica di un fenomeno, la pioggia, appunto, che in molti casi passa, scorre, senza che vi si dedichi particolare attenzione, se non quella di un'imprecazione, perché oggi si voleva andare al mare e non si può.

La pioggia è anche altro, è elemento primigenio della vita. Seme e frutto, al tempo stesso, di se stessa.
Donatrice di vita, ma spietata dispensatrice di morte, quando si tenta di imprigionarla.
Tutto questo non sempre viene in mente, in una giornata di luglio che pare autunnale. Si dedica più tempo ad apostrofarne la scocciatura.
Eppure è proprio nell'insolito che maggiormente ci si dovrebbe soffermare.
Se una pioggia di novembre non fa testo, un luglio piovoso è certo più raro. Ecco che allora ti spinge a pensare e, magari, ad apprezzare questo elemento così indomabile.

Ci sarà tempo per la spiaggia, nei prossimi giorni, e di tutta questa pioggia sarà presto cancellato anche il ricordo.


credito immagine: meteoweb.eu

sabato 23 marzo 2013

Foto inedita di Ungaretti affiora dopo quasi un secolo

Giuseppe Ungaretti è in secondo piano, la sua immagine si nota, in piedi, tra i due soldati in primo piano sulla sinistra (1917) - cliccare sull'immagine per ingrandirla

Una foto inedita dell'Ungaretti soldato, che il tempo ha lasciato intatta, è stata restituita alla memoria a quasi cento anni dalla Grande Guerra.
Così, ecco un nuovo tassello della vita del poeta, che con rara acutezza ci ha raccontato degli scenari di guerra di quel Carso, che oggi appare soltanto come un silenzioso, brullo e desolato concetto, sovrastante la città di Trieste ed il suo golfo, ma ieri rimbombava di grida e boati.

Tassello, peraltro, superfluo, pleonastico,  come meglio si voglia dire, se considerato in sé. Ma estremamente interessante per quella schiera di ammiratori che ruotano intorno alla figura del poeta.

La foto potrà essere ammirata, a partire dal 30 marzo, in una mostra che si terrà a San Martino del Carso, dal titolo "San Martino del Carso, il poeta e l'albero isolato".
Una retrospettiva su Ungaretti e, più in particolare, sulla sua figura di poeta-soldato, ponendo l'accento specificamente sulla "sua" guerra.
Proprio nei pressi di San Martino, il poeta "giocò" il momento più duro del periodo bellico, trovandosi a dover affrontare la difficile vita della trincea di prima linea.

E proprio qui, nasceranno le fondamenta della sua lirica, che tanta importanza ebbe (ed ha) nel panorama della letteratura italiana del Novecento.


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credito immagine: foto esente da diritto d'autore - si ringrazia ilpiccolo

sabato 12 gennaio 2013

Venticinque anni di "Poesia"



Un’edizione speciale della rivista Poesia, per festeggiare i suoi 25 anni, è in edicola.
Per chi non lo sapesse, Poesia è la rivista di cultura poetica di riferimento nel nostro Paese, diretta da Nicola Crocetti.
Questo mese, i lettori potranno assistere ad una carrellata di cento poeti, da Omero a Brodsky, passando per Virgilio, Dante, Baudelaire e Pasolini, tanto per citarne alcuni.

Non si tratta di una raccolta esauriente né esaustiva, come è ovvio per evidenti motivi di spazio (racchiudere tutta la poesia mondiale della storia in una rivista non è certo lo scopo di questo numero – e risulterebbe peraltro folle), ma di una serie di poeti en passant, che può essere un buon modo per avvicinare alla lettura quella parte di pubblico che non li conosce, o che li conosce poco, o che crede di conoscerli ma a cui, magari, è sfuggito un piccolo passaggio.

La struttura è semplice: ad ogni autore sono dedicate due pagine, di cui la prima riassume rapidamente la vita, mentre la seconda è un collage, un insieme di significativi frammenti in versi.
Qualcuno potrebbe obiettare che mancano importanti poeti, quali Luzi, Zanzotto o la Merini, solo per citare i nostrani.
Ma, come già si è avuto modo di dire, in un’opera del genere non includere non è certo escludere.


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credito immagine: copertina "Poesia" - numero 278 - gennaio 2013 - Crocetti Editore