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lunedì 4 luglio 2016

Dialogo con LENE sul suo nuovo album RING

Oggi abbiamo il piacere di fare due chiacchiere con Elena Ruscitto, in arte Lene, cantante e musicista milanese, reduce dall'uscita del suo nuovo album, Ring
Diplomatasi in pianoforte jazz presso l'Accademia Internazionale della Musica di Milano, ha conosciuto una carriera estremamente interessante ed anche piuttosto eclettica, esibendosi nei principali locali milanesi (e non solo), dando sfoggio di un lungo repertorio jazz, blues, soul, r 'n' b.

A queste esibizioni musicali "classiche" ha fatto eco, in modo parallelo, la passione per il pop, che più di ogni altro genere ha stimolato la sua vena compositiva. Ecco perché parliamo di artista eclettica.

Nel 2008 registra un album dal titolo "Something New", assieme al suo gruppo di allora, il trio Helen R 'n' B, che partecipa nello stesso anno al concorso Hollywood Music Lab, vincendolo.
Nel 2009 partecipa alla seconda edizione di X-Factor, in gruppo con le Sisters of Soul, trio che nasce casualmente proprio per quell'occasione. 

Dopo l'esperienza talent, che come spesso accade fatica a promuovere il talento, collabora con il clarinettista Paolo Tomelleri (con cui si esibirà suonando swing in diversi locali e teatri, tra cui il Teatro del Verme).

Fonda, in seguito, la Lene Soul Band, che si esibirà in importanti manifestazioni quali il Porretta Soul Festival.

E con questo arriviamo ai giorni nostri e al suo nuovo album, "Ring", frutto della collaborazione con Theo Querel e Raffaella Riva (quest'ultima è stata autrice, tra gli altri, di diversi pezzi di Gianna Nannini). Il disco ha delle sonorità difficilmente collocabili (pur restando nel panorama del pop): c'è chi lo definisce adult pop, chi ne ha invece sottolineato le affinità con il pop cinematico di Lana Del Rey o l'elettropop di Greg Kurstin e Sia.

I testi sono in italiano e toccano tematiche profonde, indagando l'interiorità attraverso lo specchio di una simbologia estremamente personale, che ricorre lungo tutto il disco.


Quanto senti la tua carriera recente influenzata dall'esperienza X-Factor, alla luce di questo tuo primo album? Quali erano le tue aspettative e quali, eventualmente, sono state disattese? Guardando la tua storia, sembra che altri meccanismi, la musica live, la voglia di sperimentare, abbiano giocato un ruolo più determinante rispetto al talent. In cosa senti questo album figlio della tua esperienza televisiva e in cosa invece lo senti il frutto di tutto ciò che rappresenta la tua carriera "da musicista live"?

XFactor è stata solo un’esperienza che mi ha fatto crescere e fortificato in quanto essere umano. Dico questo perché più che un’esperienza a livello musicale (di musica ce n’è poca li dentro!) è stata un modo per conoscermi meglio come persona. A livello umano infatti mi è servita tantissimo. Diciamo che sono uscita diversa rispetto a come ero prima.
Di aspettative ne avevo: il successo sicuramente, l’inizio di una lunga carriera musicale. Più che altro mi aspettavo che proprio XFactor mi avrebbe aperto la strada per costruire questa lunga carriera. Ero molto giovane...
In realtà non è stato così. Per diversi motivi:
anzitutto, chi fa un talent oggi deve avere una forte consapevolezza di sé stesso ed una sicurezza d’acciaio. Io non le avevo, o meglio, non erano ancora formate in me;
inoltre, per sfruttare a proprio vantaggio questi talent, bisogna avere un progetto in atto. Noi [Sisters of Soul, n.d.r.] non lo avevamo. Ci eravamo appena conosciute ed eravamo state “sbattute” di colpo in quel mondo nuovo.
Però ecco, tutte le illusioni adolescenziali che avevo sul mondo della musica (soprattutto italiana), XFactor me le ha completamente distrutte! Per questo mi è servito sicuramente! 
Questo album non lo sento figlio di una carriera televisiva, ma di tutto il percorso che ho fatto da quando ho iniziato a suonare fino ad ora. Nel percorso certamente c’è anche l’esperienza XFactor, ma è una briciola in mezzo a tutte le altre esperienze che ho fatto, soprattutto live, e a tutti i musicisti con cui ho avuto la fortuna di suonare e collaborare!

Come è nato quest'album? Ascoltandolo, la sonorità pop è molto presente. Questa contrasta inevitabilmente con le atmosfere più "classiche" del jazz, soul e r&b a cui siamo abituati. Si tratta di una scelta casuale, hai deciso di "voltare pagina" o ci sono altre motivazioni alla base di tutto ciò?

L’album è nato dall'incontro che ho avuto l’anno scorso con due autori, Theo Querel e Raffaella Riva. Con loro è nato un feeling compositivo pazzesco da subito, un feeling talmente forte che stiamo già scrivendo il secondo disco!
Volevamo fare un disco di musica italiana certamente, ma con sonorità più simili al pop internazionale. E così è stato. 
Il termine “ring”, titolo all'album, ha diversi significati: dal ring come luogo in cui si lotta (puoi capirne il motivo), al ring come anello, come qualcosa di circolare ma sempre in divenire.
Questo disco racchiude un percorso, una crescita. È il mio primo album, quindi ci ho messo dentro sia brani scritti anni fa, durante la mia adolescenza, sia brani molto più recenti scritti assieme a questi due autori eccezionali. 
Per quanto riguarda le sonorità, a me non piace molto etichettare la musica / parlare di generi. Ho fatto un disco scrivendo ciò che più mi piaceva, con arrangiamenti moderni (questo perché non credo abbia molto senso andare indietro!) e di mio gusto.
Non è che ho deciso di voltare pagina. Per me la musica è un tutt’uno, è una forma d’espressione libera, per quanto mi riguarda. Continuerò a cantare Billie Holiday ed Amy Winehouse come ho sempre fatto e canterò anche le canzoni che scrivo...

Quali consideri le tue "ispirazioni musicali"? La tua tendenziale ecletticità lascerebbe intendere un panorama piuttosto vasto, e non ti chiedo pertanto di farmi un lungo elenco. Ma quali cantanti e musicisti senti che ti hanno davvero cambiato la vita?

Ok. I Beatles prima di tutto. Geni assoluti. Se non ci fossero stati loro oggi probabilmente non esisterebbe quello che chiamano pop.
Amy Winehouse. Più che altro per la sua maniera di esprimersi e di interpretare, e di raccontare la sua vita travagliata.
Lana Del Rey. La sua musica è tremendamente in linea con ciò che si respira oggi nell'aria. Ciò che mi colpisce di lei, oltre al suo timbro, è la produzione dei suoi dischi. Moderna, efficace, straziante e piena.
Sia. Per la sua capacità di scrittura.
Poi ci sarebbe tutta la musica inglese, dai Genesis, ai Tears for Fears, ai Blur, Oasis, Coldplay (questa per me è la musica che ha accompagnato, in un modo o nell’altro, tutta la mia vita, dall’infanzia fino ad adesso).
In generale non mi sono mai soffermata su un “genere”, ma a ciò che più arriva alla mia sensibilità...



Lene è uno dei tanti esempi che dimostrano che nella musica, come nell'arte in generale, non esistono scorciatoie, e quei grandi baracconi costruiti che definiamo "talent show" non solo difficilmente promuovono i talenti artistici, ma tendono più a sfruttarli che non a restituire quanto gli artisti (o presunti tali) cercano di mettere in campo. Si tratta di una questione di format, di ritmi televisivi, che non sono mai compatibili con la ricerca di se stessi e della propria espressione artistica.

Lo studio, la passione, i concerti live, queste cose, invece, seppur richiedano tempi più lunghi, permettono di esprimersi secondo le proprie corde. E "Ring" è tutto questo, l'espressione di un'artista che ha costruito (e che ha trovato) se stessa. E che sicuramente continuerà su questa strada. 


"Ring"

Band composta da:
Lene (Elena Ruscitto) - Voce
e "i Porners"
Jacopo Mazza - Tastiere e Cori
Dario Jacuzzi - Basso
Paco Martucci - Chitarra
Riccardo Breda - Batteria




(c) tutti i diritti riservati
credito immagini: su autorizzazione dell'autore



mercoledì 1 giugno 2016

Dialogo con ENRICO GALIANO - Il Prof.

Quando la mente viaggia ed inciampa nei ricordi di scuola, quando si ripensa a quelle mattine infinite che si era ancora troppo giovani per scandire a colpi di caffè, all'appello manca quasi sempre una cosa: la passione per ciò che si studia.
Ma può capitare che, in quello che agli occhi dei più può apparire come uno sperduto angolo di mondo, un insegnante "diverso" e che ha fatto del suo entusiasmo una forza net-virale, si insinui tra le righe di un Infinito di Leopardi recitato come si reciterebbe un requiem in una funzione religiosa, trasformando questa noia mortale in qualcosa di diverso, di entusiasmante, di interessante e, a volte, persino divertente...
Perché la letteratura italiana, nella sua inestimabile ricchezza, è vita dell'uomo, non noia, litania, bestemmia, costrizione. 

Chi è costui? Chi è questo personaggio che non si è limitato a guardare alle cose da una prospettiva diversa, ma che ha creato una nuova prospettiva utilizzando i mezzi che la modernità offre?
Enrico Galiano. Semplicemente. Un professore di scuole medie (pardon, scuola secondaria di primo grado...) che esercita la sua missione (non è semplicemente un lavoro) in un piccolo centro della provincia di Pordenone: Pravisdomini.

Un centro che si fa fatica a trovare anche sulle cartine geografiche, ma che ha una peculiarità: è il luogo con la più alta percentuale di studenti stranieri del pordenonese. Quella che si potrebbe definire "terra di confine", a tutti gli effetti. Un luogo che sembra fatto apposta per il nostro Enrico Galiano, in arte semplicemente "Il Prof."

1) Domanda scontata quanto quasi sempre temuta: presentati in tre parole. 
Sono indeciso fra “Un sognatore seriale” e “Che si mangia?”. Scegli tu. 

2) Ti sei trovato a fare il professore in quello che è il comune con la più alta percentuale di stranieri in provincia di Pordenone. Quanto pensi che questo fattore abbia rivestito un ruolo determinante nelle tue scelte didattiche, nei mezzi che adotti e che hanno ormai ampiamente varcato i confini di questo territorio? 
Moltissimo. Qui la situazione è a tratti disperante, è molto difficile far convivere realtà così eterogenee, figuriamoci far studiare i verbi o imparare la storia. In una scuola come la mia senza fantasia e spirito d'improvvisazione non ne esci. Difatti ci sono stati spesso colleghi che dopo un anno da qui sono scappati. 

3) Come percepisci il ruolo dell'insegnante nella società e, soprattutto, in quella del futuro? Sinceramente penso sia un falso mito quello per cui gli insegnanti abbiano perso d'importanza o di considerazione. È più che altro vero che questa importanza e considerazione dobbiamo costruircela noi, meritarcela noi, col lavoro di tutti i giorni, con la trasparenza, e anche con una bella dose di pazienza. Qui dove insegno io, sia io che i miei colleghi siamo molto stimati dalle famiglie. CI vogliono bene, molti ci considerano davvero parte se non della famiglia certo del mondo dei loro figli. Forse in città più grandi è più difficile, ma insomma: non è impossibile, ecco. 

4) Oltre ad interpretare te stesso e i tuoi studenti nei video che ormai tendono ad essere virali, suoni la chitarra accompagnato dalla tua dolce meta, scrivi... Scrivi... Ecco, qualcosa bolle in pentola, ci sono delle novità in vista? Non ti chiedo di rivelarci tutto, ma almeno facci qualche piccola concessione in anteprima... 
Scrivo da quando ero in seconda elementare e non credo smetterò mai. Ora, dopo abbi di tentativi e con una manciata di romanzi nel cassetto, sto preparando l'uscita di una romanzo per la casa editrice Garzanti. È una storia d'amore ma anche un thriller, con protagonisti due ragazzi di diciassette anni. Lo sto sistemando proprio in questi giorni e dovrebbe uscire all'inizio dell'anno prossimo. 

5) Sei ormai un fenomeno mediatico, e questo mi sembra innegabile. Ma tutta questa visibilità si è portata dietro anche qualche strascico negativo? Non lo so, critiche sterili, polemiche e quant'altro? Se vuoi parlacene. 
Quando decidi di metterti in gioco, quale che sia il gioco, è naturale, quasi spontaneo che arrivino le critiche. Lavorando (per così dire) nel web ho scoperto che in realtà, avere degli haters, persone che ti criticano per qualsiasi cosa, che ti attaccano, a volte anche con insulti pesanti (sì, è successo diverse volte), è in realtà un bel fregio, significa che sei sulla strada giusta. Poi ci sono anche le critiche non sterili, e io quelle le apprezzo tantissimo. Ho infatti notato che il mio lavoro di insegnante, da quando metto in piazza le cose che faccio, è migliorato molto. Sentendomi più controllato, più sotto gli occhi di molte persone, sono spinto a dare il meglio di me, a non sgarrare mai o a cercare di farlo il meno possibile. 

6) La delicatezza del tuo ruolo di insegnante, e in particolare di ragazzi di 11-13 anni, e il tuo successo acquisito anche grazie alla forza della rete, ti avrà certamente obbligato a confrontarti con un problema decisamente complesso, cioè il rapporto tra giovanissimi e nuove tecnologie, con tutti i rischi che questo comporta. In base alla tua esperienza, cosa ti sentiresti di consigliare a genitori ed insegnanti affinché riescano a trasmettere ai ragazzi il peso di un rischio ma anche la forza di una opportunità? 
I ragazzi che oggi hanno 12 anni vivranno in un mondo in cui la rete e il mondo social saranno ancora più presenti nelle loro vite rispetto a quanto non siano oggi: un bene, un male, non lo so. Probabilmente entrambe le cose. Quello che è davvero importante è avere gli occhi aperti, fare lo sforzo di aggiornarsi, documentarsi, perché è proprio dell'età adolescenziale il nascondersi, e attraverso i social possono succedere cose davvero spaventose senza che i genitori se ne accorgano. È importante riuscire ad avere le antenne alte, essere pronti a cogliere i segnali di pericolo.

tutti i diritti riservati - credito immagine: concessione esplicita dell'autore


giovedì 7 febbraio 2013

Interviste d'Arte: VINCE ANTHONY AMORE



Nella giornata odierna spostiamo le nostre tende per incontrare un cantante italo-americano che vive nell’area metropolitana di Chicago, Illinois: Vince Anthony Amore.
In Italia questo nome non dice molto, ma si tratta di un artista conosciuto negli States, con una ricca ed interessante carriera alle spalle:
laureatosi presso la prestigiosa Indiana University School of Music, annovera tra i suoi traguardi personali e professionali il Chicago Lyric American Artists Program ed il David Award of Outstanding Vocalist.
Oltre alla sua passione musicale, è anche membro dello Screen Actors Guide (SAG).
Tra le tante personalità con cui ha avuto modo di cantare, una sua tutte, illustre e preclara in Italia, è certamente Luciano Pavarotti.

Il canto è davvero la sua grande passione, ama cantare sia dinanzi a folle nutrite, nei grandi teatri, per esempio, sia in atmosfere più intime e con un più limitato numero di persone.

Ascoltare la voce di Vince non lascia indifferenti, come non lascia indifferente la disinvoltura con cui riesce a passare dalla musica lirica a quella più squisitamente popolare, lasciandosi andare a ballate folk, pop rock, country et similia.
La sua voce è estremamente espressiva, calda, versatile, ed anche la sua espressività nell’esecuzione, trasmettono gioia. Quando lo si guarda cantare riesce a trasmettere, in sostanza, tutto il suo amore per la musica.
Tra i suoi artisti di repertorio, si annoverano Frank Sinatra, Tom Jones, Elton John, Andrea Bocelli, e molti altri. Ma non bisogna dimenticare che Vince è anche compositore della propria musica.

Ciò premesso, mi sembra doveroso lasciare che sia lui stesso a parlare di sé:

Fa sempre piacere trovare un italo-americano non di prima generazione ancora legato al suo paese d’origine. Quanto la cultura musicale italiana, secondo te, ha influenzato la tua formazione musicale?
I miei genitori sono nati e cresciuti in Sicilia, in provincia di Agrigento. Io ho sempre e personalmente ammirato i cantanti italo-americani, come Sinatra, Bennett, Martin, oltre ai grandi compositori di musica lirica come Verdi, Puccini, Mascagni, Leoncavallo. L’ascolto di questi artisti ha sicuramente e fortemente influenzato la mia formazione musicale.
Posso dire, parlando del panorama americano, che se gli afro-americani cantano con l’anima, noi italiani lo facciamo col cuore. La passione che trasmettiamo nella nostra vita di tutti i giorni fiorisce proprio grazie alla musica.
Se posso aggiungere una cosa, il direttore dell’Istituto di Cultura Italiana di Chicago, Silvio Marchetti, mi diede l’onore di presentarmi come “the Best singer of italian music in America”. Potete immaginare quanto piacere ciò mi abbia fatto.
Soprattutto perché ho sempre, come ripeto, ascoltato ed ammirato la musica italiana. Potrei aggiungere ai nomi che ho fatto quelli di Morandi o Celentano, che ascoltavo quando ero ragazzino.

Se potessi venire a cantare in Italia domani sera, quali pezzi non faresti sicuramente mancare nella tua scaletta?
Credo che canterei le canzoni di Sinatra, Bennett, Darin, Elton John, Bublé, Tom Jones, Billy Joel. E lo farei nel vero stile americano.
Credo che cantare questi artisti seguendo lo stile americano (ed italo-americano) possa dare una marcia in più, rispetto ad altre cover che si sentono in giro.

Progetti attuali e futuri?
In questo periodo io e la mia band stiamo girando per il Midwest, allietando feste tradizionali, sia italiane che americane. Stiamo progettando inoltre un tour nell’area metropolitana di Chicago.
In aggiunta, manderò presto un mio dvd per un casting al popolare programma televisivo americano “The Voice”.
Per il resto, il mio più grande sogno è e resta quello di poter cantare nella mia amata Italia, e spero che il pubblico italiano possa aiutarmi in questo.
Io so soltanto una cosa: che quando un italiano vuole davvero qualcosa, possiede la caparbietà per ottenerla. Anche in questo sono fiero di essere italiano.

A parte il venire a cantare in Italia, hai qualche altro sogno nel cassetto, legato alla tua professione?
Beh vista la mia professione, diciamo che avrei piacere di poter parlare con Adriano Celentano e Tony Bennett, in una lunga e ricca conversazione…

per saperne di più visita questa pagina


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sabato 12 gennaio 2013

Interviste d'Arte: GIUSEPPE COSSIDENTE



Giuseppe Cossidente è un appassionato di fotografia, nato ad Addis Abeba (Etiopia) da nonno italiano.
Vive oggi a Casarsa della Delizia, Pordenone.
Parlare con lui di fotografia è senz’altro una grande esperienza, come ricca di esperienza e fatica è la sua vita, specie quella parte che fu segnata, in età adolescenziale, dalla fuga dallo Stato in cui era nato, scosso dalle difficili vicende politiche degli anni Settanta e dal dover, a fatica, ricominciare tutto da capo in quell’Italia che per lui, fino ad allora, era stata un luogo pressoché sconosciuto.
Giuseppe, o Bepi, come lo chiamano tutti, si è dato da fare con dedizione, riuscendo a lavorare, studiare e, soprattutto, appassionarsi alla fotografia sino a raggiungere degli ottimi livelli, specie nel ritratto.
Quando si parla con lui, si percepisce in modo evidente quel senso di passione, di emozione, di entusiasmo coinvolgente, che in nessuna forma artistica dovrebbe mai mancare.
Questo è il segreto dell’Arte, amare ciò che si fa, non cercare il successo ma se stessi, il proprio equilibrio, la propria gioia.
Tutte cose che in Bepi, quando parla di fotografia, si leggono negli occhi.
Per questo saranno proprio le sue parole a guidarci in questo viaggio…

Quando è nata la tua passione per la fotografia?
La mia passione per la fotografia nacque più o meno nel 1986, quando acquistai la mia prima Reflex a pellicola, una Minolta X-300, per fotografare le mie gite domenicali. Mi prestò il mio primo manuale di Fotografia, il mio amico e grandissimo fotografo Vittorio Battellini, che tutt'ora esercita la professione ad altissimi livelli ed a livello europeo e ha la sua attività a Casarsa. Compravo anche riviste fotografiche ed altri libri fotografici, approfondendo la tecnica, che è importante nella fotografia, dopo il cuore e gli occhi.
Molto presto però, mi resi conto che la Fotografia era un po' come disegnare o dipingere, attività che amavo già da bambino.
Iniziai a fotografare di tutto, ma soprattutto Fiori, Tramonti e le mie prima modelle, le mie sorelle, più piccole e la mia ragazza, che poi divenne moglie qualche anno dopo. Dopo un po', le Modelle, come tutte quelle non retribuite iniziarono ad essere poco disponibili. Ma dovevo comunque sfogare la mia voglia di fotografare, che poi era abbastanza costosa, tra rullini, sviluppo e stampa.
Nello stesso periodo, iniziai ad annotare nei negozi fotografici dei bandi di concorsi fotografici a livello locale, perché erano decisamente uno stimolo per la mia passione...e poi, c'erano premi interessanti..!
Sempre in quegli anni iniziai a stampare in bianco e nero a casa mia, dove stavo chiuso per ore ed ore nella camera oscura. Era bellissimo vedere materializzarsi le foto scattate sulla carta e poter intervenire sulla luminosità e sul contrasto a zone, mascherando alcune parti della foto per differenziare l'esposizione e far apparire l'immagini che avevo visto ed immaginato durante il momento dello scatto. Una magia..!!
Vinsi il mio primo concorso a livello locale a Ramuscello. Poi, seguì un altra vittoria a Pravisdomini e vari piazzamenti ed apprezzamenti in altri concorsi. Questa è la fase in cui scoprii di amare la fotografia di persone. Con questa prima vincita e un po' di risparmi, acquistai la mia prima Nikon Meccanica e professionale, una FM2 New e le prime ottiche fisse di qualità. Da allora ad oggi, fotografo sempre con questa marca di fotocamere ed ottiche.

Come la fotografia ha cambiato il tuo modo di concepire la realtà, se ciò è accaduto?
La passione per la fotografia, ha letteralmente cambiato il mio modo di vedere le persone e tutto ciò che mi sta intorno. Non solo la realtà, ma anche le piccole cose. Per fare un esempio concreto, quando andavo al cinema (attività che amo), vedevo tutto con occhi diversi. Vedevo le inquadrature, la direzione della luce e la composizione. Insomma, vedevo il mondo con occhi diversi. Iniziai a collaborare occasionalmente con uno studio fotografico, che operava a livello regionale, che oggi è diventato un leader mondiale nel suo settore. Nel 1995, aprii la mia attività, mantenendo, in ogni caso, prevalente la mia attività lavorativa precedente, ed iniziai a realizzare dei sevizi per matrimoni, alcuni ritratti in studio e qualche lavoretto pubblicitario. Tutto ciò con un grandissimo entusiasmo e passione, curando in modo particolare il rapporto con le persone, e la qualità delle fotografie, attraverso fotocamere Hasselblad e le sue ottiche superbe.
Per anni lavoravo di giorno in fabbrica e di sera incollavo le foto negli album e selezionavo i provini per vederle insieme ai committenti. Devo dire che ho avuto delle soddisfazioni incredibili, sia per il riscontro nelle mostre periodiche durante la festa del Vino a Casarsa della Delizia e dall'affetto delle coppie che ho fotografato negli anni, fino al 2007, quando stremato per la fatica di svolgere due attività, smisi di esercitarlo come professione.
Tutt'ora delle coppie, mi rincorrono con i loro figli vedendomi da qualche parte, per salutarmi, ringraziarmi e dire a loro figli, dicendo “Questo è Giuseppe, il nostro Fotografo..!”. Non immagini quanta emozione e felicità, essere riconosciuto ed apprezzato con affetto.

Hai collaborato a progetti con altri fotografi di recente? Se sì, di che progetti si tratta?
Direi che devo senz’altro citare il gruppo fotografico di FB, “Foto Maniaci”, fondato dall'Avvocato Alessandro Da Re e dall'Imprenditore Dr.Marco Zanussi. Un gruppo nato, quasi per caso, dopo una serata Pizza, che organizzai nel Giugno 2011, invitando una ventina di amici appassionati di fotografia, tra i quali anche un grande fotografo di paesaggio e non solo, come Francesco Galifi.
Una bellissima serata che ricordo con affetto. Circa un mese dopo, Marco ed Alessandro fondavano il gruppo FB, che oggi conta più di 6000 membri di tutti i livelli, appassionati e professionisti di tutto il mondo. Bisogna dare merito ai due fondatori ed amministratori che lavorano molto intensamente. Nel Giugno dell'anno scorso [2012, n.d.r.] vi fu la nostra prima mostra collettiva, nell'ambito della manifestazione “Pordenone Pensa”. Più di 800 fotografie inviate da tutto il mondo e circa 80 ingrandimenti esposti, oltre al concerto per piano solo di Remo Anzovino, durante il quale sono stati proiettati le circa 800 fotografie, in presenza di Oliviero Toscani, uno dei miei idoli, che stimolarono da sempre la mia passione per la fotografia. Che grande emozione stingergli la mano, fotografarlo e farsi scattare delle foto di ricordo..!

La fotografia digitale e la postproduzione digitale: le senti più come delle opportunità o come una involuzione dell'arte fotografica?
Agli inizi, la fotografia digitale non convinse nessuno, soprattutto per la resa qualitativamente scarsa, in rapporto alle alte cifre che si spendevano per attrezzarsi.
Tuttavia, impensabilmente, in pochissimi anni colossi della fotografia come Kodak ed altri, sono falliti, sopraffatti dalla diffusione del Digitale che ormai ha un qualità incredibilmente alta, non avendo saputo evolversi alla stessa velocità. Il digitale ha, oggi, un vantaggio enorme, per immediatezza e costi di gestione più bassi, anche per la gente comune. Situazione in sostanza invertita rispetto alle “origini”. Mentre, nella post-produzione, non si fa altro che intervenire sull'immagine grezza (Raw) ottimizzandolo, così come faceva un laboratorio professionale, su indicazione del fotografo o come si interveniva in camera oscura per produrre stampe in bianco nero Fine Art, di ottima qualità.
La tecnologia impone al fotografo moderno di aggiornarsi e di studiare nuovamente, ma le basi della fotografia sono rimaste tali.

Quali caratteristiche cerchi in un ritratto? Il "click", per te, è un momento ponderato e consapevole, o piuttosto puro istinto?
In un ritratto, per come la vedo io, quello che conta sarà, anzitutto, l'emozione finale che trasmetterà la fotografia al soggetto ritratto, ma non solo..!
Mi emoziono mentre fotografo una persona (anche se non lo faccio vedere...) ma percepisco anche l'emozione di chi posa. Quindi, direi che siano importantissime una sensibilità alta ed una passione grandissima. Poi, c'è l'aspetto tecnico che non deve essere secondario: uno sfondo sfocato o a fuoco, possono distogliere o attrarre l'attenzione di un osservatore; una ottica non adatta, può deformare o restituire le proporzioni di un viso alterate.
Per me, in ogni caso, scattare un ritratto è diventato istintivo, perché la tecnica è ormai assimilata. Non ci penso, ma la applico. È come quando ti presenti davanti ad una commissione d’esame e, fino ad un secondo prima, ti sembra di non farcela... Poi ti fanno una domanda e la risposta viene, perché avevi studiato. La preparazione e lo studio sono sempre importanti, in qualsiasi cosa, se la si vuol fare decentemente.


Hai un aneddoto, un episodio nel tuo lavoro che ti ha reso particolarmente felice, che giudichi particolarmente emozionante o che senti di voler condividere e ricordare?
Ti ho raccontato un po' delle mie emozioni in generale..! Ogni scatto è una emozione, ogni riconoscimento, anche piccolo, un grazie, un abbraccio di chi è soddisfatto di uno scatto, sono riconoscimenti che valgono più di qualsiasi cifra in denaro. Questa mia attuale fase da puro fotoamatore, la considero una fase di riflessione, studio e approfondimento di tecniche e, soprattutto, un momento per dedicare tempo alle foto che sognavo di scattare, ma non mi riusciva per mancanza di tempo e mezzi. Ora lo posso fare per me, per la mia felicità interiore, ma anche per approfondire la tecnica. Si sa, con i tempi che stiamo vivendo, le certezze sono poche e saper fare un mestiere in più può essere utile. 



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