giovedì 5 aprile 2012

Interviste d'arte: GIULIO SERAFINI, illustratore e animatore

Oggi il blog "Viale Assurdo" intervisterà l'illustratore, fumettista ed animatore Giulio Serafini.
Nato e cresciuto in Friuli, a Casarsa della Delizia, si è spostato dalla sua terra subito dopo il diploma, approdando dapprima a Firenze ed ora a New York.

1) Da quanto tempo sei giunto a New York?
Se non erro sono arrivato qui il 7 aprile 2010, quindi fanno 2 anni tondi tra qualche giorno. In realtà non considero molto il mio periodo di incubazione tra aprile e settembre …

2) In che modo senti che gli USA ti stanno facendo crescere professionalmente (se ciò sta accadendo)?
Più che gli States in generale, New York…c’è una bella differenza. Diciamo che questa città mi sta dando modo di passare dalla mia "pubertà creativa" ad una definita maturazione professionale.
Il tutto molto più velocemente del normale.
Perché?
Perché New York ha un'energia prepotente, è una città in cui o stai dietro alla mole lavorativa, oppure te ne torni a casa. Per molti non è facile da affrontare.
È la legge dell' “if you can make it here, you can make it anywhere”, come dicono qui.

3) Parla di qualche tuo progetto che reputi significativo. 
A parte i miei lavori "standard", mi dedico anche ad alcuni progetti personali. Sto cercando di portare avanti un romanzo a fumetti chiamato “The Messengers”. Il mio scopo principale è di cercare di non produrre una storia banale… ma non è per niente facile!

4) Cosa porteresti dell'Italia a New York e di New York all'Italia?
In un'intervista precedente dissi “il bidet”. Ora probabilmente direi lo Spritz.
Dall’America? La gnocca multietnica?

5)  Senti di avere una marcia in più negli USA essendo italiano? E se sì, qual è?
Essendo italiano… l’arte dell’arrangiarsi, senza dubbio.
È una qualita che qui a loro (agli americani, n.d.r.) manca, per quanto ho avuto modo di constatare.

6) Prima Firenze, poi New York… ci sono altre mete in programma per il futuro?
Tra un po' di tempo mi piacerebbe spostarmi in California, magari in una città affascinante ed europea come San Francisco. Più in là pensavo al Brasile…ma non mi piacciono i programmi a lunga scadenza...

Giulio Serafini - Blog 2
Giulio Serafini - Blog 3



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sabato 22 ottobre 2011

Andrea Zanzotto, 1921-2011

Qualche giorno fa, il 18 ottobre, si è spento il grande poeta Andrea Zanzotto.
Nato a Pieve di Soligo (Treviso) il 10 ottobre 1921, era il massimo poeta italiano vivente.
Quando si perde una persona di tale spessore culturale ed umano è impossibile restare indifferenti, pur se alla veneranda età di 90 anni.
Così si può, a rigore, dire chiusa la seconda metà del Novecento poetico italiano, che dopo Mario Luzi e Alda Merini, perde il suo ultimo grande rappresentante.



Cosa ha offerto Zanzotto alla letteratura italiana, è impossibile riassumerlo in questa sede. Di lui resterà il linguaggio che sa essere semplice ed estremamente complesso al tempo stesso, i suoi significati criptici e i suoi metasignificati, l'amore per il suo dialetto, il veneto dell'alta Marca, l'amore per la sua terra, che mai lo ha fatto tuttavia cadere nella retorica e nell'ignoranza leghista.
Di lui ci mancheranno la sua sconfinata cultura, la sua umanità e la sua semplicità nell'approcciarsi alle persone comuni.
Già, poiché Zanzotto, prima che il sommo poeta, era un uomo umile, che non amava i piedistalli, e per cui la cultura era anche aggregazione popolare, non un salotto elitario riservato ai figli delle accademie.

Andrea Zanzotto se ne è andato, ma immortale è la testimonianza dei suoi scritti.

per approfondire su Andrea Zanzotto:
pagina club degli autori
wikipedia

LIBRI CONSIGLIATI:
Andrea Zanzotto - Le Poesie e Prose Scelte, Mondadori (acquista su IBS)


VIDEO "RITRATTI" - ANDREA ZANZOTTO. INTERVISTA DI CARLO MAZZACURATI E MARCO PAOLINI




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sabato 17 settembre 2011

IKARUS - Overunit Machine - IL VIDEO UFFICIALE SPIEGATO PUNTO PER PUNTO

Gli Overunit Machine, gruppo metal sperimentale di origine pordenonese, ritornano con il nuovissimo EP Ungod, carico di sonorità coinvolgenti, prodotto dall'indiscussa esperienza di Howie B (http://it.wikipedia.org/wiki/Howie_B).

Proprio da questo EP è stato tratto il singolo IKARUS, dal quale si è ricavato un video che qui verrà sviscerato nel suo concept.


La storia di Icaro dovrebbe essere nota a tutti; ad ogni modo, per i pochi che non la ricordassero, può riassumersi nel fatto che Icaro, con le sue ali di cera, troppo si avvicinò al sole. Scioltasi la cera, precipitò in mare, morendo.

Premessa doverosa poiché questo video non si basa sulla vicenda epica in sè, ma sul DOPO. In questo video Ikarus è già precipitato, ecco perché la vicenda ruota tutta intorno alla disperazione, alla frustrazione e, soprattutto, alla punizione per chi non ha voluto rispettare i propri limiti, limiti umani, più nello specifico.

I primi due minuti constano di animazioni: la location è un abisso illuminato da una luce verdastra, popolato da strane creature. Al centro appare, labile, la luce della ragione, mentre ogni cosa vi ruota intorno, avendone infine il sopravvento. L'abisso rappresenta la frustrazione, in senso metaforico, oltre naturalmente alla precipitazione.

In seguito, si passa al primo stacco di girato, in cui alla performance della band si alterna la vicenda vera e propria del protagonista Ikarus (ribadendo, DOPO essere precipitato). Due loschi figuri gli stanno vicino, per accentuare l'angoscia, mentre gli occhi vanno in primo piano: sono bianchi con venature nere. Ikarus è cieco, questo perché ha discostato lo sguardo dai propri limiti. La tematica degli occhi tornerà più avanti.

Il movimento successivo di Ikarus, pseudoepilettico, non si discosta dalla tematica generale. Il movimento stesso, e il fatto che la sua figura venga quasi cancellata, può a rigore essere considerata come un'accentuazione della cancellazione (o dell'alienazione) dell'essere, oltre gli stessi limiti spaziali, o comunque l'incapacità di saper controllare se stessi.

Il cuore in gabbia che prende fuoco (e che, anzi, viene incendiato dallo stesso Ikarus) serve a marcare ulteriormente l'idea di limite e di angoscia, oltre a sottolineare come sia lo stesso Ikarus ad autodistruggersi col suo agire.

Il serpente che diviene catena e che appesantisce i piedi di Ikarus è la metafora non solo del limite invalicabile (impossibilità di volare), ma anche di ciò che lega l'uomo, indissolubilmente, alla propria natura terrena. Anche qui, dolore, rabbia e frustrazione dominano la scena.

Il tendere la mano al cielo non richiede particolari sforzi interpretativi.

Uno stacco, e dal tendere all'irraggiungibile si piomba nuovamente in un'atmosfera onirica ed angosciante al tempo stesso. Nuovamente animazioni, ma questa volta si percepisce un volo "precipitato" diritto agli Inferi, abitati da creature terrificanti. Riappare la luce della ragione, che di nuovo scompare in un tuono.

Nel nuovo passaggio al girato, Ikarus vomita vermi, che tendono a dimostrare come sia morto dentro, sia morta la sua anima, sia morta la sua stessa ragione di esistere, a seguito del fallimento del volo. 

E riecco gli occhi: il losco figuro di sinistra tiene fra le mani gli occhi di Ikarus. Ne getta uno a terra, un altro lo smembra con una tenaglia. Qui la metafora è quella della dissoluzione delle illusioni oltre, ancora, al concetto del limite che più e più volte ritorna.

Ikarus piange lacrime di sangue, si strofina gli occhi, riprendendo il concetto precedente e trasponendolo direttamente entro la sua persona.

Un bel gioco tra il suo volto e quello del cantante del gruppo, per poi trovarsi, immobile, con le ali in movimento. E, infine, la dissoluzione.
La dissoluzione di tutto, dai sogni alle speranze, dall'Essere all'apparire.

Naturalmente, la spiegazione del video non si esaurisce qui. Innanzi tutto, pur essendo questa un'interpretazione autentica, la più autentica possibile, ognuno potrà leggere ciò che vuole ed interpretare come vuole la vicenda.
Inoltre, si sono tralasciati appositamente alcuni particolari, come simbologie esoteriche e non, presenti all'interno del video stesso. Questo per lasciare a tutti un po' di divertimento e per "aguzzare la vista".

Per saperne di più sugli Overunit Machine, visitate:

La copertina dell'EP è del famoso (e discusso) pittore Saturno Buttò (www.saturnobutto.com)
Il video "Ikarus" è stato prodotto e realizzato da Andrea Guarascio, Giulio Serafini, Lorenzo La Monica e dalla 4Frame Factory di Pordenone

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giovedì 10 marzo 2011

Collapse into Now: il quindicesimo album degli R.E.M. è in vendita...


Uscito l’8 marzo, festa della donna, ma anche martedì grasso. Questo bisognerebbe pensare di un disco blasonato, annunciato, anticipato, lasciato assaggiare ai fan: un piacevole scherzo di carnevale.
Inutile fare una critica troppo dura agli R.E.M., si sa che quanto hanno prodotto negli “anni d’oro”, corrispondenti grossomodo agli anni Ottanta e alle uscite – capolavoro stile Out of Time, Automatic for the People e New Adventures in Hi-Fi, non torneranno mai più. Non torneranno i suoni onirici e di stampo melodico-surreale di Fables of the Reconstruction, né le atmosfere rock di Monster.
Al massimo, possono tornare delle brutte copie, che appassionano soltanto qualche fan dell’ultima ora e qualche gruppo di “fan ciechi”, ovvero coloro a cui va bene tutto, basta che sia opera dei loro beniamini. Ed ecco, allora, Collapse into Now.
Forse, per coloro che non conoscono le sonorità “classiche” del gruppo, per la generazione post-Up che mai ha approfondito i lavori precedenti, salvo per Losing my Religion ed Everybody Hurts, in questo disco si possono trovare sonorità “innovative”.  Forse le troveranno coloro che quando vanno ai concerti restano a bocca aperta se il gruppo suona “Maps and Legends”, perché non hanno la più pallida idea di cosa sia, ma cantano felici i pezzi di Accelerate. Il pubblico migliore per questo disco è rispecchiato da questo tipo di fan.
In realtà, ed è palese, di innovativo c’è meno di nulla, e quanto si legge nelle melodie è un groviglio di passato, che però nulla ha a che fare con esso. Un tentativo mal riuscito di riassumere le sonorità del gruppo di questi anni, senza però il background d’ispirazione che, invece, era ben presente negli “originali”, e che faceva la differenza. Eccome, se la faceva.
Questo album non è affatto un capolavoro, è la mediocrità senza appello rispetto ai fasti del passato, e certo lascerà delusi i fan più accorti ed esigenti.
Con questo, non si vuole intendere che non sia orecchiabile, le melodie sono piacevoli, poiché gli R.E.M. lo sono. Utile per trascorrere quaranta minuti. Così si può riassumere: un album piacevole, ma niente di più.
La parola “capolavoro” non è apponibile a nessuna delle canzoni al suo interno. Anche chi l’ha apposta a Blue (la traccia 12, che chiude l’album), evidentemente non ricorda la superiorità di Country Feedback, che con sonorità assai simili riusciva a farti sognare.
Acquistatelo, ma senza troppe aspettative. Rimarreste delusi, altrimenti.

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credito immagine: R.E.M. - copertina "Collapse into Now" 

sabato 5 marzo 2011

Picasso, Mirò, Dalì. Giovani e arrabbiati: la nascita della modernità

Si aprirà il 12 marzo a Firenze la mostra "Picasso, Mirò, Dalì. Giovani e arrabbiati: la nascita della modernità".

L'esposizione, che raccoglierà un totale di circa sessanta opere dei tre grandi maestri, sarà una retrospettiva sui lavori giovanili. In particolare, raccoglierà opere del periodo pre-cubista di Picasso (opere precedenti al 1907, più una serie di studi e schizzi), e del periodo pre-surrealista di Mirò (1915-1920) e di Dalì (1920-1925).

L'analisi di questo periodo consente, come suggerito dallo stesso titolo della mostra, di comprendere la nascita della pittura moderna, intesa come pittura-chiave del Novecento. Gli anni giovanili dei tre sono una sorta di "transizione pittorica" verso la modernità, partendo da Picasso (del quale, chicca per gli appassionati, verrà esposto il noto Cahier 7 del 1907, mai uscito prima d'ora dalla Spagna per una esposizione - contentente lo studio per il capolavoro Les Demoiselles d'Avignon), arrivando poi a Mirò e Dalì, sempre analizzando, come detto, la transizione, e non il punto d'arrivo della loro poetica pittorica, assai più nota, quest'ultima, al grande pubblico.

Un'occasione per conoscere meglio non soltanto questi tre autori, ma anche per leggere in chiave completa l'ampia vicenda pittorica del Novecento, fruendo del decisivo incipit che ad essa ha condotto.

La mostra si svolge a Palazzo Strozzi, e resterà aperta fino al 17 luglio 2011, tutti i giorni, dalle 9.00 alle 20.00 (il giovedì fino alle 23.00).

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credito immagine: Les Demoiselles d'Avignon - Pablo Picasso - pubblico dominio

venerdì 4 marzo 2011

Interviste d'Arte: Kristel Vendrame - pittrice

Intervisteremo oggi la giovane pittrice pordenonese Kristel Vendrame.

1) Quando ha sentito il "bisogno" di dipingere?
La vera esigenza si è manifestata a seguito di situazioni interiori dolorose e molto complesse dovute ad un rapporto di disequilibrio con il mondo esterno ma soprattutto con quello interno,sfociato poi in disadattamento ed alienazione della realtà.
In generale la dimensione onirica si e' rivelata essenziale per il mio percorso artistico,la coscienza in fase rem è molto più ricettiva e si trova in condizioni di esaltatissima attività,conviene quindi rielaborare le percezioni, le immagini ed i suoni apparentemente non reali,in modo produttivo e creativo.
Quasi sempre questo star fuori di sé implica l'isolamento completo o temporaneo dal mondo esterno, una ricerca interiore importante ed articolata,dove si sviluppa una profonda consapevolezza del proprio io,una sorta di esplorazione dello spazio interiore tramite stati alterati di coscienza che si presentano sotto forma di visioni oniriche.


2)Molte delle tematiche che affronta appaiono intrise di un "surrealismo" oscuro, lugubre: da cosa scaturisce tale scelta? La reputa più legata ad un viaggio introspettivo, o ad una visione della realtà esteriore che la circonda? Cosa vorrebbe trasmettere con queste immagini?
Difficile dare una spiegazione,il mio lavoro a prima vista appare distante dalla logica razionale,mi interessano le angoscie dello spirito,tento di rappresentare artificialmente le dipendenze psicologiche ed emotive che rimangono celate nel profondo dell'inconscio umano ,le viscosita' spirituali di tutto ciò che tenta invano di essere formale.
L'interiorità umana, quella che tradizionalmente definiamo anima è ritenuta sede della razionalità e delle emozioni, ma la coscienza più potente e profonda subisce il peso di tutti i divieti morali , religiosi e sessuali,diventando anche il luogo di gestazione delle passioni e dei desideri più forti e morbosi.
Tutte queste norme morali hanno una funzione di censura degli impulsi e degli istinti vitali dell’uomo di cui inibiscono la libera espressione, rimosso il velo metafisico ed illusorio che altera la percezione della realtà,emerge allora la zona inconscia piu' istintiva e primordiale,tema principale dei miei dipinti.


3) Spesso i critici d'arte tendono a ricercare dei fili conduttori tra l'arte di un autore e quella di un altro, inquadrarlo in un movimento o in una corrente, assai sovente più per mostrare le proprie cognizioni che non per cercare la verità. Noi facciamo il contrario, e chiediamo a Lei, a quale autore si è ispirata, o quantomeno quale sente aver influenzato maggiormente la Sua formazione, se ne esiste uno? (la domanda può essere rivista nella chiave di un movimento, e può anche esulare dai soli pittori, può anche ragionare sulla musica o sulla letteratura).
Per quanto riguarda lo stile pittorico prediligo l'influenza del Barocco, l'iconografia teatrale, ricca di miracoli, di estasi, di supplizi e spedizioni angeliche,con le sue forme grandiose e monumentali tese a meravigliare e stupire ma allo stesso tempo appassionare ed emozionare l'animo umano.
Negli immensi e grandiosi affreschi sinonimo di sfarzo materiale si contrappone la devozione spirituale e la riflessione sull’inevitabilità della morte, vengono dipinti motivi lugubri ed emblemi macabri affiancati a scene sacre e talvolta profane, espressioni di una ricerca introspettiva profonda e volta al raggiungimento di ideali divini.
Nelle mie tele cerco di ricreare questi scenari, grotteschi, appariscenti e ricchi di simboli metafisici ed arcani celati dalla nostra coscienza razionale,i miei personaggi sono talvolta feriti,trafitti da frecce o aculei,figure cadaveriche e androgine seminude o avvolte in mantelli ,esseri mistici pervasi da visioni e rapiti da deliri ed ebbrezze.
Mi affascina l'estasi , intesa come rapimento dell'anima e dei sensi, chi l'ha provata almeno una volta se ne innamora, la pone in cima ad ogni altra intensa emozione della vita, diviene lo scopo primo ed ultimo dell'esistenza, dinanzi alla quale impallidisce ogni altro piacere, la realta' diventa allora concettuale e viene riportato pian piano alla luce tutto cio' che l’Essere inutilmente rifiuta.


4) Ha in programma delle mostre o ve ne sono in corso in questo momento?
Dal 9 al 30 aprile 2011 parteciperò all'esposizione collettiva “GLI ABITI DEL MALE “ovvero la definizione aristotelica dei sette peccati capitali al Museo MAGMA di Roccamonfina,inoltre prendero' parte al progetto 110 E LODE organizzato dalla galleria agli Stemmi(Brugnera PN)che partirà dal Friuli Venezia Giulia e toccherà diversi capoluoghi italiani.
Per quanto riguarda i progetti futuri ,mi piacerebbe avere la possibilità di poter esporre le mie opere in una mostra personale nel Pordenonese,per il momento rimane in cantiere.

5) Briglia sciolta
Vorrei concludere citando una celebre frase di un opera letteraria a me cara:
“L'unico modo per resistere alle tentazioni, è cedervi.” (Oscar wilde il ritratto di Dorian Gray), e ringraziarvi per avermi dato l'opportunità di parlare del mio percorso artistico.


APPROFONDIMENTI:
kristel-devianze.blogspot.com


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mercoledì 2 marzo 2011

Paco Ignacio Taibo II: Ritornano le Tigri della Malesia - Omaggio ad Emilio Salgari nel centenario della morte

Cento anni fa moriva suicida Emilio Salgari, uno dei massimi protagonisti del romanzo d’avventura italiano e mondiale.
Proprio in occasione di tale anniversario, è uscito il libro “Ritornano le Tigri della Malesia”, di Paco Ignacio Taibo II, scrittore e giornalista messicano, alto esponente della letteratura del suo Paese.
Il libro è stato presentato in lungo e in largo per l’Italia dallo stesso autore.
Già l’introduzione dell’autore è estremamente accattivante (Quello che non è): cerca infatti di dare un senso a quest’opera ispirata alle avventure di Sandokan (come lascia trasparire il titolo) non escludendo una chiave ironica.
Non un vero e proprio seguito, né una rivisitazione del personaggio, semplicemente un nuovo modo di concepirlo alla luce della visione dell’autore. Come dice lui stesso introducendo la sua opera, due libertà che si è preso sono “esplicitare la tensione politica e la pulsione anticolonialista delle avventure delle Tigri […] e andare oltre il progetto originale, decisamente intrappolato nelle convenzioni della letteratura ottocentesca a cui Salgari non poteva sfuggire”.
Alla fine, leggendo il libro, non si avrà il fastidioso “effetto sequel”, sempre in agguato quando ci si pone dinanzi ad un’opera che affonda le sue radici in un’altra. Piuttosto, un nuovo capitolo, con qualche libertà che non sembra stonare.
Non per nulla, l’autore è un profondo conoscitore dell’opera di Salgari, e questo indubbiamente gli consente di avere una visione completa, armonica, omogenea rispetto al “maestro”, senza doversi esimere da punte in chiave personalissima e moderna, che il lettore avrà modo di apprezzare.

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