Si è spento alcuni giorni fa, all'età di 93 anni, Yves
Bonnefoy, il più grande poeta francese contemporaneo.
Appena appresa la notizia dalle agenzie avrei voluto
affrettare un articolo per trovarmi anch'io "sul pezzo". Ma non
faccio giornalismo e non faccio neanche critica, per cui lo "stare sul
pezzo" era l'ultimo dei miei problemi. Credo peraltro, e non è una frase
fatta, che un grande artista come lui si sia già costruito meritatamente
l'immortalità.
Filosofo di formazione, poeta nella vita, appassionato
conoscitore dell'arte. Anche meta-poeta, per molti aspetti non trascurabili.
Una breve, giovanile parentesi surrealista, per poi virare verso
l'esistenzialismo, per chi cerca un'etichetta nelle arti. E anche traduttore,
di Keats, di Shakespeare, anzitutto, ma si cimentò anche con Petrarca, seppur
in modo non sistematico.
Più volte candidato al Nobel per la letteratura, è stato
anche un attento critico d'arte, letteralmente fulminato dall'arte
rinascimentale italiana sin dalla giovane età.
Non è questa la sede per parlare della sua opera immensa, né
chi scrive ne ha le competenze. L'unica cosa che preme sottolineare, ricorrente
nella sua vita come nella sua opera, è questo continuo riferimento alla morte
che pare contrastare con la potenza vitale dell'arte. Se dovessi definire
Bonnefoy per quel che ne ho letto, direi semplicemente questo: un uomo che
appare sospeso tra la lirica della morte e l'eternità della bellezza.
E poi, un poeta francese con una non trascurabile italianità
nelle vene. Un amore sincero per tutti quei luoghi da lui conosciuti, da
Firenze a Roma, da Venezia a Genova, passando per Urbino e per Ravenna. E,
soprattutto, per la grande arte espressa nella loro maestosità, ma anche nel
loro valore simbolico.
E anche quei riferimenti a Dante, a Leopardi, a Petrarca, a
Leon Battista Alberti, al Palladio, a Piero della Francesca, solo per citarne
alcuni. L'Italia assume un posto di rilievo nella vita e nell'opera di questo
grande poeta. E l'Italia ha
contraccambiato questo amore, visto che Yves Bonnefoy era il più conosciuto tra
i poeti francesi contemporanei. Qui in Friuli Venezia Giulia venne riconosciuto
recentemente anche con l'assegnazione del Premio Nonino.
"Se voulait-il un torche/qu'il eût jetée dans la
mer?/Il alla loin dans les flaques/d'entre là-bas et le ciel,/puis il se
retourna vers nous,/mais le vent l'avait désécrit/bien que sa main fût crispée/
sur le mondes de la fumée (...)". Così si apre la sua lirica "Un
poète". Non la riporto integralmente, ma è una delle mie preferite. E mi
capitò di interrogarmi, forse in modo insensato, senza pretendere una risposta esaustiva,
sui legami tra questa lirica e "Facesti come quei che va di
notte...", titolo originale in italiano (tanto per sottolineare
ulteriormente quel po' di italianità d'adozione - espressa in una citazione del Sommo Dante), in cui un'altra torcia appare
al primo verso.
L'unica cosa certa è che le torce dei grandi poeti non si spengono, neanche
quando questa vita volge al termine.
(c) tutti i diritti riservati credito immagine: Joumana Addad, 2004 (CC)
Oggi abbiamo il piacere di fare due chiacchiere con Elena
Ruscitto, in arte Lene, cantante e musicista milanese, reduce dall'uscita del suo nuovo album, Ring.
Diplomatasi in
pianoforte jazz presso l'Accademia Internazionale della Musica di Milano, ha
conosciuto una carriera estremamente interessante ed anche piuttosto eclettica,
esibendosi nei principali locali milanesi (e non solo), dando sfoggio di un
lungo repertorio jazz, blues, soul, r 'n' b.
A queste esibizioni musicali "classiche" ha fatto
eco, in modo parallelo, la passione per il pop, che più di ogni altro
genere ha stimolato la sua vena compositiva. Ecco perché parliamo di artista
eclettica.
Nel 2008 registra un album dal titolo "Something
New", assieme al suo gruppo di allora, il trio Helen R 'n' B, che
partecipa nello stesso anno al concorso Hollywood Music Lab, vincendolo.
Nel 2009 partecipa alla seconda edizione di X-Factor, in
gruppo con le Sisters of Soul, trio che nasce casualmente proprio per
quell'occasione.
Dopo l'esperienza talent, che come spesso accade fatica a
promuovere il talento, collabora con il clarinettista Paolo Tomelleri (con cui
si esibirà suonando swing in diversi locali e teatri, tra cui il Teatro del
Verme).
Fonda, in seguito, la Lene Soul Band, che si esibirà in
importanti manifestazioni quali il Porretta Soul Festival.
E con questo arriviamo ai giorni nostri e al suo nuovo album,
"Ring", frutto della collaborazione con Theo Querel e Raffaella Riva
(quest'ultima è stata autrice, tra gli altri, di diversi pezzi di Gianna
Nannini). Il disco ha delle sonorità difficilmente collocabili (pur restando
nel panorama del pop): c'è chi lo definisce adult pop, chi ne ha invece
sottolineato le affinità con il pop cinematico di Lana Del Rey o l'elettropop
di Greg Kurstin e Sia.
I testi sono in italiano e toccano tematiche profonde,
indagando l'interiorità attraverso lo specchio di una simbologia estremamente
personale, che ricorre lungo tutto il disco.
Quanto senti la tua carriera recente influenzata
dall'esperienza X-Factor, alla luce di questo tuo primo album? Quali erano le
tue aspettative e quali, eventualmente, sono state disattese? Guardando la tua
storia, sembra che altri meccanismi, la musica live, la voglia di sperimentare,
abbiano giocato un ruolo più determinante rispetto al talent. In cosa senti
questo album figlio della tua esperienza televisiva e in cosa invece lo senti
il frutto di tutto ciò che rappresenta la tua carriera "da musicista
live"?
XFactor è stata solo un’esperienza che mi ha fatto crescere
e fortificato in quanto essere umano. Dico questo perché più che un’esperienza
a livello musicale (di musica ce n’è poca li dentro!) è stata un modo per
conoscermi meglio come persona. A livello umano infatti mi è servita
tantissimo. Diciamo che sono uscita diversa rispetto a come ero prima.
Di aspettative ne avevo: il successo sicuramente, l’inizio
di una lunga carriera musicale. Più che altro mi aspettavo che proprio XFactor
mi avrebbe aperto la strada per costruire questa lunga carriera. Ero molto
giovane...
In realtà non è stato così. Per diversi motivi:
anzitutto, chi fa un talent oggi deve avere una forte
consapevolezza di sé stesso ed una sicurezza d’acciaio. Io non le avevo, o
meglio, non erano ancora formate in me;
inoltre, per sfruttare a proprio vantaggio questi talent,
bisogna avere un progetto in atto. Noi [Sisters of Soul, n.d.r.] non lo
avevamo. Ci eravamo appena conosciute ed eravamo state “sbattute” di colpo in
quel mondo nuovo.
Però ecco, tutte le illusioni adolescenziali che avevo sul
mondo della musica (soprattutto italiana), XFactor me le ha completamente
distrutte! Per questo mi è servito sicuramente!
Questo album non lo sento figlio di una carriera televisiva,
ma di tutto il percorso che ho fatto da quando ho iniziato a suonare fino ad
ora. Nel percorso certamente c’è anche l’esperienza XFactor, ma è una briciola
in mezzo a tutte le altre esperienze che ho fatto, soprattutto live, e a tutti
i musicisti con cui ho avuto la fortuna di suonare e collaborare!
Come è nato quest'album? Ascoltandolo, la sonorità pop è
molto presente. Questa contrasta inevitabilmente con le atmosfere più
"classiche" del jazz, soul e r&b a cui siamo abituati. Si tratta
di una scelta casuale, hai deciso di "voltare pagina" o ci sono altre
motivazioni alla base di tutto ciò?
L’album è nato dall'incontro che ho avuto l’anno scorso con
due autori, Theo Querel e Raffaella Riva. Con loro è nato un feeling
compositivo pazzesco da subito, un feeling talmente forte che stiamo già
scrivendo il secondo disco!
Volevamo fare un disco di musica italiana certamente, ma con
sonorità più simili al pop internazionale. E così è stato.
Il termine “ring”, titolo all'album, ha diversi significati:
dal ring come luogo in cui si lotta (puoi capirne il motivo), al ring come
anello, come qualcosa di circolare ma sempre in divenire.
Questo disco racchiude un percorso, una crescita. È il mio
primo album, quindi ci ho messo dentro sia brani scritti anni fa, durante la
mia adolescenza, sia brani molto più recenti scritti assieme a questi due
autori eccezionali.
Per quanto riguarda le sonorità, a me non piace molto
etichettare la musica / parlare di generi. Ho fatto un disco scrivendo ciò che
più mi piaceva, con arrangiamenti moderni (questo perché non credo abbia molto
senso andare indietro!) e di mio gusto.
Non è che ho deciso di voltare pagina. Per me la musica è un
tutt’uno, è una forma d’espressione libera, per quanto mi riguarda. Continuerò
a cantare Billie Holiday ed Amy Winehouse come ho sempre fatto e canterò anche
le canzoni che scrivo...
Quali consideri le tue "ispirazioni musicali"?
La tua tendenziale ecletticità lascerebbe intendere un panorama piuttosto
vasto, e non ti chiedo pertanto di farmi un lungo elenco. Ma quali cantanti e
musicisti senti che ti hanno davvero cambiato la vita?
Ok. I Beatles prima di tutto. Geni assoluti. Se non ci
fossero stati loro oggi probabilmente non esisterebbe quello che chiamano pop.
Amy Winehouse. Più che altro per la sua maniera di
esprimersi e di interpretare, e di raccontare la sua vita travagliata.
Lana Del Rey. La sua musica è tremendamente in linea con ciò
che si respira oggi nell'aria. Ciò che mi colpisce di lei, oltre al suo timbro,
è la produzione dei suoi dischi. Moderna, efficace, straziante e piena.
Sia. Per la sua capacità di scrittura.
Poi ci sarebbe tutta la musica inglese, dai Genesis, ai Tears
for Fears, ai Blur, Oasis, Coldplay (questa per me è la musica che ha
accompagnato, in un modo o nell’altro, tutta la mia vita, dall’infanzia fino ad
adesso).
In generale non mi sono mai soffermata su un “genere”, ma a
ciò che più arriva alla mia sensibilità...
Lene è uno dei
tanti esempi che dimostrano che nella musica, come nell'arte in generale, non
esistono scorciatoie, e quei grandi baracconi costruiti che definiamo "talent
show" non solo difficilmente promuovono i talenti artistici, ma tendono
più a sfruttarli che non a restituire quanto gli artisti (o presunti tali) cercano di mettere in campo. Si tratta di una questione di format, di ritmi
televisivi, che non sono mai compatibili con la ricerca di se stessi e della
propria espressione artistica.
Lo studio, la
passione, i concerti live, queste cose, invece, seppur richiedano tempi più
lunghi, permettono di esprimersi secondo le proprie corde.
E "Ring" è tutto questo, l'espressione di un'artista che ha costruito
(e che ha trovato) se stessa. E che sicuramente continuerà su questa strada.
"Ring"
Band composta da: Lene (Elena Ruscitto) - Voce
e "i Porners" Jacopo Mazza - Tastiere e Cori Dario Jacuzzi - Basso Paco Martucci - Chitarra Riccardo Breda - Batteria
Se n'è andato a 86 anni Bud Spencer, alias Carlo Pedersoli.
Spendere
molte parole su di lui appare superfluo, per questo non resta che ricordarlo
come quel "gigante buono" che a suon di pugni riappianava le
ingiustizie, sempre schierato dalla parte dei deboli e degli oppressi, fossero
contadini o minatori sfruttati, indigeni, immigrati, animali...
In coppia (nata per un "caso fortuito") con Terence Hill
(Mario Girotti), che lo ha ricordato sulla sua pagina Facebook con un "Addio amico mio", è stato un caposaldo dell'esperienza cinematografica italiana, fortemente
amato dal pubblico. Ha lavorato anche con grandi registi quali Mario Monicelli.
Un po' della nostra infanzia è volata via con lui...
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L'esperienza poetica di quest'area d'Italia (ambito veneto - friulano) vede una innegabile tendenza al "bilinguismo". Molti dei poeti che hanno vissuto in queste terre si sono confrontati sia con la lingua nazionale, sia con gli idiomi locali.
Pasolini, prima di tutto, che è stato uno dei precursori della valorizzazione (e della identificazione stessa) del friulano, scrisse nella parlata casarsese e diede vita a quella che rimane la più importante iniziativa letteraria della storia del Friuli: l'Academiuta di Lenga Furlana, che tanto peso riveste tuttora nella conservazione del friulano di Casarsa. Basti pensare all'ultimo poeta ad essa direttamente legato, Ovidio Colussi, ma anche a quella lunga scia di poeti che ad essa, pur restandovi esterni, si sono comunque ispirati. E potremmo citare Giacomini, Cappello, Vit e altri che si esprimono in friulano e che di questa Academiuta sono sicuramente tributari.
Poi c'è stato il friulano "totalmente estraneo" alle dinamiche, anche indirette, di Pasolini e della sua Academiuta: ad esempio, uno su tutti, quello di Tavan, che nella parlata di Andreis ha regalato uno struggente esempio di "poesia sociale".
E, dalla Livenza al Piave, le esperienze venete, in primis quella del maestro Zanzotto, senza ombra di dubbio uno dei poeti più grandi del Novecento italiano, che ha dato impulso ad altri poeti riconosciuti a livello nazionale, tra cui Cecchinel. Oltre il Piave ecco Calzavara, altro poeta che si è fortemente confrontato con l'idioma locale e, tornando nell'area friulana, e anzi più specificamente giuliana, il maestro Biagio Marin e il suo veneto de mar nella parlata di Grado. Si può trovare persino, ma questa è più che altro una forzatura linguistico-letteraria, un tentativo di riproporre l'estinta parlata tergestina (l'antico dialetto romanzo della città di Trieste) da parte di Crico.
Quale possa essere il ruolo del dialetto nella poesia moderna, e quale sia il peso che questo assume in una certa area del Nord-Est dove, è bene ricordarlo, la forza della poesia dialettale è anche quantitativa e non solo qualitativa, è un quesito a cui si possono dare risposte molteplici.
Quella, ad avviso di chi scrive, più convincente, non riguarda un'identità ma un'identificazione. L'uso delle parlate locali assume, in una terra come questa, una sorta di rivincita sociale di ciò che si è cercato più volte di cancellare. Questo è ancora più vero, probabilmente e nello specifico, per il friulano, che sottoposto ad una emarginazione "di classe" da parte degli stessi friulani (che la spinta borghese aveva portato a preferire il veneziano di terraferma), è poi rinato nelle periferie, lontano dai centri nevralgici del commercio regionale, ormai venetizzati (sorte che toccò alla stessa Udine), come, appunto, la Casarsa di Pasolini.
La valorizzazione successiva, che l'ha consacrata come "lingua", ha fatto il resto.
E poco importa se questa etichetta sia più politica che non squisitamente linguistica, oggi il friulano è lingua e basta, con tutto quel che ne consegue, a livello di conservazione e di valorizzazione. Purtroppo, non tutto è oro quel che luccica, perché il riconoscimento raggiunto ha richiesto comunque una certa "standardizzazione" ed una distinzione, conseguentemente, tra un fantomatico "friulano standard", individuato nella parlata dell'area sandanielese, sufficientemente estranea ai fenomeni di venetizzazione di pianura come alle contaminazioni germaniche e slave delle aree linguistiche contermini all'Austria ed alla Slovenia, e le varie "parlate locali", che in realtà non sono altro che l'espressione più reale del friulano, senz'altra definizione.
Qualsiasi standardizzazione che segue (o che precede) al riconoscimento di lingua è, agli occhi di chi scrive, una forzatura che andrebbe evitata. Se "lingua" significa avere un friulano di serie A (ufficiale???) e tanti friulani di serie B, meglio essere "dialetto".
Le dinamiche venete sono invece differenti, il veneto non ha conosciuto un vero e proprio riconoscimento a lingua, pur essendo stata la lingua, questa sì ufficiale, di uno dei più grandi Stati preunitari. Lingua ufficiale, certo, ma non sufficientemente standardizzata, neanche nel suo modo di scrivere (che è, a quanto pare, in fase di standardizzazione). Come dire, il veneto non è lingua perché non è stato ancora in grado di individuare il suo acmè letterario. Qualcuno lo individua nel veneziano di terraferma (per l'alto numero di parlanti), qualcuno nel padovano per il ruolo culturalmente dominante di questa città (sede, ricordiamo, della prima università del Triveneto e di una delle più antiche d'Italia), altri puristi persino nella parlata dell'isola di Burano "la più pura e meno contaminata". Una specie di San Daniele del Friuli rapportata al Veneto, con l'unica differenza che San Daniele del Friuli, oltre alla presunta purezza, è anche sede di una biblioteca storica che non ha paragoni in Friuli - ed ecco tornare la centralità culturale.
Qualunque sia la scelta, e a prescindere dalle etichette lingua-dialetto (si può usare tranquillamente "idioma" per mettere d'accordo tutti), l'affermazione innegabile è che la parlata locale assume nell'esperienza poetica di queste terre un ruolo che può ben dirsi, come altrove meno massicciamente accade, complementare alla lingua nazionale italiana.
IL BENE E IL MALE - Opportunità e frustrazioni del "salotto esponenziale"
Quando penso al festival culturale, letterario in
particolare, ho in mente quelle manifestazioni che permettono agli autori di
avere un terreno di confronto e ai lettori un gigantesco indice da cui
attingere. Fortunatamente, capita anche che le due figure si confondano, e che
l'autore sia lettore e il lettore autore. Questo modo di concepire la cultura,
che sta ormai sbocciando ovunque, pur avendo trovato in due grandi formule i
suoi precursori più illustri (Il Salone del Libro di Torino, che viaggia ormai
verso le trenta edizioni, e il Festival di Mantova, che sta per compiere un
ventennio), ha, come tutte le cose "in grande", grandi potenzialità e
grandi rischi.
Le potenzialità credo siano sotto gli occhi di tutti:
presentare il proprio libro al caffè della stazione, per quanto permetta ancora
di mantenere una certa vena romantica, porta comunque ad avere un pubblico che,
se va bene, raggiunge le venti persone. Senza grandi possibilità di incremento.
La libreria, anch'essa, tradizionale ed irrinunciabile, fa
numeri al più di poco superiori.
Il grande festival, la grande manifestazione, invece, travasa
su di sé un pubblico potenziale di migliaia di unità. Potenziale, sia chiaro,
ma è capitato a chiunque, credo, in un tempo morto, di andare a seguire quel
tizio sconosciuto o di approfondire qualcosa allo stand di quella piccola casa
editrice mai sentita nominare.
I numeri potenziali, dicevo, sono allettanti. Ora, pur
tuttavia, andrei a valutare, sempre col beneficio dell'opinabilità della mia
visione (a differenza di molti altri io non ho la presunzione di avere le
risposte a tutti i problemi della vita) quelli che, di tutto questo,
costituiscono gli aspetti negativi.
Anzitutto, può accadere che nel marasma della entità
dell'offerta, si focalizzi l'attenzione più sul mezzo che non sul contenuto. Ci
siamo abituati, nel corso dei secoli, a vedere la letteratura, e la poesia in
particolare, come un calderone da cui attingere, in cui si privilegiava
maggiormente ora la forma, ora il contenuto. La poesia ha conosciuto grandi
evoluzioni, arrivando sino ad impadronirsi dell'ordine spaziale con il
calligramma, e sino ad una neocommistione con altre arti, recuperando il ruolo
della musica e dell'arte visiva, anche adottando le ultime tecnologie.
Questa evoluzione ha arricchito sicuramente le potenzialità,
interpretando il "mezzo" ancora come "mezzo artistico".
Recentemente, tuttavia, proprio attraverso quell'inarrestabile fiorire di nuovi
festival, al solo "mezzo artistico" si è affiancato il grande
"mezzo di diffusione". Che, si badi, non è innovativo, è solo
esponenziale.
La vera problematica del mezzo di diffusione contemporaneo è
data da un eccesso di apparenza. Non so come la veda chi sta leggendo, ma
personalmente mi capita di assistere allo stridere di tanti
"esserini" che si specchiano in una circolarità autoreferenziale, che
genera autocompiacimento. L'impressione, quando assisto a questa messa in scena,
perché di questo si tratta, è che tanti sordi tendano ad urlare la propria
versione dei fatti. Tutti lì, tutti stipati. Confusi e, alla fine, dimenticati.
Non lo so, personalmente, quale peso culturale potrà avere
mai tutto questo quando ci si rigirerà indietro fra cinquant'anni.
UNA PRIGIONIA INVISIBILE CHE FRENA I "POTENZIALI MAESTRI" DEL SECONDO NOVECENTO
Io, personalmente, vedo la necessità di una forte cesura
generazionale, ma questo è il mio parere. Come sta accadendo nel contesto
politico e sociale, almeno all'apparenza, anche la cultura dovrebbe impegnarsi
a dare un taglio ad un certo passato; non a tutto il passato, si badi, ma a
quel passato che maggiormente stride.
Senza voler generalizzare, a volte ripenso alla necessità
del "salto", del "recupero". Guardandomi indietro, vedo una
grande pagina di poesia scritta nel secolo XX, che da Caproni arriva a
Zanzotto, passando per Pasolini e Luzi, solo per citarne alcuni, ed una fase
intermedia, che corrisponde sostanzialmente all'ultimo ventennio o trentennio
del secolo scorso, in cui è impossibile identificare un "maestro". Chiedete
a chi è nato negli anni Settanta, Ottanta e ormai anche Novanta di indicare un
"maestro" nella generazione "di mezzo", quella nata l'indomani
del secondo dopoguerra. Io (e dico sempre "io" perché odio la
presunzione ed il dogmatismo intellettuale) sono disposto a chiamare
"maestro" uno Zanzotto, che peraltro ho avuto la fortuna di conoscere
abbastanza bene da apprezzarne anche le qualità umane e di umiltà, un Luzi, un
Caproni... Ma poi? Poi vedo poetica interessante, con cui è giusto e doveroso
confrontarsi, ma nessun reale punto di riferimento. Persone che si compiacciono
del proprio ruolo culturale intrapreso e raggiunto grazie alla forza della
politica, ne vedo tante. Persone che hanno la presunzione di conoscere
perfettamente il panorama letterario perché "tanto se esiste deve passare
attraverso di me" ne vedo tante. Fango e acqua putrida ne vedo tanti. Vedo
anche poeti che davvero apprezzo per il loro modo di scrivere, un Cappello, per
esempio, volendo restare su un terreno che conosco meglio, anche un Giacomini o
un Vit, per tenersi sulla scia di Pasolini, o un Cecchinel, volendo andare
sulla scia di Zanzotto. Tutti poeti validi, piacevoli, dotati di una lirica
cristallina ed anche emozionante, ma per nessuno di questi riesco ad utilizzare l'etichetta di
"maestro" dei predecessori. E mi dispiace, sarò io troppo esigente o
prevenuto (ma quest'ultima opzione non credo proprio).
Davvero un peccato, perché i grandi che ho citato prima avevano
i loro maestri nella generazione precedente: Ungaretti, Carducci, D'Annunzio...
Non voglio dire quindi che la poesia contemporanea abbia
vissuto "il vuoto", perché sarebbe una considerazione disonesta e
assolutamente non corrispondente alla realtà. Ma ho paura che quel che sta
avvenendo oggi sia fortemente condizionato da una "cricca para-letteraria"
che di culturale non ha un bel niente. E che non necessariamente è esterna alle dinamiche culturali.
La sensazione che ho è che ci sia qualcosa o qualcuno, una specie di "eminenza grigia non necessariamente personalizzabile", che
negli ultimi decenni si sia preoccupata più di costruire dei muri, dei
contenitori, sfruttando anche qualche nome conosciuto, per mantenere una sorta
di "cupola" in cui o decidi di stare dentro, o decidi di stare fuori.
E il modo migliore per cementificare questa "struttura" è esattamente
creare dei grandi contenitori culturali o presunti tali. In cui, piaccia o non
piaccia, alla fine sono l'economia e la politica a fare la parte dei leoni;
eccolo, a mio avviso, il vero problema del "grande contenitore culturale":
le cose fatte in grande non si reggono senza politica ed economia, ed una
cultura che guarda alla politica e all'economia, volenti o nolenti, non è una
cultura libera.
Temo che molti "potenziali maestri" del secondo Novecento, pur conosciuti, siano prigionieri di questo problema. Mi riferisco a quelli che ho citato sopra, ma potrei continuare tranquillamente l'elenco. Ci sono, ma non è abbastanza. Dietro c'è sempre dell'altro che stona.
Ribellarsi a tutto questo (non ai festival o alle manifestazioni in sé, ma a quello che rischiano talvolta di trascinarsi dietro) è un dovere morale, per quanto non
possa pagare sul breve termine. E in questo mi rivolgo in particolare agli
infraquarantenni: nessuno ha l'esclusiva sulla cultura, non è il caso di
lasciarsi ingabbiare nel nome di un po' di effimera notorietà per cui dover
sempre dire grazie ad altri...
Se il peso-forza della cultura è stato profondamente eliso nel proprio equilibrio da una forte componente politico-economica (che trova le proprie radici, forse, nel Sessantotto), e se il frutto di tutto questo è che l'autorevolezza di una generazione di poeti che dovrebbe oggi venir chiamata "generazione maestra" dalla generazione successiva, si trova invece ad esser stata minata nel proprio ruolo, a causa di quel "peso estraneo" che schiaccia, è necessario fare un cambio di passo. Quel tanto che basta per ridare centralità alla cultura "pura", e relegare la politica e l'economia ad entità marginali del fenomeno.
Chiuderei questa mia noiosa disquisizione con una citazione di
GiorgioGaber: "La cultura per le masse è un'idiozia, la fila coi panini
davanti ai musei mi fa malinconia" [La razza in estinzione - La mia
generazione ha perso].
Non voglio che mi si taccia di peccare di elitismo, dopo
questa citazione in questo contesto, ma ci tenevo a dire sinceramente che mi fa
davvero paura la "demagogia culturale".
tutti i diritti riservati
credito immagine: "Quel che resta", installazione di Ignazio Fresu - undo.net
Ci sono piccoli appuntamenti che il tempo, in un'ottica di
"ricerca artistica in aree poco battute", può consacrare ad interessante
opportunità di conoscenza di nuovi sentieri culturali.
Si è aperta sabato 11 giugno a Casarsa della Delizia (PN),
presso Palazzo Zuccheri (Centro Comunitario di San Giovanni), la quarta
edizione della esposizione collettiva "Maestri a Nordest", curata dal
maestro Giuseppe Onesti.
La manifestazione è un'ottima occasione per visionare un
frammento artistico dell'Italia Nord-Orientale contemporanea. Espongono Giuseppe
Onesti, Alessandro Cadamuro, Gianni Pasotti, Nello Taverna, Carolina Zanelli.
La mostra, che resterà aperta fino al 26 giugno, osserva il
seguente orario:
venerdì - sabato: 20.30 - 23.00
domenica: 11.00 - 13.00; 19.00 - 23:00
credito immagine: Giuseppe Onesti, curatore della rassegna - giuseppeonesti.com
Quando la mente viaggia ed inciampa nei ricordi di scuola,
quando si ripensa a quelle mattine infinite che si era ancora troppo giovani
per scandire a colpi di caffè, all'appello manca quasi sempre una cosa: la passione
per ciò che si studia.
Ma può capitare che, in quello che agli occhi dei più può
apparire come uno sperduto angolo di mondo, un insegnante "diverso" e
che ha fatto del suo entusiasmo una forza net-virale, si insinui tra le righe
di un Infinito di Leopardi recitato come si reciterebbe un requiem in una
funzione religiosa, trasformando questa noia mortale in qualcosa di diverso, di
entusiasmante, di interessante e, a volte, persino divertente...
Perché la letteratura italiana, nella sua inestimabile
ricchezza, è vita dell'uomo, non noia, litania, bestemmia, costrizione.
Chi è costui? Chi è questo personaggio che non si è limitato
a guardare alle cose da una prospettiva diversa, ma che ha creato una nuova
prospettiva utilizzando i mezzi che la modernità offre?
Enrico Galiano. Semplicemente. Un professore di scuole medie
(pardon, scuola secondaria di primo grado...) che esercita la sua missione (non
è semplicemente un lavoro) in un piccolo centro della provincia di Pordenone:
Pravisdomini.
Un centro che si fa fatica a trovare anche sulle cartine
geografiche, ma che ha una peculiarità: è il luogo con la più alta percentuale
di studenti stranieri del pordenonese. Quella che si potrebbe definire
"terra di confine", a tutti gli effetti. Un luogo che sembra fatto
apposta per il nostro Enrico Galiano, in arte semplicemente "Il
Prof."
1) Domanda
scontata quanto quasi sempre temuta: presentati in tre parole.
Sono indeciso
fra “Un sognatore seriale” e “Che si mangia?”. Scegli tu.
2) Ti sei trovato a
fare il professore in quello che è il comune con la più alta percentuale di
stranieri in provincia di Pordenone. Quanto pensi che questo fattore abbia
rivestito un ruolo determinante nelle tue scelte didattiche, nei mezzi che
adotti e che hanno ormai ampiamente varcato i confini di questo territorio?
Moltissimo. Qui la situazione è a tratti disperante, è molto difficile far
convivere realtà così eterogenee, figuriamoci far studiare i verbi o imparare
la storia. In una scuola come la mia senza fantasia e spirito d'improvvisazione
non ne esci. Difatti ci sono stati spesso colleghi che dopo un anno da qui sono
scappati.
3) Come percepisci il ruolo dell'insegnante nella società e,
soprattutto, in quella del futuro?Sinceramente penso sia un falso mito quello
per cui gli insegnanti abbiano perso d'importanza o di considerazione. È più
che altro vero che questa importanza e considerazione dobbiamo costruircela
noi, meritarcela noi, col lavoro di tutti i giorni, con la trasparenza, e anche
con una bella dose di pazienza. Qui dove insegno io, sia io che i miei colleghi
siamo molto stimati dalle famiglie. CI vogliono bene, molti ci considerano
davvero parte se non della famiglia certo del mondo dei loro figli. Forse in
città più grandi è più difficile, ma insomma: non è impossibile, ecco.
4) Oltre
ad interpretare te stesso e i tuoi studenti nei video che ormai tendono ad
essere virali, suoni la chitarra accompagnato dalla tua dolce meta, scrivi...
Scrivi... Ecco, qualcosa bolle in pentola, ci sono delle novità in vista? Non
ti chiedo di rivelarci tutto, ma almeno facci qualche piccola concessione in
anteprima...
Scrivo da quando ero in seconda elementare e non credo smetterò
mai. Ora, dopo abbi di tentativi e con una manciata di romanzi nel cassetto,
sto preparando l'uscita di una romanzo per la casa editrice Garzanti. È una
storia d'amore ma anche un thriller, con protagonisti due ragazzi di
diciassette anni. Lo sto sistemando proprio in questi giorni e dovrebbe uscire
all'inizio dell'anno prossimo.
5) Sei ormai un fenomeno mediatico, e questo mi
sembra innegabile. Ma tutta questa visibilità si è portata dietro anche qualche
strascico negativo? Non lo so, critiche sterili, polemiche e quant'altro? Se
vuoi parlacene.
Quando decidi di metterti in gioco, quale che sia il gioco, è
naturale, quasi spontaneo che arrivino le critiche. Lavorando (per così dire)
nel web ho scoperto che in realtà, avere degli haters, persone che ti criticano
per qualsiasi cosa, che ti attaccano, a volte anche con insulti pesanti (sì, è
successo diverse volte), è in realtà un bel fregio, significa che sei sulla
strada giusta. Poi ci sono anche le critiche non sterili, e io quelle le
apprezzo tantissimo. Ho infatti notato che il mio lavoro di insegnante, da
quando metto in piazza le cose che faccio, è migliorato molto. Sentendomi più
controllato, più sotto gli occhi di molte persone, sono spinto a dare il meglio
di me, a non sgarrare mai o a cercare di farlo il meno possibile.
6) La
delicatezza del tuo ruolo di insegnante, e in particolare di ragazzi di 11-13
anni, e il tuo successo acquisito anche grazie alla forza della rete, ti avrà
certamente obbligato a confrontarti con un problema decisamente complesso, cioè
il rapporto tra giovanissimi e nuove tecnologie, con tutti i rischi che questo
comporta. In base alla tua esperienza, cosa ti sentiresti di consigliare a
genitori ed insegnanti affinché riescano a trasmettere ai ragazzi il peso di un
rischio ma anche la forza di una opportunità?
I ragazzi che oggi hanno 12 anni
vivranno in un mondo in cui la rete e il mondo social saranno ancora più
presenti nelle loro vite rispetto a quanto non siano oggi: un bene, un male,
non lo so. Probabilmente entrambe le cose. Quello che è davvero importante è
avere gli occhi aperti, fare lo sforzo di aggiornarsi, documentarsi, perché è
proprio dell'età adolescenziale il nascondersi, e attraverso i social possono
succedere cose davvero spaventose senza che i genitori se ne accorgano. È
importante riuscire ad avere le antenne alte, essere pronti a cogliere i
segnali di pericolo.
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