domenica 25 gennaio 2026

Intelligenza Artificiale, Marketing e Appiattimento Creativo


Si apre oggi la serie speciale di articoli intitolata "Intelligenza Artificiale, Marketing e Appiattimento Creativo", che tiene conto dell'evoluzione-involuzione degli ultimi 5-6 anni in materia creativa.

Esistono due grandi "segmenti cronologici" legati all'appiattimento creativo: il primo, già esistente nel passato, riguarda tutti quei fenomeni ai limiti del plagio dettati da esigenze di produzione (marketing, risorse finanziarie); il secondo, tipico del presente che stiamo vivendo e che verosimilmente ci accompagnerà in futuro, riguarda le nuove tecnologie, e in particolare l'intelligenza artificiale.

Oggi parleremo specificamente del primo punto, come introduzione al problema della contemporaneità: 

Marketing e commerciabilità come esigenze di produzione

Il marketing, in senso lato, (pro)muove la produzione artistica. Concetto banale quanto reale ed innegabile. 

Quante volte ci capita di leggere un libro (soprattutto un romanzo), di guardare un film o una serie, di ascoltare una canzone, e di percepire quel senso di "già visto - già sentito"?

Pensiamo ad un caso, assolutamente non isolato, che riguarda un fenomeno Netflix: il rapporto tra Stranger Things e Dark

Siamo negli anni 2016-2017 (la prima puntata di Stranger Things risale al luglio 2016, la prima di Dark a dicembre 2017). 

In quel particolare periodo storico, l'intelligenza artificiale non ha ancora conosciuto lo sviluppo travolgente che incontrerà a partire dalla pandemia del 2020, restando ancora un processo tecnologico relegato a pochi addetti ai lavori (e non idoneo a creare sceneggiature complesse). Inutile, dunque, imputare una qualche responsabilità a questo elemento specifico in quegli anni.

La sensazione di "già visto" che permea Dark rispetto a Stranger Things è ai limiti del plagio (in senso estetico, non legale), ma da una lettura strettamente "economico-finanziaria" la cosa non dovrebbe stupire.

Se, da un lato, gli elementi comuni sono troppi per risultare casuali, d'altro canto è comprensibile come Dark rielabori un modello narrativo già ampiamente metabolizzato dagli spettatori di Stranger Things: un successo planetario "traina" altri lavori, altre serie, influenzando pesantemente la creatività.

Questo "schema" è funzionale al marketing (ricordiamo che, quando uscì Dark, fu interesse di Netflix paragonarlo a Stranger Things nella sua campagna di lancio), permettendo sicuramente di agguantare un ampio numero di persone già appassionate al fenomeno precedente, seppur assumendosi qualche rischio.

Andando a leggere il rapporto tra queste due serie (che sono emblematiche per il loro successo e per l'essere state prodotte dalla medesima piattaforma), si possono rinvenire degli elementi che lasciano supporre una riscrittura, se non altro parziale, della sceneggiatura di Dark in ottica Stranger Things: sin dal principio, sembra che il soggetto di Dark, diverso nelle intenzioni sul piano narrativo ed estetico rispetto a Stranger Things, sia stato farcito di elementi riconoscibili al pubblico del fenomeno planetario, tanto da risultare sovrapponibile in più punti: la sparizione di un bambino, il ruolo di una centrale elettrica, la presenza di autorità governative o paragovernative torbide, il ruolo degli adolescenti nella ricerca, la presenza del personaggio di un poliziotto con sviluppo narrativo simile in entrambe le serie, la presenza di luoghi-non luoghi con punti di passaggio tra due dimensioni contrassegnati da leggi fisiche distorte, il "ruolo" degli anni Ottanta, e si potrebbe agevolmente andare avanti, ma nonostante siano trascorsi dieci anni dalla prima serie di Stranger Things e nove da Dark, preferiamo non cadere nello spoiler - magari qualcuno non le avrà ancora viste e vorrà rimediare).

Pare quasi che Dark sia stato pesantemente riscritto per garantire un continuum di pubblico in un momento in cui il pubblico desiderava esattamente un certo tipo di prodotto. 

Il risultato? Non ci interessa, questo articolo non è una critica a Stranger Things o a Dark, e nemmeno una comparazione puntuale. 

Si tratta di un "pretesto" per passare ad un piano molto più generale: le esigenze di natura finanziaria e di marketing dominano il rapporto creativo che si instaura tra produzione artistica e pubblico

Scoperta dell'acqua calda? Probabilmente sì, ma questa base - che troviamo in tutte le forme di produzione artistica (avremmo potuto parlare di letteratura o di musica, ma ci siamo voluti affidare alla forma artistica che le racchiude tutte) aiuta a capire perché l'intelligenza artificiale non vada a stravolgere uno schema, ma lo affini, lo rinnovi in chiave tecnologica. 

L'appiattimento creativo che imputiamo, negli ultimi cinque anni circa, all'esistenza e alla diffusione massiva dell'IA, ha in verità radici molto più profonde, che non possono essere tralasciate né trascurate. 
E che, talvolta, nella narrazione dei giorni nostri, tendiamo a dimenticare.

Immagine: AI


mercoledì 10 marzo 2021

MÅNESKIN: LA GRANDE OCCASIONE

 

Premetto che tutto ciò che dirò qui non riguarderà minimamente aspetti tecnico-musicali. Come diceva un mio caro amico, molto più competente di me, se non hai studiato in Conservatorio e non ti sei diplomato in Composizione, lascia perdere la tecnica. E considera anche che, tecnicamente, tutta la musica leggera mondiale verrebbe travolta da un giudizio fortemente negativo, sul piano della tecnica compositiva. Si salverebbe, forse, il Prog, ammesso che il Prog sia "musica leggera".

Questa premessa è doverosa, e mi serve per avere la certezza di distinguermi dai grandi esperti musicali che ci sono in giro, per molti dei quali la cultura musicale può ridursi, fondamentalmente, a strimpellare uno strumento e andare a vedere qualche concerto. Qui non si parla di tecnica. Non sarei in grado di dire più di quattro fesserie basilari, sulle quali sarebbe inutile tessere un discorso.

Detto ciò, sottolineo fin da subito che spezzerò una lancia in favore dei Måneskin.

E lo farò su quello che è, a mio avviso, il terreno più rilevante: non quello tecnico, abbiamo già detto, e neppure quello emotivo, che sarebbe totalmente soggettivo. Un discorso basato, nei fatti, sul "mi piace" o sul "non mi piace", è un discorso circolare. E, in quanto tale, totalmente inutile. La soggettività del giudizio, in ultima istanza, diviene sorda.

Il discorso, invece, si basa su qualcosa che finisce col trascendere i Måneskin e si inserisce in una riflessione sulla musica in generale.

Vedere un gruppo che suona Rock (e questo è oggettivo, rispetto ai canoni del Rock) e che vince il Festival di Sanremo... un universo in cui il Rock, quando presente, non aveva mai avuto alcuna reale possibilità di vittoria, non nascondo che mi faccia piacere. Come, del pari, mi fa piacere che abbiano portato sul palco una canzone dei CCCP (prescindiamo da qualsiasi giudizio sull'esecuzione, poiché anch'esso risulterebbe troppo personale). In aggiunta, anche il fatto che un altro autore in gara, Max Gazzè, abbia portato i CSI, è qualcosa di veramente positivo, secondo il parere di chi scrive.

Ad ogni modo... La vittoria dei Måneskin permette ad un genere che, agli occhi di alcuni (evidentemente, assai poco informati) risultava morto, di recuperare (ulteriore) linfa vitale. Non perché Zitti e Buoni debba risultare il meglio della produzione Rock nostrana (e non credo fosse neanche l'obiettivo di chi l'ha portata all'Ariston), ma semplicemente perché questa vittoria può potenzialmente innescare dei meccanismi di conoscenza musicale che, nell'era dei social e dei talent, sembravano (questi sì) sepolti.

Come funzionava qualche anno fa? Diciamo prima dell'esplosione di Internet, dunque prima del 2000, fondamentalmente? La scena musicale viveva di intrecci, di catene. Dal successo di una band o di un artista, poteva dipendere un'onda d'urto positiva che travolgeva tutti, o molti, degli artisti che facevano quello stesso genere, o, quantomeno, che fiorivano in quello stesso ambiente.

Facciamo un esempio concreto - attingendo dalla scena Rock nostrana, così che si capisca che cosa intendo: i Litfiba, alla fine degli anni 90 raggiungono l'apice del successo commerciale. Il loro pubblico esplode con Mondi Sommersi e Infinito (il loro album, quest'ultimo, più lontano dal Rock della loro storia). Chi si avvicina per la prima volta a quel tipo di sound, e mi riferisco, specificamente, agli adolescenti, raramente conosce la produzione precedente. L'esplosione commerciale, spinge molti ragazzi ad approfondire quel gruppo. E così vanno indietro, scoprono, per esempio, il Rock duro di Terremoto, e poi vanno ancora indietro. Ricordiamo che siamo ancora nell'epoca in cui se ti interessa un autore o un gruppo, devi comprarti il disco o sperare che qualcuno dei tuoi amici ce l'abbia, per farti fare una cassetta pirata... Fatto sta, che la conoscenza si approfondisce, e scopri i Litfiba anni 80. I Litfiba anni 80 ti aprono un intero universo, a cominciare dai Diaframma. Conosci la storia dei Litfiba e, parallelamente, seguendo le orme di chi di quel gruppo ha fatto parte, ti avventuri anche nei CSI, che alla fine degli anni 90 sono ancora attivi. Ma, quasi automaticamente, vai a ritroso anche nella loro storia, e trovi i CCCP. Continui a seguire i fili del "discorso", scopri "Stazioni Lunari". Il progetto ti piace e ti avvicini, attraverso i concerti, ad altri artisti. Alcuni già li conoscevi, altri li conosci per la prima volta.
Nel frattempo, hai ampliato i tuoi orizzonti oltre l'Italia, e hai incontrato la New Wave internazionale, il Punk, la musica Dark... Ti accorgi ogni giorno di più di quanto immensa sia la galassia musicale, e un giorno ti trovi a seguire l'ultimo concerto dei Tuxedomoon in formazione originale.

Potrei fare un altro esempio: avresti mai conosciuto la musica dei Pylon senza il successo dei R.E.M.? Statisticamente, direi di no.

Oggi siamo in un'epoca diversa, un'epoca in cui l'uso e consumo va di pari passo con un sostanziale appiattimento musicale. Non perché manchino alternative, ma perché quelle alternative sono schiacciate dai percorsi obbligati. Il talent show è diventato una quasi necessità per emergere. Non siamo più in un'epoca in cui ci si poteva permettere di inventarsi un concerto nel magazzino dello zio, invitando i propri compagni di liceo o di università, e sperare in un passaparola. Aspettando che qualcuno venisse notato, gli venisse proposto un contratto, e poi si trascinasse dietro un po' di successo e di visibilità anche per gli altri.

Paradossalmente, l'epoca in cui chiunque avrebbe una visibilità potenzialmente planetaria, è anche l'epoca in cui la visibilità fuori dai "canali ad ampia portata" si attesta sullo zero. E da lì fa molta fatica a schiodarsi.

In questa vittoria inaspettata, invece, vedo un ritorno al passato con i mezzi del presente. Poi, forse, sarò troppo ottimista, ma qualche sentore c'è. I ragazzi di oggi hanno molti più mezzi per conoscere di quanti non ne abbia avuti chi vi scrive, quando era adolescente. E qualche sentore di "cambiamento", io lo vedo nei numeri. "Amandoti" dei CCCP ha aumentato le visualizzazioni su Youtube (limitatamente al video che ho visto io, ce ne sono anche altri), di oltre 50mila. Non ho fatto questa verifica su Spotify, ma già penso che Youtube sia indicativo: poco più di 600mila visualizzazioni in quasi 11 anni, oltre 50mila nuove visualizzazioni in una manciata di giorni (mentre scrivo, sta viaggiando sulle 5mila al giorno).

Per non parlare di quello che è accaduto agli Anthony Laszlo, questo per motivi collaterali e (forse) non voluti: da poco più di 10mila visualizzazioni, oggi ne hanno raggiunte oltre 300mila...

Ci rendiamo conto dell'onda d'urto potenziale che attraverso questa band di ventenni sta travolgendo, o può travolgere, un intero genere? In un momento in cui, cerchiamo di essere seri, moltissime persone in questo Paese neanche erano a conoscenza dell'esistenza di una scena Rock - in tutte le sue declinazioni - che parla italiano?

Si mettano l'anima in pace i cosiddetti puristi: questo momento può portare alla rinascita di un genere, alla voglia per gli adolescenti di scoprirlo e, perché no, di farsi comprare una chitarra elettrica.

Non perché i Måneskin debbano essere il meglio in circolazione, questo non credo si pretenda da loro. Ma hanno la giusta visibilità, e per un certo tipo di musica, questa è una (nuova) immensa occasione.

A questi ragazzi io auguro soltanto una cosa; una cosa che, probabilmente, è l'opposto di quello che ci si aspetta in un'epoca in cui pare si nasca artisti già preconfezionati (da altri): sperimentate. Battete più strade, muovetevi con i vostri passi. Siate voi stessi, non solo a parole. Avete una opportunità che va oltre la vostra musica. Uscite dalla logica talent che vi ha forgiati, e andate oltre. Se riuscirete in questa missione, sarete un gigantesco faro per la musica italiana (e, a costo di essere impopolare rispetto a certi ambienti, credo che ne abbiate ampiamente le potenzialità). In caso contrario, rischierete di essere come tante altre meteore da talent fagocitate dal successo, e io mi sarò semplicemente sbagliato.


mercoledì 20 settembre 2017

BOTANICA dei Deproducers: tra inno alla vita e denuncia sociale

Per percepire la propria fragile natura, la propria piccolezza, non serve necessariamente guardare all'universo e alle stelle.
Anche questa nostra Terra ci offre infatti, attraverso il regno vegetale, la più grande e misconosciuta formula di vastità: nel numero, nelle dimensioni, negli anni di vita.
Ci sono alberi, come il Pinus Longaeva, che abbracciano con le loro radici il nostro pianeta da 4mila anni e oltre. Che hanno visto passare gran parte della storia dell'umanità sotto le loro chiome.
Ci sono alberi immensi, come le Sequoie Giganti, che possono arrivare a 100 metri di altezza. E, poi, ci sono piante che resistono ai climi più difficili, attraverso una evoluzione lunga milioni di anni.
Ci sono piante che hanno imparato, per sopravvivenza, a sfruttare gli animali, e persino a selezionarli.

Tutto questo è Botanica, lo spettacolo dei Deproducers (Vittorio Cosma, Gianni Maroccolo, Massimiliano Casacci, Riccardo Sinigallia) che hanno concluso la loro tournée estiva a Pordenone, in occasione dell'edizione 2017 di Pordenonelegge.
Un viaggio attraverso capitoli poco conosciuti o totalmente sconosciuti ai più sulla vita delle piante, come le loro relazioni, tra sé o con l'ambiente esterno. Il loro muoversi, il loro "giocare", le loro competizioni e le loro sfide.
Un mondo affascinante, apparentemente senza limiti.
Ma che conosce, purtroppo, il limite distruttivo dell'uomo, ed ecco che Botanica è anche una immensa denuncia sociale: le piante sono la base della vita animale, non esiste alcuna possibilità per l'essere umano e per tutto ciò che è animale, di sopravvivere senza piante. Sembrerebbe scontato, un concetto ripetuto sino a divenire retorica, ma in un mondo in cui, in nome del profitto, si consuma ogni anno una superficie di foresta pari a quella dell'Inghilterra, ecco che non esiste nulla di scontato o di retorico.

La nostra vita è legata indissolubilmente a questo variegato mondo. Così, dove le note incontrano immagini, e le parole del professor Stefano Mancuso fungono da necessario contorno ed approfondimento, speriamo abbia inizio un reale cammino di consapevolezza individuale e sociale.


Tutti i diritti riservati
credito immagine: Allday.ru 
L'immagine appartiene al suo autore, l'artista Agim Sulaj


martedì 21 marzo 2017

Giornata Mondiale della Poesia 2017

LA VERA POESIA
Anche se il suo valore non è stato compreso,
la parola di un poeta vero
versa nelle orecchie una corrente di miele:
anche se non è ancora giunta la sua fragranza, certo
cattura lo sguardo una ghirlanda di gelsomini.

(Subandhu, poeta indiano del VII secolo)


La primavera sboccia come la poesia. Ed anche quest'anno, in occasione della giornata mondiale della poesia, centinaia di eventi, in Italia e nel mondo, renderanno omaggio ad una delle forme più pure ed antiche di espressione dell'umanità.

Sentimenti, emozioni, preoccupazioni, osservazione del circostante come dell'infinito, passione, vita quotidiana, socialità, interiorità, satira,... Un linguaggio tanto totalizzante quanto universale.

E in questo, certo, le siamo tutti tributari. 


(c) traduzione di Giuliano Boccali - credito immagine: David Wagner

domenica 12 marzo 2017

Diritto d'autore: OPERE COLLETTIVE, COMPOSTE, IN COMUNIONE

Accade spesso che gli autori decidano di collaborare: ecco che allora, dal punto di vista legale, possono sorgere due situazioni principali (frequenti nella prassi) che guardano al prodotto di tali collaborazioni: opere cosiddette "collettive" ed opere cosiddette "composte".

Le opere "collettive" sono quelle in cui ciascuna parte da cui è formata l'opera resta distinta ed autonoma rispetto alle altre. Un'antologia, ad esempio, è un'opera collettiva, perché troveremo i testi di Tizio, cui seguono i testi di Caio e quelli di Sempronio. L'opera è, in questo caso, una somma di opere, né più e né meno.
Questo, evidentemente, crea delle conseguenze: ai singoli collaboratori dell'opera collettiva è riservato, anzitutto, il diritto di utilizzare la propria opera separatamente. I diritti di utilizzazione economica sull'opera collettiva, invece, spettano all'editore, salvo non si sia pattuito diversamente. Colui che viene considerato "autore" dell'opera collettiva (cioè dell'opera nel suo insieme) è colui che dirige, che cura, che gestisce e che organizza. Ricordando, comunque, quanto detto sopra: se questi è autore dell'opera collettiva, è anche vero che ciascun autore di ogni singola parte, conserva la propria autonomia sull'utilizzo "esterno" della propria opera.

Le opere "composte" hanno una identità meno "separabile". Possono, infatti, essere suddivise in parti, ma tale suddivisione porta ad un risultato molto diverso dall'opera nel proprio complesso.
Un esempio canonico di questo tipo è dato dalle canzoni, in cui vi sono una parte letteraria ed una musicale. Evidentemente, la musica e le parole possono, in questo caso, essere divise, ma il risultato finale sarà molto diverso. Vi è, dunque, una identità organica che risulta più accentuata rispetto alle singole parti.
Come si suddividono i diritti d'autore nelle opere composte? Basti pensare, nel caso specifico delle opere musicali, al deposito presso la SIAE, che richiede la compilazione del cosiddetto "Modulo 112". Questo modulo ricalca, evidentemente, i criteri di ripartizione tra gli autori delle singole parti. Sarà così possibile indicare i nominativi degli autori con le rispettive quote di diritti (che si presumono ripartiti in parti eguali, ma che possono essere pattiziamente derogate - cioè: se Tizio è autore della musica, e Caio è autore delle parole, la ripartizione "normale" dei diritti sarà 50% e 50%, ma i due potrebbero anche mettersi d'accordo per una ripartizione al 30% e al 70%, ad esempio).

Una disciplina simile a quella prevista per le opere composte, si ha per le opere "in comunione" (meno frequenti nella prassi). Le opere in comunione sono quelle in cui il contributo di ciascun artista è indistinguibile ed inscindibile da quello degli altri. Un esempio? Un quadro dipinto a più mani.
In questo caso la ripartizione dei diritti segue le regole generali del diritto civile sulla comunione (articoli 1100 e seguenti del codice civile), quindi presunzione di eguaglianza nelle quote, salvo diverso accordo che deve essere provato per iscritto.



Ricapitolando:

OPERE COLLETTIVE
possono essere facilmente scisse, e la loro divisione non muta il profilo sostanziale dell'opera; i diritti morali appartengono ai singoli autori, ciascuno per la propria parte - mentre i diritti morali dell'opera nel complesso sono di chi l'ha diretta/organizzata/curata; i diritti patrimoniali appartengono all'editore (salvo diverso patto); ciascun autore può utilizzare la propria opera separatamente.

OPERE COMPOSTE
possono essere scisse, ma la loro divisione va a mutare l'identità sostanziale dell'opera; i diritti morali appartengono ai singoli autori, ciascuno per la propria parte; i diritti patrimoniali appartengono a ciascun autore proporzionalmente alla quota.

OPERE IN COMUNIONE
non possono essere scisse (il contributo di ciascun autore è indistinguibile); i diritti sono ripartiti sulla base delle norme generali sulla comunione (artt. 1100 ss. c.c.), salva diversa pattuizione scritta.

tutti i diritti riservati - il presente post ha valore solo generico, non può essere pertanto sostituito ad una consulenza legale con un esperto di diritto della proprietà intellettuale, che è l'unico soggetto in grado di valutare singoli casi specifici

mercoledì 1 marzo 2017

ORDINE E MUTILAZIONE di Elena Zuccaccia

Mi ritrovo tra le mani questo libretto (inteso come "piccolo nel formato"), Ordine e Mutilazione, di Elena Zuccaccia (Edizioni Pietre Vive) e subito alcuni aspetti mi colpiscono.

Anzitutto, il "pessimismo ironico" e la nostalgia con uno sguardo al futuro. Stilisticamente parlando, un connubio di cinismo ed ironia permea l'intera silloge, mentre i versi indagano atmosfere complesse, come il rapporto tra "sentimento" e "non-sentimento", dove per quest'ultimo intendo al contempo un sentimento che non c'è più, un sentimento che non c'è mai stato e un sentimento sconosciuto. Talvolta, la linea di demarcazione tra queste "essenze contermini" è assai labile.

L'aspetto introspettivo, che all'occhio di chi scrive è sempre presente in poesia - anche nella cosiddetta "poesia civile", per intenderci - è evidente, ma tale evidenza si innesta ad un circostante tendenzialmente binario; in certe fasi, sembra persino un circostante "a tre".

L'opera è squisitamente "concettuale"; va letta, per questo, tutta d'un fiato, senza che ciò ne pregiudichi, tuttavia, la scorrevolezza. Neppure i momenti di circolarità, i ritorni e i riferimenti "al prima" appesantiscono la lettura. Sembra, piuttosto, che tali momenti "fluttuino" come un ago che tesse una trama sapiente. La "fluttuazione", peraltro, è una tematica presente al punto da offrire il titolo di uno dei capitoli e della "poesia di epilogo".
Questo "fluttuare" viene enfatizzato ancor di più da un uso della punteggiatura non convenzionale: quelli che, normalmente, appaiono come "stacchi", più o meno incisivi, qui sono invece reali "sospensioni". Sospensioni nel "non esserci".

Prima di chiudere questa brevissima e personale "impressione di lettura", vorrei porre l'attenzione su quella che appare, ai miei occhi, come una delle immagini più poetiche dell'intera silloge: il parallelismo tra la parola "amore" (o, meglio, tra la pronuncia della parola "amore") e le quattro dita delle zampe posteriori di un gatto. Perché i gatti hanno questa peculiarità: l'avere nelle zampe posteriori un dito in meno rispetto alle anteriori. E associare questa insolita immagine di "mancanza" alla pronuncia di una parola o, come forse è meglio dire, alla mutezza di una parola, ad una parola mancante, è davvero un aspetto di grande forza poetica.

Arricchiscono l'opera delle illustrazioni di Pierpaolo Miccolis


tutti i diritti riservati - credito immagine: edizioni pietre vive


martedì 28 febbraio 2017

Premio Letterario Miosotìs 2017

Il bando del Premio Letterario Miosotìs, giunto alla nona edizione, è disponibile.
Trattasi di premio letterario per opera inedita, in versi o in prosa, in lingua italiana o in uno dei dialetti della nostra Penisola, dedicato alla memoria di Vittorio Russo e Giancarlo Mazzacurati.
Il premio è organizzato dalla casa editrice napoletana Edizioni D'If.

Il bando completo è disponibile cliccando qui.



credito immagine: Edizioni D'If 



venerdì 24 febbraio 2017

ARUSPICE NELLE VISCERE di Henry Ariemma

"Aruspice nelle Viscere" di Henry Ariemma (edito da Giuliano Ladolfi Editore) è uno di quei libri che si leggono volentieri, ma che, come tutti i libri di poesia, ti riempiono un vuoto restituendotene immediatamente un altro.

Ciò che è introspezione dell'autore si solleva oltre, sfidando le domande esistenziali più pure. Una tendenza al divino, forse, e in questo è "aruspice", cacciatore di realtà, di profondità, di essenza, tesa verso il futuro.

Trovo che la prefazione al libro, scritta da Giulio Greco, non richieda particolari integrazioni.

Come chi mi segue assiduamente saprà, io non sono un critico, e non mi addentrerò pertanto in ciò che altri già hanno fatto prima di me, e forse meglio di quanto potrei mai fare io.

Ma c'è un percorso, questo sì, che vorrei indagare. Questa silloge di Ariemma ha alcuni aspetti che, a mio avviso, guidano il lettore entro un filo logico, non so se voluto o meno, ma che traspare con forza:
alberi, rami, fiori, radici, corteccia. Questi concetti si reiterano in quasi tutti i componimenti, e non possono restare nell'indifferenza di una mera casualità.  

Che ruolo può avere "l'albero", con le sue varie appendici, in un'opera di questo tipo? Rileggendo alcune volte, fatico davvero a considerarlo un elemento del tutto casuale.

L'albero è ciò che più di ogni altra cosa unisce terra e cielo, saldo alle radici, ma che svetta alla chioma. L'albero è certezza di un tempo e di un luogo. Un elemento tendenzialmente rassicurante, nel suo ciclico fiorire e spogliarsi. Romanticamente, il legame tra il terreno e il divino. Un po' come gli aruspici, nella tradizione antica: un tramite.

Perché dico questo, e perché a mio avviso tutto ciò non può essere casuale?
Perché è qui il fulcro di tutto, se contestualizziamo l'opera all'oggi: che cosa ci manca? Cos'è che la nostra epoca non trova?
Non trova questa rassicurante certezza. Se le domande sono rimaste le stesse, le risposte si perdono. E come un aruspice, è ruolo del poeta restituire risposte che già il tempo ci ha consegnato, e che in un'epoca di falsi miti fatichiamo a decifrare.

Ruolo del poeta, certo, ma anche ruolo di ognuno di noi. Affinché questa fase sia solo una fase ciclica, e si possa, presto, tornare umanamente a fiorire.

La speranza è un ricominciare,/nutre di lamento il sogno di una notte/per nuovo giorno fatto di polvere/al volere del cuore./E il cammino con lo specchio/luminoso, mira lontana per il cieco/cucire cielo a suolo della terra/è domani a pretendere col fare/magie il messaggio che dice sì. ("Come la fede" - Aruspice nelle Viscere)


Chiudono l'opera alcuni haiku e alcuni aforismi. 


tutti i diritti riservati - credito immagine: editore

venerdì 18 novembre 2016

EUTOPIA, IL NUOVO ALBUM DEI LITFIBA - Recensione

Eutòpia ("il bel luogo", in greco), l’album del ritorno e delle occasioni mancate. Così potremmo riassumere un lavoro in cui qualsiasi giudizio deve necessariamente prevedere una scissione tra componente musicale e testi.

Sulla componente musicale, poche cadute e molta energia. A parte “Oltre”, uno dei pezzi peggiori dell’intero album, in cui si vedono pochi o nessuno spiraglio (banale in tutto, con tanto di coretti che sarebbero stati accettabili solo nel coro dei pompieri di “Altrimenti ci arrabbiamo!”), questo album ha una potenza rilevante, grazie anche alla batteria di Martelli, uno che picchia duro e che non si risparmia. Ghigo appare in forma. Per questo non mi soffermerò più di tanto sugli aspetti musicali, che non si discostano da un 7 pieno (con acuti importanti su Eutòpia, un pezzo dalla struttura estremamente interessante, con sonorità che vanno dal rock al prog… una canzone veramente da 8, senza timore di smentite).

Per quanto riguarda i testi, invece, le cadute di stile ci sono e, purtroppo, lasciano poco spazio all’immaginazione. Cadute estremamente evidenti sulla indecente “Gorilla Go”, dove alla musica accettabile si accompagna una cosa (dobbiamo definirla “testo”?) che fa invidia al peggio che la storia dei Litfiba ricordi. Per fare un paragone, peggio de “L’Esercito delle Forchette” per “Mondi Sommersi”. Già cercarne di capire il senso era stata un’impresa (un’assonanza con Guerrilla? Una citazione cinematografica da poliziesco italiano anni Settanta? Una “macchietta di Piero” da consegnare in pasto ai critici? – e in quest’ultimo caso, sottolineo, sarebbe stata geniale), ma la spiegazione che ne ha data Piero, infine, è peggio ancora di tutto: l’ispirazione è nata da un esperimento sociologico che si è tenuto negli USA. Al massimo puoi dire “buona l’idea, ma realizzata in modo davvero pessimo”.

Le altre cadute sono, invece, cadute parziali. Cadute a tratti, che ti fanno storcere il naso, e che ti spingono a concludere spesso: “questa sarebbe stata una grande canzone, se…”. Ed è il caso di pezzi come “Intossicato” e “In nome di Dio”, sicuramente. Pezzi ampliamente sufficienti, ma a cui manca sempre quel qualcosa per essere “grandi pezzi”. In “Intossicato”, questo qualcosa è il ritornello. Ne “In nome di Dio” è il testo da “grande ammucchiata”, che rovina una canzone estremamente potente su cui si sarebbe dovuto fare meglio, decisamente.
Santi di Periferia” è un’altra occasione mancata. Pur avendo una struttura musicale decisamente buona, il risultato sembra, a tratti, una sigla di Cristina d’Avena. Ed è davvero un peccato, perché l’argomento che vi stava alla base avrebbe un peso importante, e anche certe componenti “alla Bennato” si sarebbero dovute sviluppare meglio, per trasformare un pezzo da sufficienza presa con le unghie in un buon pezzo.

Fortunatamente, le note dolenti di questo album possono dirsi esaurite qui.
Questo è un lavoro che ci regala anche tre perle, in cui, grazie al cielo, testo e musica sono davvero ben riusciti. Si tratta di tre pezzi che, per potenza espressiva, avrebbero potuto trovare spazio in un album come “Spirito”, divenendone i pezzi migliori, e condividendo senza timore questo primato con “No Frontiere” e “Animale di Zona”.

La prima di queste tre perle è “Maria Coraggio”, pezzo dedicato a Lea Garofalo, su cui non c’è nulla da dire, se non che arriva, arriva benissimo, ascolto dopo ascolto.

La seconda che si incontra scorrendo l’album è “Straniero”. Un capolavoro. Qui siamo veramente ai livelli dei migliori Litfiba di sempre. Una canzone che resterà nella storia di questa band. Esplosiva anche quando non esplode, testo decisamente sentito e mai forzato (le forzature nei testi, invece, sembrano la causa primaria di tante idiozie che si sentono in altre canzoni). Qualcosa di pressoché perfetto che irrompe con un’energia che non richiede “il finto rock che spacca”. Difficilmente avrebbero potuto fare meglio.

E, infine, Eutòpia, su cui già ho speso alcune parole. Uno dei pezzi più lunghi mai scritti dai Litfiba per un loro album (forse addirittura il più lungo in assoluto). Anche qui, testo sentito (e “si sente”, appunto) e quelle sonorità eclettiche, dal rock al prog, che la rendono un pezzo di cui i Litfiba potranno andar fieri anche fra trent’anni.

Un’ultima nota, prima di chiudere questa mia recensione. Questo è un album che va ascoltato e riascoltato. Certi aspetti indegni non verranno colmati, perché è impossibile, ma degli aspetti “border line” tenderanno a migliorare. Alla fine, ci accorgeremo di avere in mano un album da 7- , con tanti, troppi rimpianti, e alcune opere d'arte. Il livello complessivo (nel giudizio, non nello stile) è affine a “Mondi Sommersi”, per quanto lì l’unica vera, incolmabile caduta di stile fosse rappresentata da “L’Esercito delle Forchette”, mentre un pezzo come “In fondo alla boccia” galleggiava nella sua evidente ironia. Ma gli acuti di Eutòpia sono davvero acuti, talmente acuti da risollevare gli errori e le imperfezioni di un album che, con un po’ di sforzo in più, avrebbe potuto avvicinarsi tranquillamente all’8.


Potremmo metterlo, come giudizio complessivo, tra Spirito e Mondi Sommersi, ma con tanta, tanta rabbia per quel gradino che i Litfiba non hanno avuto la forza di salire. Resta il fatto, comunque, che si tratta del miglior album dalla reunion, molto superiore a Grande Nazione. Un aspetto che lascia ben sperare per il futuro di questa band, che sta giorno dopo giorno ritrovando se stessa e riacquistando il suo ruolo di primo piano nella giungla della musica italiana. 

tutti i diritti riservati - credito immagine: copertina album Eutopia

lunedì 3 ottobre 2016

CARMINOSCOPIO Parte Prima


Per quanto questo blog non sia nato con alcun intento autoreferenziale, mi permetto, trattandosi di collaborazione tra più persone, di diffondere due parole sull'ultimo progetto che ha visto la luce in casa razionirica. 

"Carminoscopio" è un progetto di poesia elettronica nato dalla collaborazione tra Lorenzo La Monica Dorigo (autore dei testi), Valter Poles (autore delle musiche, già docente presso il conservatorio di Udine e l'Università di Trieste) e Giulio Serafini (autore della parte visuale, con un consolidato curriculum da disegnatore ed animatore).
Questo primo "segmento", Dissolvenza in vita, è un lavoro dai tratti angoscianti, che trae il proprio spunto artistico dalla società contemporanea. Nelle intenzioni, si tratta di attingere ad una "società liquida, mutevole, in un perenne dissestarsi che coinvolge l'individuo, sia in relazione intimistica che proiettata verso l'esterno".

La mancanza di valori, o la loro rapida mutazione che non ha dato il tempo di cristallizzarne di nuovi, e forse neppure di individuarne con certezza, diviene il fondamento della percezione di vuoto e di carenza di equilibrio tra un passato e un futuro. 

Le immagini, accompagnate da una musica e da una voce narrante cariche di tormento, tendono ad amplificare il significato del testo. 

Il progetto prevede già la stesura di altri "segmenti", che pur senza alcuna soluzione di continuità, vanno a costituire un unicum

Non ci sono, ovviamente, intenti sperimentali. Questo tipo di linguaggio è già stato percorso, a vario titolo, negli ultimi 30 anni. Pur tuttavia, si tratta di una sperimentazione per quanto riguarda la nostra personale esperienza. Una "prima volta" con cui speriamo di riuscire a trasmettere qualcosa. 

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domenica 2 ottobre 2016

Come deve essere la poesia del secolo XXI?

Come deve essere la poesia del secolo XXI? Una domanda stupida come poche, ma ogni tanto si sente parlare anche di questo.

Già "come DEVE" è un concetto contrario a qualsiasi logica poetica, ammesso ne esista una. Ma ciò è ancor più vero in un'epoca che può attingere da un patrimonio stilistico passato che non conosce eguali nella storia della letteratura. Quelle che un tempo erano innovazioni e sperimentazioni, ora sono consolidate. Ecco che, dunque, è la coscienza, il gusto e la formazione di ciascun poeta a dover decidere come la poesia "debba" essere.

La deriva del "semplice", che taluni propugnano come naturale evoluzione del linguaggio poetico - sulla base di una non meglio precisata capacità di "raggiungere il più alto numero di persone possibili", è in realtà una sciocca illusione. Anzitutto perché la linea tra la "semplicità" e la "banalità" è assai labile, e se è vero che una poesia semplice può divenire, in certi contesti, un valore aggiunto, è anche vero che non esiste nulla di peggio di una poesia banale, sempre che di poesia si possa in questo caso parlare. Poi, per quanto detto prima: non esiste una strada maestra, specie in un'epoca in cui le strade maestre sono già state stracciate e reinventate più volte.

Se la strada maestra da calcare, nell'epoca odierna, deve essere - come auspicano alcuni - all'insegna di una fantomatica semplicità, meglio restare a ribattere quei sentieri che si stanno coprendo di erbacce, come il Simbolismo e quella sua arte poetica criptica che contiene un segreto da svelare e che nessuno detiene, ad esempio. Meglio le difficoltà tortuose per lo scrittore e per il lettore. Meglio tante altre cose. Meglio il reale impegno civile e sociale.


Se invece, come ritiene chi scrive, e come non sembra negabile, la poesia ha raggiunto una capillarizzazione stilistica, inutile chiudere i rubinetti. Godiamoci la fortuna di poter guardare alle mille sfaccettature della poesia passata e di poter essere ciò che preferiamo. Semplici o criptici, su un piano o su cento piani. Questo lusso, in altri tempi, non sarebbe stato possibile. 


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venerdì 30 settembre 2016

Poesia e altri linguaggi (parte I)

Uno degli aspetti più interessanti della poesia è la sua indiscussa capacità di commistione con altre arti. Il linguaggio poetico, la sua manifestazione più profonda e viva, non basta a se stesso, non vive della sola freddezza della parola su carta o su altro supporto. Vive di connubio. Recitazione, come minimo, e dunque “teatro” in un senso assai lato. Canto, talvolta, come fu nell’antichità.

Musica, immagine, parola. Nel Novecento, il cinema, e nel tardo secolo l’informatica, hanno permesso di scoprire nuovi mondi, di cavalcare praterie inesplorate, talvolta sperimentazioni, talvolta modernizzazioni dell’esistente. Così è stato, su tutti, Gianni Toti, inventore della poetronica, movimento espressivo che negli anni Ottanta ha fatto sposare la poesia con le nuovissime tecnologie che andavano affacciandosi. Un italiano misconosciuto, purtroppo, che pur tuttavia è stato un reale pioniere a livello mondiale.


La duttilità della poesia è un percorso che, se ha ormai sostanzialmente esaurito forma e contenuto, non è comunque cessato nella rivisitazione del mezzo. Il mezzo è ancora un terreno da battere, come lo sono le sfumature delle altre arti, che unite alla poesia possono donare qualcosa da cui attingere: un pozzo originario, come lo era la poesia antica, che però gioca della novità dei mezzi. Del futuro.

Gianni Toti, tratto da SqueeZangeZaùm  

Fontana - Lucini - Capocitti, Tiro al Bersaglio (tratto da "Revolverate")



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martedì 5 luglio 2016

La francese italianità di Yves Bonnefoy (1923-2016)

Si è spento alcuni giorni fa, all'età di 93 anni, Yves Bonnefoy, il più grande poeta francese contemporaneo.

Appena appresa la notizia dalle agenzie avrei voluto affrettare un articolo per trovarmi anch'io "sul pezzo". Ma non faccio giornalismo e non faccio neanche critica, per cui lo "stare sul pezzo" era l'ultimo dei miei problemi. Credo peraltro, e non è una frase fatta, che un grande artista come lui si sia già costruito meritatamente l'immortalità.

Filosofo di formazione, poeta nella vita, appassionato conoscitore dell'arte. Anche meta-poeta, per molti aspetti non trascurabili. Una breve, giovanile parentesi surrealista, per poi virare verso l'esistenzialismo, per chi cerca un'etichetta nelle arti. E anche traduttore, di Keats, di Shakespeare, anzitutto, ma si cimentò anche con Petrarca, seppur in modo non sistematico.

Più volte candidato al Nobel per la letteratura, è stato anche un attento critico d'arte, letteralmente fulminato dall'arte rinascimentale italiana sin dalla giovane età.

Non è questa la sede per parlare della sua opera immensa, né chi scrive ne ha le competenze. L'unica cosa che preme sottolineare, ricorrente nella sua vita come nella sua opera, è questo continuo riferimento alla morte che pare contrastare con la potenza vitale dell'arte. Se dovessi definire Bonnefoy per quel che ne ho letto, direi semplicemente questo: un uomo che appare sospeso tra la lirica della morte e l'eternità della bellezza.

E poi, un poeta francese con una non trascurabile italianità nelle vene. Un amore sincero per tutti quei luoghi da lui conosciuti, da Firenze a Roma, da Venezia a Genova, passando per Urbino e per Ravenna. E, soprattutto, per la grande arte espressa nella loro maestosità, ma anche nel loro valore simbolico.

E anche quei riferimenti a Dante, a Leopardi, a Petrarca, a Leon Battista Alberti, al Palladio, a Piero della Francesca, solo per citarne alcuni. L'Italia assume un posto di rilievo nella vita e nell'opera di questo grande poeta.  E l'Italia ha contraccambiato questo amore, visto che Yves Bonnefoy era il più conosciuto tra i poeti francesi contemporanei. Qui in Friuli Venezia Giulia venne riconosciuto recentemente anche con l'assegnazione del Premio Nonino.

"Se voulait-il un torche/qu'il eût jetée dans la mer?/Il alla loin dans les flaques/d'entre là-bas et le ciel,/puis il se retourna vers nous,/mais le vent l'avait désécrit/bien que sa main fût crispée/ sur le mondes de la fumée (...)". Così si apre la sua lirica "Un poète". Non la riporto integralmente, ma è una delle mie preferite. E mi capitò di interrogarmi, forse in modo insensato, senza pretendere una risposta esaustiva, sui legami tra questa lirica e "Facesti come quei che va di notte...", titolo originale in italiano (tanto per sottolineare ulteriormente quel po' di italianità d'adozione - espressa in una citazione del Sommo Dante), in cui un'altra torcia appare al primo verso.
L'unica cosa certa è che le torce dei grandi poeti non si spengono, neanche quando questa vita volge al termine.


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credito immagine: Joumana Addad, 2004 (CC)


lunedì 4 luglio 2016

Dialogo con LENE sul suo nuovo album RING

Oggi abbiamo il piacere di fare due chiacchiere con Elena Ruscitto, in arte Lene, cantante e musicista milanese, reduce dall'uscita del suo nuovo album, Ring
Diplomatasi in pianoforte jazz presso l'Accademia Internazionale della Musica di Milano, ha conosciuto una carriera estremamente interessante ed anche piuttosto eclettica, esibendosi nei principali locali milanesi (e non solo), dando sfoggio di un lungo repertorio jazz, blues, soul, r 'n' b.

A queste esibizioni musicali "classiche" ha fatto eco, in modo parallelo, la passione per il pop, che più di ogni altro genere ha stimolato la sua vena compositiva. Ecco perché parliamo di artista eclettica.

Nel 2008 registra un album dal titolo "Something New", assieme al suo gruppo di allora, il trio Helen R 'n' B, che partecipa nello stesso anno al concorso Hollywood Music Lab, vincendolo.
Nel 2009 partecipa alla seconda edizione di X-Factor, in gruppo con le Sisters of Soul, trio che nasce casualmente proprio per quell'occasione. 

Dopo l'esperienza talent, che come spesso accade fatica a promuovere il talento, collabora con il clarinettista Paolo Tomelleri (con cui si esibirà suonando swing in diversi locali e teatri, tra cui il Teatro del Verme).

Fonda, in seguito, la Lene Soul Band, che si esibirà in importanti manifestazioni quali il Porretta Soul Festival.

E con questo arriviamo ai giorni nostri e al suo nuovo album, "Ring", frutto della collaborazione con Theo Querel e Raffaella Riva (quest'ultima è stata autrice, tra gli altri, di diversi pezzi di Gianna Nannini). Il disco ha delle sonorità difficilmente collocabili (pur restando nel panorama del pop): c'è chi lo definisce adult pop, chi ne ha invece sottolineato le affinità con il pop cinematico di Lana Del Rey o l'elettropop di Greg Kurstin e Sia.

I testi sono in italiano e toccano tematiche profonde, indagando l'interiorità attraverso lo specchio di una simbologia estremamente personale, che ricorre lungo tutto il disco.


Quanto senti la tua carriera recente influenzata dall'esperienza X-Factor, alla luce di questo tuo primo album? Quali erano le tue aspettative e quali, eventualmente, sono state disattese? Guardando la tua storia, sembra che altri meccanismi, la musica live, la voglia di sperimentare, abbiano giocato un ruolo più determinante rispetto al talent. In cosa senti questo album figlio della tua esperienza televisiva e in cosa invece lo senti il frutto di tutto ciò che rappresenta la tua carriera "da musicista live"?

XFactor è stata solo un’esperienza che mi ha fatto crescere e fortificato in quanto essere umano. Dico questo perché più che un’esperienza a livello musicale (di musica ce n’è poca li dentro!) è stata un modo per conoscermi meglio come persona. A livello umano infatti mi è servita tantissimo. Diciamo che sono uscita diversa rispetto a come ero prima.
Di aspettative ne avevo: il successo sicuramente, l’inizio di una lunga carriera musicale. Più che altro mi aspettavo che proprio XFactor mi avrebbe aperto la strada per costruire questa lunga carriera. Ero molto giovane...
In realtà non è stato così. Per diversi motivi:
anzitutto, chi fa un talent oggi deve avere una forte consapevolezza di sé stesso ed una sicurezza d’acciaio. Io non le avevo, o meglio, non erano ancora formate in me;
inoltre, per sfruttare a proprio vantaggio questi talent, bisogna avere un progetto in atto. Noi [Sisters of Soul, n.d.r.] non lo avevamo. Ci eravamo appena conosciute ed eravamo state “sbattute” di colpo in quel mondo nuovo.
Però ecco, tutte le illusioni adolescenziali che avevo sul mondo della musica (soprattutto italiana), XFactor me le ha completamente distrutte! Per questo mi è servito sicuramente! 
Questo album non lo sento figlio di una carriera televisiva, ma di tutto il percorso che ho fatto da quando ho iniziato a suonare fino ad ora. Nel percorso certamente c’è anche l’esperienza XFactor, ma è una briciola in mezzo a tutte le altre esperienze che ho fatto, soprattutto live, e a tutti i musicisti con cui ho avuto la fortuna di suonare e collaborare!

Come è nato quest'album? Ascoltandolo, la sonorità pop è molto presente. Questa contrasta inevitabilmente con le atmosfere più "classiche" del jazz, soul e r&b a cui siamo abituati. Si tratta di una scelta casuale, hai deciso di "voltare pagina" o ci sono altre motivazioni alla base di tutto ciò?

L’album è nato dall'incontro che ho avuto l’anno scorso con due autori, Theo Querel e Raffaella Riva. Con loro è nato un feeling compositivo pazzesco da subito, un feeling talmente forte che stiamo già scrivendo il secondo disco!
Volevamo fare un disco di musica italiana certamente, ma con sonorità più simili al pop internazionale. E così è stato. 
Il termine “ring”, titolo all'album, ha diversi significati: dal ring come luogo in cui si lotta (puoi capirne il motivo), al ring come anello, come qualcosa di circolare ma sempre in divenire.
Questo disco racchiude un percorso, una crescita. È il mio primo album, quindi ci ho messo dentro sia brani scritti anni fa, durante la mia adolescenza, sia brani molto più recenti scritti assieme a questi due autori eccezionali. 
Per quanto riguarda le sonorità, a me non piace molto etichettare la musica / parlare di generi. Ho fatto un disco scrivendo ciò che più mi piaceva, con arrangiamenti moderni (questo perché non credo abbia molto senso andare indietro!) e di mio gusto.
Non è che ho deciso di voltare pagina. Per me la musica è un tutt’uno, è una forma d’espressione libera, per quanto mi riguarda. Continuerò a cantare Billie Holiday ed Amy Winehouse come ho sempre fatto e canterò anche le canzoni che scrivo...

Quali consideri le tue "ispirazioni musicali"? La tua tendenziale ecletticità lascerebbe intendere un panorama piuttosto vasto, e non ti chiedo pertanto di farmi un lungo elenco. Ma quali cantanti e musicisti senti che ti hanno davvero cambiato la vita?

Ok. I Beatles prima di tutto. Geni assoluti. Se non ci fossero stati loro oggi probabilmente non esisterebbe quello che chiamano pop.
Amy Winehouse. Più che altro per la sua maniera di esprimersi e di interpretare, e di raccontare la sua vita travagliata.
Lana Del Rey. La sua musica è tremendamente in linea con ciò che si respira oggi nell'aria. Ciò che mi colpisce di lei, oltre al suo timbro, è la produzione dei suoi dischi. Moderna, efficace, straziante e piena.
Sia. Per la sua capacità di scrittura.
Poi ci sarebbe tutta la musica inglese, dai Genesis, ai Tears for Fears, ai Blur, Oasis, Coldplay (questa per me è la musica che ha accompagnato, in un modo o nell’altro, tutta la mia vita, dall’infanzia fino ad adesso).
In generale non mi sono mai soffermata su un “genere”, ma a ciò che più arriva alla mia sensibilità...



Lene è uno dei tanti esempi che dimostrano che nella musica, come nell'arte in generale, non esistono scorciatoie, e quei grandi baracconi costruiti che definiamo "talent show" non solo difficilmente promuovono i talenti artistici, ma tendono più a sfruttarli che non a restituire quanto gli artisti (o presunti tali) cercano di mettere in campo. Si tratta di una questione di format, di ritmi televisivi, che non sono mai compatibili con la ricerca di se stessi e della propria espressione artistica.

Lo studio, la passione, i concerti live, queste cose, invece, seppur richiedano tempi più lunghi, permettono di esprimersi secondo le proprie corde. E "Ring" è tutto questo, l'espressione di un'artista che ha costruito (e che ha trovato) se stessa. E che sicuramente continuerà su questa strada. 


"Ring"

Band composta da:
Lene (Elena Ruscitto) - Voce
e "i Porners"
Jacopo Mazza - Tastiere e Cori
Dario Jacuzzi - Basso
Paco Martucci - Chitarra
Riccardo Breda - Batteria




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martedì 28 giugno 2016

Addio a Bud Spencer

Se n'è andato a 86 anni Bud Spencer, alias Carlo Pedersoli
Spendere molte parole su di lui appare superfluo, per questo non resta che ricordarlo come quel "gigante buono" che a suon di pugni riappianava le ingiustizie, sempre schierato dalla parte dei deboli e degli oppressi, fossero contadini o minatori sfruttati, indigeni, immigrati, animali... 

In coppia (nata per un "caso fortuito") con Terence Hill (Mario Girotti), che lo ha ricordato sulla sua pagina Facebook con un "Addio amico mio", è stato un caposaldo dell'esperienza cinematografica italiana, fortemente amato dal pubblico. Ha lavorato anche con grandi registi quali Mario Monicelli.
 
Un po' della nostra infanzia è volata via con lui...

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martedì 21 giugno 2016

Idioma a Nord-Est

L'esperienza poetica di quest'area d'Italia (ambito veneto - friulano) vede una innegabile tendenza al "bilinguismo". Molti dei poeti che hanno vissuto in queste terre si sono confrontati sia con la lingua nazionale, sia con gli idiomi locali.

Pasolini, prima di tutto, che è stato uno dei precursori della valorizzazione (e della identificazione stessa) del friulano, scrisse nella parlata casarsese e diede vita a quella che rimane la più importante iniziativa letteraria della storia del Friuli: l'Academiuta di Lenga Furlana, che tanto peso riveste tuttora nella conservazione del friulano di Casarsa. Basti pensare all'ultimo poeta ad essa direttamente legato, Ovidio Colussi, ma anche a quella lunga scia di poeti che ad essa, pur restandovi esterni, si sono comunque ispirati. E potremmo citare Giacomini, Cappello, Vit e altri che si esprimono in friulano e che di questa Academiuta sono sicuramente tributari.
Poi c'è stato il friulano "totalmente estraneo" alle dinamiche, anche indirette, di Pasolini e della sua Academiuta: ad esempio, uno su tutti, quello di Tavan, che nella parlata di Andreis ha regalato uno struggente esempio di "poesia sociale".
E, dalla Livenza al Piave, le esperienze venete, in primis quella del maestro Zanzotto, senza ombra di dubbio uno dei poeti più grandi del Novecento italiano, che ha dato impulso ad altri poeti riconosciuti a livello nazionale, tra cui Cecchinel. Oltre il Piave ecco Calzavara, altro poeta che si è fortemente confrontato con l'idioma locale e, tornando nell'area friulana, e anzi più specificamente giuliana, il maestro Biagio Marin e il suo veneto de mar nella parlata di Grado. Si può trovare persino, ma questa è più che altro una forzatura linguistico-letteraria, un tentativo di riproporre l'estinta parlata tergestina (l'antico dialetto romanzo della città di Trieste) da parte di Crico.

Quale possa essere il ruolo del dialetto nella poesia moderna, e quale sia il peso che questo assume in una certa area del Nord-Est dove, è bene ricordarlo, la forza della poesia dialettale è anche quantitativa e non solo qualitativa, è un quesito a cui si possono dare risposte molteplici.

Quella, ad avviso di chi scrive, più convincente, non riguarda un'identità ma un'identificazione. L'uso delle parlate locali assume, in una terra come questa, una sorta di rivincita sociale di ciò che si è cercato più volte di cancellare. Questo è ancora più vero, probabilmente e nello specifico, per il friulano, che sottoposto ad una emarginazione "di classe" da parte degli stessi friulani (che la spinta borghese aveva portato a preferire il veneziano di terraferma), è poi rinato nelle periferie, lontano dai centri nevralgici del commercio regionale, ormai venetizzati (sorte che toccò alla stessa Udine), come, appunto, la Casarsa di Pasolini.
La valorizzazione successiva, che l'ha consacrata come "lingua", ha fatto il resto.
E poco importa se questa etichetta sia più politica che non squisitamente linguistica, oggi il friulano è lingua e basta, con tutto quel che ne consegue, a livello di conservazione e di valorizzazione. Purtroppo, non tutto è oro quel che luccica, perché il riconoscimento raggiunto ha richiesto comunque una certa "standardizzazione" ed una distinzione, conseguentemente, tra un fantomatico "friulano standard", individuato nella parlata dell'area sandanielese, sufficientemente estranea ai fenomeni di venetizzazione di pianura come alle contaminazioni germaniche e slave delle aree linguistiche contermini all'Austria ed alla Slovenia, e le varie "parlate locali", che in realtà non sono altro che l'espressione più reale del friulano, senz'altra definizione.
Qualsiasi standardizzazione che segue (o che precede) al riconoscimento di lingua è, agli occhi di chi scrive, una forzatura che andrebbe evitata. Se "lingua" significa avere un friulano di serie A (ufficiale???) e tanti friulani di serie B, meglio essere "dialetto".

Le dinamiche venete sono invece differenti, il veneto non ha conosciuto un vero e proprio riconoscimento a lingua, pur essendo stata la lingua, questa sì ufficiale, di uno dei più grandi Stati preunitari. Lingua ufficiale, certo, ma non sufficientemente standardizzata, neanche nel suo modo di scrivere (che è, a quanto pare, in fase di standardizzazione). Come dire, il veneto non è lingua perché non è stato ancora in grado di individuare il suo acmè letterario. Qualcuno lo individua nel veneziano di terraferma (per l'alto numero di parlanti), qualcuno nel padovano per il ruolo culturalmente dominante di questa città (sede, ricordiamo, della prima università del Triveneto e di una delle più antiche d'Italia), altri puristi persino nella parlata dell'isola di Burano "la più pura e meno contaminata". Una specie di San Daniele del Friuli rapportata al Veneto, con l'unica differenza che San Daniele del Friuli, oltre alla presunta purezza, è anche sede di una biblioteca storica che non ha paragoni in Friuli - ed ecco tornare la centralità culturale.

Qualunque sia la scelta, e a prescindere dalle etichette lingua-dialetto (si può usare tranquillamente "idioma" per mettere d'accordo tutti), l'affermazione innegabile è che la parlata locale assume nell'esperienza poetica di queste terre un ruolo che può ben dirsi, come altrove meno massicciamente accade, complementare alla lingua nazionale italiana.


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mercoledì 15 giugno 2016

IL FESTIVAL CULTURALE: CROCE E DELIZIA DA SPENDERSI MA NON SPANDERSI

IL BENE E IL MALE - Opportunità e frustrazioni del "salotto esponenziale"

Quando penso al festival culturale, letterario in particolare, ho in mente quelle manifestazioni che permettono agli autori di avere un terreno di confronto e ai lettori un gigantesco indice da cui attingere. Fortunatamente, capita anche che le due figure si confondano, e che l'autore sia lettore e il lettore autore. Questo modo di concepire la cultura, che sta ormai sbocciando ovunque, pur avendo trovato in due grandi formule i suoi precursori più illustri (Il Salone del Libro di Torino, che viaggia ormai verso le trenta edizioni, e il Festival di Mantova, che sta per compiere un ventennio), ha, come tutte le cose "in grande", grandi potenzialità e grandi rischi.

Le potenzialità credo siano sotto gli occhi di tutti: presentare il proprio libro al caffè della stazione, per quanto permetta ancora di mantenere una certa vena romantica, porta comunque ad avere un pubblico che, se va bene, raggiunge le venti persone. Senza grandi possibilità di incremento.
La libreria, anch'essa, tradizionale ed irrinunciabile, fa numeri al più di poco superiori.
Il grande festival, la grande manifestazione, invece, travasa su di sé un pubblico potenziale di migliaia di unità. Potenziale, sia chiaro, ma è capitato a chiunque, credo, in un tempo morto, di andare a seguire quel tizio sconosciuto o di approfondire qualcosa allo stand di quella piccola casa editrice mai sentita nominare.

I numeri potenziali, dicevo, sono allettanti. Ora, pur tuttavia, andrei a valutare, sempre col beneficio dell'opinabilità della mia visione (a differenza di molti altri io non ho la presunzione di avere le risposte a tutti i problemi della vita) quelli che, di tutto questo, costituiscono gli aspetti negativi.
Anzitutto, può accadere che nel marasma della entità dell'offerta, si focalizzi l'attenzione più sul mezzo che non sul contenuto. Ci siamo abituati, nel corso dei secoli, a vedere la letteratura, e la poesia in particolare, come un calderone da cui attingere, in cui si privilegiava maggiormente ora la forma, ora il contenuto. La poesia ha conosciuto grandi evoluzioni, arrivando sino ad impadronirsi dell'ordine spaziale con il calligramma, e sino ad una neocommistione con altre arti, recuperando il ruolo della musica e dell'arte visiva, anche adottando le ultime tecnologie.

Questa evoluzione ha arricchito sicuramente le potenzialità, interpretando il "mezzo" ancora come "mezzo artistico". Recentemente, tuttavia, proprio attraverso quell'inarrestabile fiorire di nuovi festival, al solo "mezzo artistico" si è affiancato il grande "mezzo di diffusione". Che, si badi, non è innovativo, è solo esponenziale.

La vera problematica del mezzo di diffusione contemporaneo è data da un eccesso di apparenza. Non so come la veda chi sta leggendo, ma personalmente mi capita di assistere allo stridere di tanti "esserini" che si specchiano in una circolarità autoreferenziale, che genera autocompiacimento. L'impressione, quando assisto a questa messa in scena, perché di questo si tratta, è che tanti sordi tendano ad urlare la propria versione dei fatti. Tutti lì, tutti stipati. Confusi e, alla fine, dimenticati.
Non lo so, personalmente, quale peso culturale potrà avere mai tutto questo quando ci si rigirerà indietro fra cinquant'anni.

UNA PRIGIONIA INVISIBILE CHE FRENA I "POTENZIALI MAESTRI" DEL SECONDO NOVECENTO

Io, personalmente, vedo la necessità di una forte cesura generazionale, ma questo è il mio parere. Come sta accadendo nel contesto politico e sociale, almeno all'apparenza, anche la cultura dovrebbe impegnarsi a dare un taglio ad un certo passato; non a tutto il passato, si badi, ma a quel passato che maggiormente stride.

Senza voler generalizzare, a volte ripenso alla necessità del "salto", del "recupero". Guardandomi indietro, vedo una grande pagina di poesia scritta nel secolo XX, che da Caproni arriva a Zanzotto, passando per Pasolini e Luzi, solo per citarne alcuni, ed una fase intermedia, che corrisponde sostanzialmente all'ultimo ventennio o trentennio del secolo scorso, in cui è impossibile identificare un "maestro". Chiedete a chi è nato negli anni Settanta, Ottanta e ormai anche Novanta di indicare un "maestro" nella generazione "di mezzo", quella nata l'indomani del secondo dopoguerra. Io (e dico sempre "io" perché odio la presunzione ed il dogmatismo intellettuale) sono disposto a chiamare "maestro" uno Zanzotto, che peraltro ho avuto la fortuna di conoscere abbastanza bene da apprezzarne anche le qualità umane e di umiltà, un Luzi, un Caproni... Ma poi? Poi vedo poetica interessante, con cui è giusto e doveroso confrontarsi, ma nessun reale punto di riferimento. Persone che si compiacciono del proprio ruolo culturale intrapreso e raggiunto grazie alla forza della politica, ne vedo tante. Persone che hanno la presunzione di conoscere perfettamente il panorama letterario perché "tanto se esiste deve passare attraverso di me" ne vedo tante. Fango e acqua putrida ne vedo tanti. Vedo anche poeti che davvero apprezzo per il loro modo di scrivere, un Cappello, per esempio, volendo restare su un terreno che conosco meglio, anche un Giacomini o un Vit, per tenersi sulla scia di Pasolini, o un Cecchinel, volendo andare sulla scia di Zanzotto. Tutti poeti validi, piacevoli, dotati di una lirica cristallina ed anche emozionante, ma per nessuno di questi riesco ad utilizzare l'etichetta di "maestro" dei predecessori. E mi dispiace, sarò io troppo esigente o prevenuto (ma quest'ultima opzione non credo proprio).
Davvero un peccato, perché i grandi che ho citato prima avevano i loro maestri nella generazione precedente: Ungaretti, Carducci, D'Annunzio...

Non voglio dire quindi che la poesia contemporanea abbia vissuto "il vuoto", perché sarebbe una considerazione disonesta e assolutamente non corrispondente alla realtà. Ma ho paura che quel che sta avvenendo oggi sia fortemente condizionato da una "cricca para-letteraria" che di culturale non ha un bel niente. E che non necessariamente è esterna alle dinamiche culturali.
La sensazione che ho è che ci sia qualcosa o qualcuno, una specie di "eminenza grigia non necessariamente personalizzabile", che negli ultimi decenni si sia preoccupata più di costruire dei muri, dei contenitori, sfruttando anche qualche nome conosciuto, per mantenere una sorta di "cupola" in cui o decidi di stare dentro, o decidi di stare fuori. E il modo migliore per cementificare questa "struttura" è esattamente creare dei grandi contenitori culturali o presunti tali. In cui, piaccia o non piaccia, alla fine sono l'economia e la politica a fare la parte dei leoni; eccolo, a mio avviso, il vero problema del "grande contenitore culturale": le cose fatte in grande non si reggono senza politica ed economia, ed una cultura che guarda alla politica e all'economia, volenti o nolenti, non è una cultura libera.
Temo che molti "potenziali maestri" del secondo Novecento, pur conosciuti, siano prigionieri di questo problema. Mi riferisco a quelli che ho citato sopra, ma potrei continuare tranquillamente l'elenco. Ci sono, ma non è abbastanza. Dietro c'è sempre dell'altro che stona.

Ribellarsi a tutto questo (non ai festival o alle manifestazioni in sé, ma a quello che rischiano talvolta di trascinarsi dietro) è un dovere morale, per quanto non possa pagare sul breve termine. E in questo mi rivolgo in particolare agli infraquarantenni: nessuno ha l'esclusiva sulla cultura, non è il caso di lasciarsi ingabbiare nel nome di un po' di effimera notorietà per cui dover sempre dire grazie ad altri...

Se il peso-forza della cultura è stato profondamente eliso nel proprio equilibrio da una forte componente politico-economica (che trova le proprie radici, forse, nel Sessantotto), e se il frutto di tutto questo è che l'autorevolezza di una generazione di poeti che dovrebbe oggi venir chiamata "generazione maestra" dalla generazione successiva, si trova invece ad esser stata minata nel proprio ruolo, a causa di quel "peso estraneo" che schiaccia, è necessario fare un cambio di passo. Quel tanto che basta per ridare centralità alla cultura "pura", e relegare la politica e l'economia ad entità marginali del fenomeno. 

Chiuderei questa mia noiosa disquisizione con una citazione di Giorgio Gaber: "La cultura per le masse è un'idiozia, la fila coi panini davanti ai musei mi fa malinconia" [La razza in estinzione - La mia generazione ha perso].


Non voglio che mi si taccia di peccare di elitismo, dopo questa citazione in questo contesto, ma ci tenevo a dire sinceramente che mi fa davvero paura la "demagogia culturale". 


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credito immagine: "Quel che resta", installazione di Ignazio Fresu - undo.net

domenica 12 giugno 2016

Si apre a San Giovanni di Casarsa (PN) la rassegna di arte contemporanea "Maestri a Nordest"

Ci sono piccoli appuntamenti che il tempo, in un'ottica di "ricerca artistica in aree poco battute", può consacrare ad interessante opportunità di conoscenza di nuovi sentieri culturali.

Si è aperta sabato 11 giugno a Casarsa della Delizia (PN), presso Palazzo Zuccheri (Centro Comunitario di San Giovanni), la quarta edizione della esposizione collettiva "Maestri a Nordest", curata dal maestro Giuseppe Onesti.
La manifestazione è un'ottima occasione per visionare un frammento artistico dell'Italia Nord-Orientale contemporanea. Espongono Giuseppe Onesti, Alessandro Cadamuro, Gianni Pasotti, Nello Taverna, Carolina Zanelli.

La mostra, che resterà aperta fino al 26 giugno, osserva il seguente orario:
venerdì - sabato: 20.30 - 23.00

domenica: 11.00 - 13.00; 19.00 - 23:00

credito immagine: Giuseppe Onesti, curatore della rassegna - giuseppeonesti.com

mercoledì 1 giugno 2016

Dialogo con ENRICO GALIANO - Il Prof.

Quando la mente viaggia ed inciampa nei ricordi di scuola, quando si ripensa a quelle mattine infinite che si era ancora troppo giovani per scandire a colpi di caffè, all'appello manca quasi sempre una cosa: la passione per ciò che si studia.
Ma può capitare che, in quello che agli occhi dei più può apparire come uno sperduto angolo di mondo, un insegnante "diverso" e che ha fatto del suo entusiasmo una forza net-virale, si insinui tra le righe di un Infinito di Leopardi recitato come si reciterebbe un requiem in una funzione religiosa, trasformando questa noia mortale in qualcosa di diverso, di entusiasmante, di interessante e, a volte, persino divertente...
Perché la letteratura italiana, nella sua inestimabile ricchezza, è vita dell'uomo, non noia, litania, bestemmia, costrizione. 

Chi è costui? Chi è questo personaggio che non si è limitato a guardare alle cose da una prospettiva diversa, ma che ha creato una nuova prospettiva utilizzando i mezzi che la modernità offre?
Enrico Galiano. Semplicemente. Un professore di scuole medie (pardon, scuola secondaria di primo grado...) che esercita la sua missione (non è semplicemente un lavoro) in un piccolo centro della provincia di Pordenone: Pravisdomini.

Un centro che si fa fatica a trovare anche sulle cartine geografiche, ma che ha una peculiarità: è il luogo con la più alta percentuale di studenti stranieri del pordenonese. Quella che si potrebbe definire "terra di confine", a tutti gli effetti. Un luogo che sembra fatto apposta per il nostro Enrico Galiano, in arte semplicemente "Il Prof."

1) Domanda scontata quanto quasi sempre temuta: presentati in tre parole. 
Sono indeciso fra “Un sognatore seriale” e “Che si mangia?”. Scegli tu. 

2) Ti sei trovato a fare il professore in quello che è il comune con la più alta percentuale di stranieri in provincia di Pordenone. Quanto pensi che questo fattore abbia rivestito un ruolo determinante nelle tue scelte didattiche, nei mezzi che adotti e che hanno ormai ampiamente varcato i confini di questo territorio? 
Moltissimo. Qui la situazione è a tratti disperante, è molto difficile far convivere realtà così eterogenee, figuriamoci far studiare i verbi o imparare la storia. In una scuola come la mia senza fantasia e spirito d'improvvisazione non ne esci. Difatti ci sono stati spesso colleghi che dopo un anno da qui sono scappati. 

3) Come percepisci il ruolo dell'insegnante nella società e, soprattutto, in quella del futuro? Sinceramente penso sia un falso mito quello per cui gli insegnanti abbiano perso d'importanza o di considerazione. È più che altro vero che questa importanza e considerazione dobbiamo costruircela noi, meritarcela noi, col lavoro di tutti i giorni, con la trasparenza, e anche con una bella dose di pazienza. Qui dove insegno io, sia io che i miei colleghi siamo molto stimati dalle famiglie. CI vogliono bene, molti ci considerano davvero parte se non della famiglia certo del mondo dei loro figli. Forse in città più grandi è più difficile, ma insomma: non è impossibile, ecco. 

4) Oltre ad interpretare te stesso e i tuoi studenti nei video che ormai tendono ad essere virali, suoni la chitarra accompagnato dalla tua dolce meta, scrivi... Scrivi... Ecco, qualcosa bolle in pentola, ci sono delle novità in vista? Non ti chiedo di rivelarci tutto, ma almeno facci qualche piccola concessione in anteprima... 
Scrivo da quando ero in seconda elementare e non credo smetterò mai. Ora, dopo abbi di tentativi e con una manciata di romanzi nel cassetto, sto preparando l'uscita di una romanzo per la casa editrice Garzanti. È una storia d'amore ma anche un thriller, con protagonisti due ragazzi di diciassette anni. Lo sto sistemando proprio in questi giorni e dovrebbe uscire all'inizio dell'anno prossimo. 

5) Sei ormai un fenomeno mediatico, e questo mi sembra innegabile. Ma tutta questa visibilità si è portata dietro anche qualche strascico negativo? Non lo so, critiche sterili, polemiche e quant'altro? Se vuoi parlacene. 
Quando decidi di metterti in gioco, quale che sia il gioco, è naturale, quasi spontaneo che arrivino le critiche. Lavorando (per così dire) nel web ho scoperto che in realtà, avere degli haters, persone che ti criticano per qualsiasi cosa, che ti attaccano, a volte anche con insulti pesanti (sì, è successo diverse volte), è in realtà un bel fregio, significa che sei sulla strada giusta. Poi ci sono anche le critiche non sterili, e io quelle le apprezzo tantissimo. Ho infatti notato che il mio lavoro di insegnante, da quando metto in piazza le cose che faccio, è migliorato molto. Sentendomi più controllato, più sotto gli occhi di molte persone, sono spinto a dare il meglio di me, a non sgarrare mai o a cercare di farlo il meno possibile. 

6) La delicatezza del tuo ruolo di insegnante, e in particolare di ragazzi di 11-13 anni, e il tuo successo acquisito anche grazie alla forza della rete, ti avrà certamente obbligato a confrontarti con un problema decisamente complesso, cioè il rapporto tra giovanissimi e nuove tecnologie, con tutti i rischi che questo comporta. In base alla tua esperienza, cosa ti sentiresti di consigliare a genitori ed insegnanti affinché riescano a trasmettere ai ragazzi il peso di un rischio ma anche la forza di una opportunità? 
I ragazzi che oggi hanno 12 anni vivranno in un mondo in cui la rete e il mondo social saranno ancora più presenti nelle loro vite rispetto a quanto non siano oggi: un bene, un male, non lo so. Probabilmente entrambe le cose. Quello che è davvero importante è avere gli occhi aperti, fare lo sforzo di aggiornarsi, documentarsi, perché è proprio dell'età adolescenziale il nascondersi, e attraverso i social possono succedere cose davvero spaventose senza che i genitori se ne accorgano. È importante riuscire ad avere le antenne alte, essere pronti a cogliere i segnali di pericolo.

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